Dopo il flashmob arriva l’hashmob, una folla virtuale che si incontra su Twitter. Unita intorno a una parola chiave, la settimana scorsa ha sferrato un attacco ad Amazon. Parla Nicholas Carr.
Nel caso non l’abbiate mai sentito, il termine flashmob indica un gruppo di persone che si riunisce all’improvviso in un luogo pubblico per inscenare brevi azioni insolite e poi si disperde rapidamente. La parola, come spiega Wikipedia, “si riferisce di solito a eventi organizzati attraverso i social network o le email, e che non hanno scopi pubblicitari”.
I flashmob hanno raggiunto una certa notorietà a metà di questo decennio: se non sbaglio erano molto popolari in Finlandia. Ma avevano due punti deboli: i partecipanti dovevano uscire di casa e bisognava per forza far parte di un flashmob. Ed è qui che entra in campo l’hashmob: il concetto è quello del flashmob, ma trasferito nel mondo virtuale di Twitter.
Il nome viene da hashtag, che indica le parole chiave precedute dal simbolo # usate per categorizzare i messaggi pubblicati su Twitter: per esempio, #obama. Chi è interessato a un particolare argomento segue tutti i messaggi che contengono quella parola.
In questo modo non bisogna guardare fuori dalla finestra per capire che tempo farà e non è più necessario trovarsi in prossimità di un altro membro del gruppo. Gli hashmob si riuniscono virtualmente, anche se il fenomeno è stato generato dalla stessa isteria di massa che aveva accompagnato i flashmob.
Illustre pentito
Un tipico esempio di hashmob è quello che, pochi giorni fa, si è riunito sotto la parola chiave #amazonfail. A causa di un problema di catalogazione dei libri, Amazon aveva rimosso temporaneamente i libri della categoria gay-lesbo dalle sue classifiche di vendite.
La notizia ha fatto subito il giro della rete e poco dopo un flusso di messaggi targati #amazonfail ha cominciato a scorrere su Twitter. Ben presto si è trasformato in un torrente in piena, con migliaia di messaggi all’ora.
In due giorni #amazonfail ha sferrato un vero attacco ad Amazon, diffondendo numerose e fantasiose teorie cospirative (la più ridicola sosteneva che Amazon fa parte di una cabala anti-omosessuale capeggiata dai mormoni).
Poiché i giornalisti sono tra i più avidi consumatori di Twitter, #amazonfail ha ricevuto un’enorme attenzione da parte dei media. Poi, quando tutti si sono resi conto che quella reazione era sproporzionata, il gruppo virtuale si è lentamente disperso.
Se non ci siete abituati, sappiate che dopo una giornata di hashmobbery è normale provare un po’ di rimorso. Uno dei sostenitori di #amazonfail, Clay Shirky, ha raccontato sul suo blog di essersi pentito.
“È stato un evento importante, ma non riesco a raccontarlo in modo distaccato perché ero uno dei partecipanti più entusiasti. Avevo torto, perché ho creduto a delle bugie. Ho sbagliato, ma ancora più imperdonabile è continuare a nutrire sospetti nei confronti di Amazon. Possono aver fatto qualche stupidaggine, ma non è il caso di metterli alla gogna. I problemi legati ai sistemi di catalogazione esistono da sempre. Lo sappiamo tutti, eppure non vogliamo cambiare idea perché abbiamo perso la fiducia: siamo convinti che Amazon abbia sbagliato, anche se sappiamo benissimo che non ha fatto nulla di quello che credevamo”.
Bill Thompson, blogger della Bbc, è più inflessibile: “Amazon ha dichiarato che l’episodio è stato solo un errore e che non riflette affatto una nuova politica aziendale. Mi piacerebbe credere che non volevano censurare i libri che parlano di gay, lesbiche, transessuali o bisessuali… Ma la fiducia che molti di noi nutrivano nei confronti di Amazon si è incrinata, e ci vorrà molto tempo per rimarginare la ferita”.
Fortunatamente per Amazon, su internet “molto tempo” equivale a cinque minuti d’orologio. Essere vittima di un attacco virtuale non è piacevole, ma Amazon non avrà nessun danno permanente. È stata solo una tempesta in un bicchiere virtuale, una piccola increspatura nel torrente.
NICHOLAS CARR è un giornalista americano che si occupa di tecnologia e cultura. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Il lato oscuro della rete. Libertà, sicurezza, privacy (Etas 2008). Ha 50 anni. Questo articolo è uscito sul suo blog con il titolo Hashmobs.









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