Attivisti sulla statua di Cristoforo Colombo durante l’arrivo della nave Open Arms nel porto di Barcellona, il 4 luglio 2018.

Barcellona città rifugio per i migranti apre il porto a Open Arms

Attivisti sulla statua di Cristoforo Colombo durante l’arrivo della nave Open Arms nel porto di Barcellona, il 4 luglio 2018.
05 luglio 2018 12:54

Questo articolo fa parte della serie Cronache dal Mediterraneo, il diario di Annalisa Camilli sulla nave impegnata nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo.

Mentre la nave umanitaria Open Arms entra nel porto di Barcellona con sessanta migranti a bordo, dopo quattro giorni di navigazione e 750 miglia nautiche percorse, nel centro della città due attivisti si arrampicano sul monumento a Cristoforo Colombo, una colonna di sessanta metri costruita nel 1888 e diventata uno dei simboli della città.

Nella rotonda davanti al mare e alla fine delle Ramblas gremite di turisti, i due attivisti vestiti di rosso scalano il monumento, poi si siedono sul braccio destro dell’esploratore genovese e tirano fuori un salvagente arancione. “Open arms”, c’è scritto sul salvagente: “Braccia aperte”. La mano di Colombo è tesa e indica il mare, ma anche il nuovo mondo, e il salvagente messo sul suo braccio diventa subito un manifesto.

Alle 11.30 del 4 luglio nel porto di Barcellona comincia lo sbarco delle sessanta persone soccorse al largo della Libia, tra loro cinque donne e cinque minori. La loro odissea finisce nel capoluogo catalano, dopo che sia l’Italia sia Malta avevano negato l’attracco alla nave dell’ong spagnola, che trasportava anche cinque parlamentari europei. Si è trattato del secondo caso in meno di un mese in cui la Spagna ha deciso di intervenire per offrire una soluzione allo stallo tra l’Italia e le navi umanitarie lasciate in alto mare con a bordo i naufraghi appena soccorsi.


Dall’inizio di giugno, con l’insediamento del nuovo governo, l’Italia ha chiuso i porti alle navi delle ong e subito dopo Malta ha preso una decisione simile, impedendo l’ingresso delle navi nel porto della Valletta anche per i rifornimenti. Invece il governo spagnolo sembra voler andare in un’altra direzione. A due settimane dallo sbarco a Valencia della nave Aquarius, il primo ministro Pedro Sánchez ha di nuovo dato l’autorizzazione per aprire ai migranti il porto di una città spagnola.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, dopo aver incontrato l’equipaggio della Open Arms e aver abbracciato il fondatore dell’ong Oscar Camps, ha scandito parole nette: “Salvare vite umane non è una scelta, è un obbligo per l’Europa”. Subito dopo Colau ha detto che “se l’Europa si occupasse di salvare vite come fa Open Arms, si potrebbe evitare la morte di centinaia di persone in mare”.

Per la sindaca, che un anno fa ha convocato la più grande manifestazione europea a favore dei rifugiati, siamo di fronte “a una crisi istituzionale dell’Europa” e non resta che scegliere: “O siamo un posto che accoglie oppure il progetto politico europeo non ha senso, perché tradisce la ragione per cui è nato, cioè la volontà di superare le guerre, la violenza e i conflitti”.

Secondo l’Organizzazione mondiale dell’immigrazione, nell’ultimo anno i morti nella traversata del Mediterraneo sono stati più di mille

Ora che anche la Open Arms è rientrata in porto, nessuna nave umanitaria è rimasta nella zona di ricerca e soccorso davanti alla Libia, dove non si sono fermate le partenze e i naufragi. Dopo che gli era stato negato l’attracco a Malta, l’Aquarius di Sos Méditerranée e Medici senza frontiere è tornata a Marsiglia; la Lifeline e la Iuventa sono state sequestrate e sottoposte a indagini; mentre la SeaWatch 3 e il suo aereo Moonbird sono in stato di fermo a Malta, senza che però siano state comunicate all’equipaggio le motivazioni ufficiali del provvedimento.

Alla stessa Open Arms è stato impedito di attraccare a Malta e in Italia. “Non so come faccia Toninelli a dormire sonni tranquilli”, ha esclamato il fondatore di Open Arms, Oscar Camps, durante una conferenza stampa il 4 luglio, tornando ad accusare la autorità italiane e maltesi di essere responsabili della morte di centinaia di persone per aver allontanato le imbarcazioni umanitarie dalla zona Sar.

Secondo l’Organizzazione mondiale dell’immigrazione (Oim), nell’ultimo anno i morti nella traversata del Mediterraneo sono stati più di mille e il mese di giugno è stato particolarmente drammatico con una mortalità superiore al 9 per cento. Inoltre negli ultimi giorni ci sono stati tre naufragi in cui sarebbero morte più di seicento persone, senza che ci fossero navi di soccorso pronte a intervenire nella zona.

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“Non riesco a non pensare che eravamo così vicini e non siamo potuti intervenire. Questi morti sono una responsabilità di tutti “, ha detto Camps. “Non abbiamo salvato 60 persone, ne abbiamo lasciate morire 34o”. Il fondatore dell’ong ha spiegato che la nave ha intenzione di tornare in mare il prima possibile, ma ha anche aggiunto che la situazione è radicalmente cambiata rispetto al passato e che oramai le ong si trovano in una condizione di isolamento e solitudine.

“In mare non esistono migranti, esistono solo naviganti e naufraghi. E noi soccorriamo i naufraghi, come impone la legge del mare”, ha concluso Camps, un bagnino di Badalona, fondatore nel 2015 dell’ong per il soccorso in mare che ha operato sia in Grecia sia in Italia. Al termine della conferenza stampa l’equipaggio della nave si è stretto attorno al fondatore e ha cominciato a cantare Bella ciao, la canzone dei partigiani italiani. “L’abbiamo cantata spesso anche a bordo insieme alle persone soccorse”, hanno raccontato.

Città rifugio
La scorsa settimana la Spagna ha superato l’Italia per numero di migranti arrivati dal Nordafrica con imbarcazioni di fortuna. Con il tentativo di chiusura della rotta del Mediterraneo centrale a partire dal luglio del 2017, molti migranti originari dell’Africa occidentale hanno preferito intraprendere la rotta occidentale che parte dal Marocco e dall’Algeria per arrivare sulle coste spagnole, invece di passare dalla Libia.

La situazione è particolarmente critica in Andalusia, nel sud del paese, dove ogni giorno sono soccorse centinaia di persone che provano ad attraversare lo stretto di Gibilterra. La situazione sta mettendo a dura prova la capacità ricettiva del paese, che non ha molti centri di accoglienza attivi. Per accogliere le sessanta persone appena sbarcate a Barcellona, il municipio ha aperto un centro sportivo di solito riservato agli atleti.

Iñigo Vila, direttore dell’unità di emergenza della Croce rossa spagnola ha confermato che nel 2017 sono arrivati nel paese 24mila migranti, mentre nei primi sei mesi del 2018 ne sono arrivati già 16mila. “Solo nel mese di giugno ne sono sbarcati 4.867, otto volte quelli che sono arrivati con l’Aquarius a Valencia”, ha detto Vila ai giornalisti. In particolare la città di Barcellona non ha mai smesso di accogliere, ha aggiunto. Dall’arrivo dell’Aquarius a Valencia il 27 giugno, sono stati trasferiti a Barcellona 400 migranti sbarcati sulle coste meridionali della Spagna.

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Nonostante la città abbia una percentuale molto alta di residenti di origine straniera, con tassi registrati del 18 per cento, cioè il doppio della media nazionale, nel febbraio del 2017 150mila persone sono scese in piazza per chiedere di accogliere più rifugiati. “Chiedo da tempo che la città diventi un rifugio per i migranti e i rifugiati”, ha spiegato la sindaca Ada Colau il 4 luglio. Nonostante la presenza notevole e crescente di stranieri, l’ostilità verso di loro non è aumentata e non ci sono stati episodi gravi d’intolleranza in città.

Anche dopo l’attentato terroristico compiuto nel cuore della città da un estremista islamico nell’agosto del 2017, in cui morirono 13 persone, non ci sono stati conflitti con la comunità musulmana locale. “Gli immigrati sono integrati e hanno un impatto positivo sulla città”, ha spiegato Natalia Martínez, consigliera in uno dei municipi cittadini.

Molti immigrati lavorano nel settore turistico e si integrano abbastanza rapidamente anche grazie a un programma municipale lanciato nel 2010 per favorire il multiculturalismo e il rispetto delle differenze religiose e culturali. La sindaca Colau non ha dubbi: i problemi della città sono la mancanza di case popolari o l’eccesso di strutture turistiche non certo, almeno per ora, la presenza degli immigrati.

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