Train on the island è un album che vi entra nel corpo senza che ve ne rendiate conto. È intimo in un modo leggermente snervante, come qualcuno che ti parla così vicino da farti sentire il suo alito. La sensazione immediata è di pesantezza unita alla tenerezza; non una pesantezza drammatica, ma del tipo che si accumula lentamente. Alla fine dell’album, ti sembra di aver fatto i conti con un sentimento che era già dentro di te, ma a cui non avevi ancora dato un nome. La voce della cantautrice neozelandese è ferma, il tono è colloquiale così da alleggerire il peso delle parole. Non ci viene chiesto di essere colpiti dal suo dolore, ma di notare il nostro. Gli strumenti rinforzano questa intimità: il piano si muove lento e libero, ripetendosi senza soluzione; le chitarre fluttuano entrando e uscendo, anziché crescere in intensità; le percussioni sono spesso ridotte a battiti più simili al ritmo corporeo. Niente è affrettato. Le canzoni sembrano affidarsi alla quiete, lasciando che siano i piccoli cambiamenti tonali a trasmettere il peso emotivo, anziché i cambiamenti dinamici. Al termine di questo lavoro non resta né un ritornello né un concetto preciso, bensì uno stato d’animo che ci segue per ore. Ci rende più calmi e proiettati verso l’interno, consapevoli dello spazio tra i pensieri. Train on the island non offre catarsi ma una compagnia nell’incertezza. La sua potenza è nel farsi capire senza spiegarsi.
Tuhin Chakrabarti, Northern Transmissions
Questo disco attraversa paesaggi sonori fatti di tradizioni degli xhosa, uno dei gruppi etnici più numerosi in Sudafrica, e avventure digitali con una cura dei dettagli. Layer after layer, brano d’apertura del debutto di Dumama, riflette perfettamente il suo titolo: un raffinato intreccio di percussioni, bordoni d’organo e lampi sintetici che introduce un disco complesso e immersivo. Da subito emerge la voce di Dumama, sospesa tra downtempo evocativo e narrazione spirituale, mentre inglese, sussurri e canti xhosa si fondono in un dialogo continuo. Gli strumenti sono protagonisti assoluti: contrabbasso caldo e avvolgente, sax abrasivo, l’uhadi tradizionale, chitarre e texture elettroniche guidate da Shahzad Ismaily, polistrumentista pachistano-statunitense che ha collaborato con artisti come Yoko Ono, Lou Reed e Arooj Aftab. Al centro del disco c’è il confronto tra Dumama e i suoi antenati, una meditazione sul trauma, sulla memoria e sul modo in cui la comunità nera viene raccontata. Influenzata da Miriam Makeba, Sudan Archives e FKA twigs, Dumama costruisce un’opera dove folk futurista ed elettronica sperimentale convivono.Towards an expanse è un’esperienza poetica e contemporanea.
April Clare Welsh, Bandcamp Daily
Ava Bahari è una grande narratrice. La violinista svedese suona con una pulizia di suono straordinaria, e se dovessi dire cosa rende speciale questa esecuzione di un frequentatissimo concerto per violino è l’importanza che dà a ogni frase, che sia parte del canto o furia pirotecnica. Non c’è niente di casuale, ogni nota ha un obiettivo. È anche espansiva nel senso migliore del termine con un rubato sempre naturale. I suoi compagni in questa esecuzione – l’orchestra sinfonica di Göteborg e il direttore Santtu-Matias Rouvali – sono sulla stessa lunghezza d’onda, scolpendo i contorni frastagliati della musica con drammatica austerità e trasformando i momenti quieti in un silenzio assordante. La suite Lemminkäinen vive in un paesaggio simile, e gli epici miti tratti dalle pagine del Kalevala permettono un racconto ancora più preciso nei dettagli, dal vigore dell’eroe nelle Fanciulle dell’isola a un Cigno di Tuonela cupamente casto. C’è la sensazione di sentire musicisti nel loro elemento: Bahari, Rouvali e l’orchestra hanno trovato una collaborazione perfetta.
Edward Seckerson, Gramophone
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