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L’antirazzismo italiano ha poca voce

Migranti dopo lo sgombero di un edificio a Roma, 9 luglio 2018. (Alessandro Bianchi, Reuters/Contrasto)

La coalizione populista al governo in Italia è dominata da Matteo Salvini, ministro dell’interno e vicepremier che invade l’etere e i social network minacciando di deportare tutti i clandestini. Salvini ha citato Mussolini – “tanti nemici tanto onore” – proprio nel giorno del compleanno del dittatore, e ha dichiarato che i migranti mettono in pericolo l’identità e la sicurezza dell’Italia.

Il ministro dell’interno ha aggiunto che intende privare della scorta Roberto Saviano, giornalista minacciato dalla camorra e che tra l’altro è uno dei suoi critici più accaniti. Nonostante la Lega sia partner di minoranza della coalizione con il Movimento 5 stelle salita al potere a maggio, Salvini sembra dare la linea al governo e ha raddoppiato i consensi del suo partito. Secondo i sondaggi, sia la Lega sia i cinquestelle si attestano al momento sul 30 per cento dei voti.

Fino a che punto l’elettorato italiano condivide le idee di Salvini sull’immigrazione? L’Italia presenta tendenze profondamente conservatrici, ma i suoi cittadini hanno anche dato prova di grandi slanci umanitari e di un’inclinazione a privilegiare la realpolitik rispetto all’ideologia. Davanti ai costanti tweet e alle dirette Facebook di Salvini è difficile capire quanto ci sia di reale e quanta sia invece la retorica. Di sicuro la retorica ha cominciato a produrre i suoi effetti concreti, e negli ultimi giorni in Italia si è verificata un’impennata delle aggressioni contro gli immigrati.

E possiamo davvero sostenere che il nuovo governo rifletta un cambiamento reale nella società italiana? O forse all’origine di tutto c’è la complessità della politica parlamentare italiana, in cui piccoli partiti possono fare la voce grossa (soprattutto se le loro idee si avvicinano a quelle di Donald Trump)?

Un piano politico preciso
Questo mese, a Roma, ho rivolto le stesse domande ad alcune persone tra cui Aboubakar Soumahoro, 38 anni, leader sindacale nato in Costa d’Avorio. Soumahoro è arrivato in Italia quando aveva da poco compiuto vent’anni per lavorare come bracciante, prima di ottenere una laurea in sociologia all’università Federico II di Napoli. Il mese scorso l’Espresso gli ha dedicato la copertina accanto a Salvini, con il titolo “Uomini e no”, a suggerire che Salvini non si stia comportando umanamente e indicando Soumahoro, almeno simbolicamente, come il volto di un’opposizione culturale de facto (Salvini ha aspramente criticato la copertina dell’Espresso).

“I politici hanno un piano per la società”, mi ha detto Soumahoro mentre eravamo seduti nella sede del sindacato Usb, di cui è un esponente del comitato esecutivo. “Quello che sta succedendo non è un caso. Fa parte di un piano. Davanti all’impoverimento generale diffuso, conseguenza dell’austerità e di altre politiche, è evidente che non vogliono affrontare il problema alla radice”. Al contrario, secondo Soumahoro i dirigenti politici hanno preferito esasperare “la stigmatizzazione dei migranti sul piano sociale ed economico”, indicando come causa dei mali del paese l’immigrazione fuori controllo anziché i decenni di cattiva gestione politica dell’economia abbinata alle sfide portate dall’euro. “Molte persone sono state prese in giro”, ha sottolineato Soumahoro.

L’altra Italia non ha ancora trovato un’espressione nel nuovo governo o nell’opposizione politica

Il sindacato Usb ha cercato di rimediare a quella che definisce la “disumanizzazione” dei lavoratori migranti. Gli immigrati, soprattutto i braccianti, ricevono un permesso di soggiorno dai datori di lavoro, una situazione che li espone al ricatto. Ho chiesto a Soumahoro dove abbia trovato alleati per la sua causa. A sinistra? Tra i cattolici? Mi ha spiegato di aver ricevuto appoggio da diversi segmenti della società, incluse alcune aree della gerarchia cattolica. “Esiste un’altra Italia”. Il fatto che il Movimento 5 stelle e Salvini siano al potere “non significa che le persone che li hanno votati rappresentino tutta l’Italia”.

Il problema è che l’altra Italia non ha ancora trovato un’espressione nel nuovo governo o nell’opposizione politica. Le elezioni di marzo non hanno prodotto una maggioranza chiara, e i partiti centristi (il Partito democratico di centrosinistra e Forza Italia di Silvio Berlusconi) hanno fatto registrare i risultati più bassi di sempre. Entrambi i partiti sono all’opposizione (un’opposizione che appare estremamente indebolita) nonostante Forza Italia si sia presentata alle elezioni al fianco della Lega di Salvini.

Paradossi e convinzioni
L’attuale coalizione di governo oltrepassa la tipica divisione tra governo e opposizione in un modo che spinge i suoi elettori a scontrarsi tra loro anziché con l’opposizione. Il paradosso, insomma, è che la vera opposizione alla Lega è rappresentata dal Movimento 5 stelle, il cui leader Luigi Di Maio è stato messo in ombra da Salvini, come anche il presidente del consiglio Giuseppe Conte, debole figura di compromesso e subordinata ai partiti che l’hanno scelto. Anche prima dell’ondata di destra populista in occidente – Trump, Brexit, eccetera – l’Italia era frammentata ben oltre la tradizionale separazione tra sinistra e destra, e percorsa da un cinismo generalizzato nei confronti della classe politica.

È difficile separare gli impulsi politici dell’Italia contemporanea (figurarsi quantificarli), ma un nuovo studio ha messo in dubbio anche l’assunto secondo cui il governo di destra avrebbe conquistato il potere grazie al sentimento di ostilità nei confronti dei migranti. Al contrario, lo studio ha rilevato che gli elettori italiani sono generalmente empatici nei confronti dei profughi, eppure si sono ritrovati un governo che chiaramente non lo è. Condotto su un campione di duemila persone dall’istituto di sondaggi Ipsos Mori e da More in Common, un’organizzazione senza scopo di lucro che combatte l’autoritarismo e la xenofobia, l’analisi ha stabilito che oltre il 70 per cento degli italiani approva la concessione dell’asilo ad alcuni migranti.

Significativamente, quando gli è stato chiesto se l’Italia dovrebbe respingere i barconi nel Mediterraneo anche a costo di perdere alcune vite, solo il 15 per cento degli intervistati si è dichiarato favorevole. La percentuale sale al 46 per cento tra gli elettori della Lega, ma resta al 17 per cento tra quelli del Movimento 5 stelle, evidenziando un’incoerenza all’interno della coalizione difficilmente risolvibile (un esempio drammatico è arrivato a giugno, quando Salvini ha deciso di chiudere i porti italiani a una nave gestita da una ong e con a bordo oltre 600 migranti salvati in mare. Dopo oltre una settimana di baccano politico, la nave ha attraccato in Spagna).

Più in generale, lo studio ha stabilito che la principale divisione in Italia è tra le persone favorevoli a una società più aperta e quelle che ne vorrebbero una più chiusa, due correnti che ritroviamo anche negli Stati Uniti di Trump e nel Regno Unito della Brexit. Lo studio dipinge un’Italia frammentata dove l’impulso morale di accogliere gli stranieri si scontra con l’instabilità economica, la sensazione che l’Unione europea non abbia aiutato il paese a gestire i quasi 500mila migranti arrivati negli ultimi anni e la convinzione di molti italiani di non potersi più sentire a casa nel loro paese.

Queste emozioni si riflettono in una coalizione che, nonostante le differenze tra i due partiti, ha conquistato il potere grazie a una spinta antisistema e alla generale preoccupazione economica. Secondo lo studio, l’80 per cento degli italiani pensa che la globalizzazione abbia danneggiato il paese, ma le stesse persone sono divise su questioni che riguardano l’identità e l’immigrazione, combattute tra sentimenti che possiamo definire, in mancanza di un’alternativa migliore, umanitarismo e nazionalismo.

Gli elettori oscillano tra la rabbia e la speranza. Il vento può cambiare rapidamente

Secondo lo studio di Ipsos/More in Common, la maggioranza degli intervistati crede che per risolvere i problemi dell’Italia ci sia bisogno di “un leader forte disposto a infrangere le regole” (un altro studio pubblicato dal sociologo italiano Ilvo Diamanti sul quotidiano la Repubblica ha confermato che la maggioranza degli italiani vuole un leader forte e ha rilevato una distanza tra i leader di partito e i loro elettori).

L’Italia, dopo tutto, ha una lunga storia di uomini forti al comando, da Mussolini a Berlusconi fino ad arrivare a Salvini, che sta adattando il ruolo all’era dei social network. “Questo è il governo di Salvini”, mi ha confermato a Roma Paolo Flores d’Arcais, direttore di Micromega, rivista culturale di sinistra. “Il Movimento 5 stelle è completamente subordinato, per un motivo semplice: se l’Italia tornasse al voto domani, Salvini trionferebbe. Si comporta da premier e forse anche da presidente della repubblica”.

Eppure la Lega ha ottenuto appena il 17 per cento dei voti alle elezioni di marzo. Questo significa che la crescita del sostegno nei confronti di Salvini e il desiderio manifestato dagli italiani di avere un leder forte implicano un avvicinamento alle posizioni leghiste? Non è detto che sia cosi. Flores d’Aracais sottolinea l’esempio della Sicilia, definendola un “laboratorio perfetto” di quanto in Italia la politica possa cambiare rapidamente e indipendentemente dai fattori ideologici.

All’inizio degli anni novanta la Democrazia cristiana è crollata sotto il peso degli scandali di corruzione, e dopo una stagione segnata dagli attentati mafiosi contro magistrati e altri pubblici ufficiali, Palermo ha eletto un sindaco di centrosinistra. “Nel giro di tre mesi l’elettorato è passato dalla Democrazia cristiana a Leoluca Orlando, le cui posizioni politiche erano diametralmente opposte a quelle dei democristiani”, ha sottolineato Flores d’Aracais. Nel 1994, quando Berlusconi è salito al potere per la prima volta con il suo governo di centrodestra, la Sicilia lo ha votato in massa. “Lo stesso vale per il Movimento 5 stelle. I loro elettori sono gli stessi, ma la loro condizione psicologica è cambiata. Oscillano tra la rabbia e la speranza”. Il vento può cambiare rapidamente.

Acque tempestose
Sia il Movimento 5 stelle sia la Lega hanno guadagnato voti nelle aree dell’Italia in cui i partiti tradizionali sono sembrati del tutto scollegati dalla realtà locale. Lo studio di More in Common ha riscontrato che il 73 per cento degli italiani ritiene di non essere più preso in considerazione dai partiti tradizionali. Ma cosa sta offrendo di concreto questo governo, soprattutto in termini di stabilità economica? E quali risultati potrà ottenere? Non molti, almeno secondo Fabrizio Barca, economista ed ex ministro del governo tecnico guidato da Mario Monti. “Il razzismo è l’arma di Salvini”, mi ha spiegato a Roma. “Ha inventato un nemico perché ha capito di non poter mantenere le promesse fatte. Esattamente come Orbán”, ha aggiunto riferendosi al leader nazionalista ungherese ammirato da Salvini.

Qualche anno fa, Barca ha girato l’Italia per parlare con la popolazione, proponendo una ristrutturazione completa del Partito democratico per tenere conto delle preoccupazioni della gente. La gerarchia del partito, guidata all’epoca da Matteo Renzi, aveva bocciato le idee di Barca, evidenziando una spaccatura non diversa da quella tra i sostenitori di Bernie Sanders e quelli di Hillary Clinton all’interno del Partito democratico statunitense. “La Lega e il Movimento 5 stelle hanno fatto quello che secondo me doveva fare il Partito democratico”, mi ha spiegato Barca. Oggi l’economista è a capo del think tank Forum on inequality.

È un problema che non sembra vicino alla soluzione. Lo studio di More in Common ha diviso la società italiana in sette segmenti, con la maggior parte degli intervistati che rientra in quello dei “moderati distaccati”, a cui appartiene anche la maggioranza degli elettori del Movimento 5 stelle. Secondo lo studio, per permettere dall’Italia di respingere la xenofobia e il nazionalismo imposti da Salvini, i moderati distaccati dovrebbero in qualche modo attivarsi. Precisamente quello che mi ha detto Soumahoro. “Non sono solo i migranti e i profughi a navigare acque tempestose, ma tutta la società. Se la nave affonda, affondiamo tutti”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale.
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