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I libri di Armistead Maupin sono una salvezza

San Francisco, in California, 4 maggio 1967. (Michael Ochs Archives/Getty Images)

A novembre sono stata a Brighton, per assistere a un incontro letterario presentato da Damian Barr al Theatre Royal. In un teatro gremito, Barr ha intervistato Armistead Maupin, di fronte a una platea di settecento spettatori molto gay e molto di una certa età, cioè la mia.

Maupin ha cominciato a scrivere i suoi Racconti di San Francisco a metà degli anni settanta, pubblicandoli a puntate sul San Francisco Chronichle – un episodio al giorno – prima che uscissero in forma di libri. Io ho cominciato a leggerli, insieme a tutti gli altri giovani inglesi, a metà degli anni ottanta, e raccontavano la vita com’era veramente: gli incontri, la scena omosessuale di San Francisco, la politica e la cultura delle celebrità, con i nomi dei divi sostituiti da pseudonimi facilmente individuabili.

Sono libri lucidi e divertenti, come ho avuto modo di riscoprire rileggendoli questa estate. In una delle prime scene, Mary Ann va in una discoteca che si chiama Dance Your Ass Off (Balla finché non schiatti), dove viene tampinata da “un capellone con una camicia da contadino greco” che le chiede “‘Di che segno sei?’. Lei avrebbe voluto rispondergli: ‘Si prega di non disturbare’”.

Maupin è cresciuto nel mondo conservatore del North Carolina, a cui si è totalmente conformato per tutta la prima parte della sua vita, finché non è arrivato a San Francisco dove ha trovato la salvezza e la sua Logical family, come si intitola il suo ultimo romanzo autobiografico. Ho l’impressione che per molti dei presenti tra il pubblico anche i libri di Maupin siano stati una salvezza, una lettura fondamentale nell’era prima di internet.

Forse è proprio questa schietta semplicità della scrittura ad aver reso così popolari i suoi libri

Durante l’intervista, Damian ha citato in particolare un passaggio tratto dai Nuovi racconti di San Francisco, la lettera di Michael Tolliver alla madre, aggiungendo che in molti gli avevano confessato di averla usata come canovaccio per il suo coming out. Scritta a un genitore ancora intollerante, esprime affetto ma anche la ferma determinazione a non lasciarsi intimidire. Il tono non è tanto di sfida quanto di fiera autostima, e Michael scrive alla madre di aver trovato a San Francisco una comunità accogliente:

Uomini e donne, sia etero che omosessuali, che non usano la sessualità per misurare il valore di un altro essere umano. Non sono estremisti o svitati, mamma. Sono commesse e bancari e signore anziane e persone che ti salutano con un cenno del capo e un sorriso quando le incontri sull’autobus.

Forse è proprio questa schietta semplicità della scrittura, credo, ad aver reso così popolari i suoi libri. Sono libri che non hanno paura di guardare in faccia anche altre realtà – dalla sperimentazione sessuale, alla solitudine all’avvento della crisi dell’aids – ma sempre al centro di una cornice inclusiva. Barbary Lane è il luogo in cui gli emarginati trovano un rifugio, è il luogo in cui ci sentiamo a casa e accettati. Leggendo queste storie, forse possiamo tutti provare un senso di nostalgia per una “casa” che non abbiamo mai avuto, per un’immagine idealizzata di famiglia e accoglienza.

E se i libri di Maupin sono un inno a San Francisco, se ne potrebbe scrivere uno simile per Brighton, un’altra città accogliente verso i suoi residenti lgbt. Era Halloween, e le strade erano piene di persone eleganti, anche se non più che in un qualsiasi fine settimana. Alcuni di noi sono andati al Bar Broadway – dove c’erano Streghe malvagie dell’est con la faccia pitturata di verde, Spose cadavere e Frank-N-Furter – e abbiamo cantato sulle basi di commedie musicali.

Per tutta la sera abbiamo continuato a incontrare vecchi amici, alcuni dei quali non vedevamo da anni, cosa che ci ha dato ancora di più l’impressione di una rimpatriata. Sono apparsi i lustrini, che qualcuno ha lanciato per aria e di cui ci siamo ritrovati ricoperti. E finalmente abbiamo fatto il nostro ingresso sulla pista da ballo del Legends, dove abbiamo fatto le ore piccole, mentre il sudore ci incollava i lustrini al viso e ai capelli.

Più tardi, quando sono arrivata a casa, e per diversi giorni, ho continuato a ritrovarmeli dappertutto: dentro i calzini, che erano infilati in un paio di stivali. Perfino dentro al reggiseno. Mi sono chiesta se a un certo punto non mi fossi spogliata nuda. Qualsiasi cosa sembrava possibile.

(Traduzione di Diana Corsini)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

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