Il G7 delle adulazioni
Gli storici del futuro saranno sicuramente in grado di rispondere alla grande domanda emersa dopo la conclusione del G7 di Évian: è stato tutto un teatro diplomatico destinato a nascondere profonde divergenze? Oppure c’è stata davvero un’abile manovra che ha permesso di riportare gli Stati Uniti nel campo dei paesi che sostengono l’Ucraina?
Il vertice, in effetti, ha prodotto la firma di Donald Trump in calce a una dichiarazione che proclama un appoggio incondizionato all’Ucraina, dopo mesi segnati dal disinteresse statunitense. L’amministrazione Trump aveva evidentemente la testa altrove, nello specifico dalla guerra con l’Iran, ma non possiamo dimenticare le dichiarazioni sprezzanti del vicepresidente JD Vance, che si era pubblicamente rallegrato per il fatto che gli Stati Uniti non aiutassero più Kiev.
La dichiarazione sull’Ucraina prevede di aumentare la fornitura di armamenti per la difesa aerea, la cui carenza, per Kiev, è diventata drammatica. Volodymyr Zelenskyj, presente a Évian, ha mostrato a Trump le foto degli ultimi bombardamenti russi contro obiettivi civili, compresa la cattedrale della Dormizione. Le immagini hanno scosso il presidente statunitense, al punto da fargli dichiarare pubblicamente che “la Russia dovrebbe concludere un accordo”. Trump ha annunciato che ristabilirà le sanzioni petrolifere contro Mosca, sospese durante il blocco dello stretto di Hormuz.
I fattori che hanno fatto cambiare idea a Trump sono due: il primo è che Zelenskyj non è più un loser, un perdente, che “non ha carte in mano”, come lo aveva descritto l’anno scorso. L’Ucraina ha modificato il rapporto di forze e non perde più terreno, mentre l’esercito di Kiev ha perfino portato la guerra in Russia, usando i droni contro Mosca e San Pietroburgo.
Il secondo fattore è la diplomazia delle lusinghe a cui si sono prestati gli altri componenti del G7, complimentandosi con Trump per l’accordo con l’Iran e per la sua “leadership”, anche se chiaramente non si è trattato di un elogio sincero. Messa in scena o meno, Trump ha incassato i complimenti che gli servivano nel difficile dibattito in corso negli Stati Uniti sul bilancio di questa guerra.
Senza illusioni
La lettura del protocollo dell’accordo che firmato da Washington e Teheran, finalmente reso pubblico il 17 giugno, mostra fino a che punto il testo sia sbilanciato a favore dell’Iran. Trump può fare affidamento sugli altri paesi del G7 per sostenere di aver fatto meglio di Barack Obama, la sua ossessione.
Ma davvero questo vertice è stato utile? Solo il tempo ci dirà se effettivamente gli Stati Uniti avranno un ruolo attivo in Ucraina come sperano il presidente francese Emmanuel Macron e gli altri leader europei. Uno sviluppo di questo tipo permetterebbe da una parte di rafforzare le capacità di difesa ucraina, dall’altra di spingere Putin ad avviare un negoziato serio.
Ma attenzione a non farsi troppe illusioni. Trump pensa soprattutto alla fine della guerra con l’Iran e a mantenere il controllo della narrazione per rivendicare una vittoria, a prescindere dai fatti. Tra l’altro il presidente degli Stati Uniti dovrà trovare il modo di giustificare il fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran, citato nel protocollo. Per non parlare delle critiche feroci di Israele, particolarmente insidiose considerando che tra pochi mesi ci saranno le elezioni di metà mandato.
L’anno scorso, poco dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, Macron lo aveva incontrato per parlare dell’Ucraina. Al suo ritorno era apparso convinto di aver ottenuto tutto il possibile, ma con una certa fatalità si chiedeva se sarebbe stato ancora così due giorni dopo. Oggi, sulla scia di Évian, la domanda è sostanzialmente la stessa: cosa resterà degli impegni presi?
(Traduzione di Andrea Sparacino)