europa 1 giugno 2009

La voce dei ventisette

Internazionale ha chiesto ai giornalisti europei di raccontare la vigilia del voto nel loro paese. Ne è venuta fuori un’istantanea del panorama politico e culturale del vecchio continente.

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Austria. Un’offensiva populista
L’Austria è un’isola di felicità, mentre l’Unione europea è il bersaglio su cui gli austriaci sfogano il loro malcontento. Anche quando non c’è una campagna elettorale in corso, questa è una costante. Perciò nessuno dei partiti ha interesse a offrire un’immagine positiva delle istituzioni comunitarie. “Europa sì, ma…”, è lo slogan condiviso da tutti: socialdemocratici, popolari, populisti dell’Fpö e del Bzö, e perfino dai verdi. Secondo tutta l’opinione pubblica, le istituzioni comunitarie hanno molti difetti e andrebbero profondamente riformate. Ma nessuno vuole uscire dall’Unione, nemmeno quel venti per cento di austriaci che regolarmente nei sondaggi dell’Eurobarometro definisce “un fatto negativo” l’appartenenza all’Ue. Una peculiarità tutta austriaca è il fatto che un giornale molto diffuso ha deciso di appoggiare la candidatura di un euroribelle. Ogni giorno la Kronen Zeitung di Hans Dichand dedica grande spazio alla campagna di Hans-Peter Martin contro Bruxelles e le sue istituzioni. E critica duramente altri aspetti della politica europea: in particolare le norme sul diritto d’asilo, le frontiere aperte, la criminalità, l’eccessiva influenza degli stranieri e l’ossessione antinuclearista. Le obiezioni a queste critiche superficiali – l’Austria è stata il primo paese a trarre vantaggio dall’ampliamento dell’Ue – si perdono nel frastuono delle grida dei populisti.–Christoph Prantner, Der Standard

belgio

Belgio. Niente Europa per i belgi
L’Europa è completamente assente dal dibattito politico in Belgio. Eppure, dopo un inizio in sordina, la campagna elettorale per il voto del 7 giugno si è animata. A riaccendere le polemiche, dopo mesi di relativa calma, è stato un nuovo scandalo. Un giornale ha rivelato che il ministro socialista della sanità, Didier Donfut, guadagnava un extra di 13mila euro al mese facendo consulenze per società private. I liberali hanno attaccato duramente i socialisti, con cui sono alleati al governo federale. Il rischio di innescare una crisi è stato evitato solo grazie all’intervento del premier Herman Van Rompuy. Come se non bastasse, subito dopo è scoppiata anche un’altra grana. Le autorità fiamminghe si sono rifiutate di inviare i certificati elettorali ai cittadini che parlano francese. A risolvere l’impasse è stato un borgomastro francofono, che ha stampato i documenti in francese e li ha spediti a tutti. La campagna elettorale ha guadagnato interesse e vivacità. Ma una cosa è certa: nella capitale europea non si parla d’Europa.–Bernard Demonty, Le Soir

bulgaria

Bulgaria. Il paradosso di Sofia
In Bulgaria c’è un paradosso unico in Europa: la fiducia della società nei confronti dell’Ue è cresciuta quando Bruxelles ha imposto delle sanzioni al paese. In quel momento l’Ue è riuscita a dare una speranza agli elettori bulgari, che si sentono impotenti di fronte a una classe politica al potere da vent’anni. I governi cambiano, ma il sistema di corruzione, criminalità organizzata e impunità sopravvive. Disgustata dai comportamenti mafiosi del governo, nel luglio del 2008 l’opinione pubblica bulgara ha accolto senza scomporsi la decisione di Bruxelles di congelare 825 milioni di euro destinati a Sofia. Non avendo mai ricavato nessun beneficio dai fondi europei, i bulgari hanno pensato che la mossa di Bruxelles danneggiasse solo le cerchie vicine al potere. Per questo la decisione dell’Ue di sbloccare 115 milioni di euro, senza prendere provvedimenti contro chi in passato si era impossessato dei fondi comunitari, è stata una delusione. La voglia dei bulgari di andare alle urne era già poca, ma dopo quest’episodio è praticamente scomparsa. Molti sono convinti che tra i vertici europei e il governo bulgaro ci sia un patto: in cambio dei soldi, Sofia voterà a favore della rielezione del commissario Barroso.–Svetoslav Terziev, Sega

cipro

Cipro. La battaglia delle preferenze
Due sono i temi principali nella campagna elettorale per le europee a Nicosia: la nuova fase in cui è entrata la questione cipriota e il ruolo di mediazione svolto dell’Unione europea. L’opposizione liberale accusa i comunisti dell’Akel, al governo, di non sfruttare a dovere l’appoggio di Bruxelles, e chiede l’adesione al programma Partnership for peace della Nato. Sul piano economico, le conseguenze della crisi non si sono ancora fatte sentire, ma già si discute sui provvedimenti da prendere dopo l’estate per rimediare a un’eventuale diminuzione del turismo. Molti criticano le banche, che non sembrano intenzionate ad abbassare i tassi di interesse, alti da mesi. Lo scontro politico più duro, in ogni caso, sarà quello tra i diversi candidati di uno stesso partito. Sulla scheda, infatti, sarà possibile esprimere le preferenze, e i sei eurodeputati ciprioti saranno eletti con il sistema proporzionale.–Katerina Nicholaou, Kype

danimarca

Danimarca. I valori dei danesi
Anche se la Danimarca è nell’Unione europea da 36 anni, i danesi non hanno ancora accettato l’idea dell’Europa unita. Alla fine ogni voto è un referendum pro o contro l’Ue. Finora la sinistra e il centrosinistra sono sempre stati contrari all’Europa. In questa campagna elettorale, però, le voci euroscettiche si trovano anche nei partiti di centrodestra. Per esempio tra i liberali e tra i conservatori, di solito europeisti. Jens Rohde, il capolista dei liberali del Venstre, il principale partito danese, ha basato la sua campagna elettorale sui valori nazionali. “Non vorrei essere il portavoce dell’europarlamento in Danimarca, ma il portavoce dei danesi in Europa”, dice Rohde. Con lo slogan “ridateci la Danimarca”, i conservatori del Dansk folkeparti (Partito popolare danese) cercano di convincere gli elettori che la Danimarca sarebbe più indipendente se non stesse nell’Ue. Bendt Bendtsen, l’ex vicepremier capolista dei conservatori alle europee, ha cominciato la sua campagna elettorale opponendosi all’ingresso della Turchia nell’Ue. Molti danesi non conoscono i candidati. Secondo una ricerca, solo un terzo degli elettori conosce il capolista dei socialdemocratici, Dan Jørgensen. Eppure, è l’unico dei candidati principali con una certa esperienza in Europa, dato che è già stato cinque anni a Strasburgo.–Jette Elbæk Maressa, Jyllands-Posten

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Estonia. Le domande degli elettori
Per l’Estonia le elezioni europee non potevano arrivare in un momento peggiore. La contrazione dell’economia è stata del 10, forse del 15 per cento; il tasso di disoccupazione raggiungerà il 10 per cento entro il 2009; le finanze pubbliche sono in crisi e il governo fatica a restare unito. In questa situazione gli estoni non sembrano interessati alle politiche comunitarie sul cambiamento climatico, l’immigrazione e la sicurezza energetica. Quello che chiedono è un piano del governo che faccia tornare nel paese gli investitori stranieri, crei posti di lavoro e incoraggi la nascita di nuove imprese. Difficilmente i futuri eurodeputati riusciranno a raggiungere questi obiettivi. E gli elettori lo sanno: anche per questo il dibattito sul voto è quasi assente e di campagna elettorale non c’è quasi traccia. Gli estoni potrebbero decidere di andare alle urne solo per dare un giudizio sulla politica del governo nazionale, ma anche questo è improbabile. Alle elezioni europee del 2004 partecipò appena il 27 per cento degli elettori.–Raimo Poom, Eesti Päevaleht

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Finlandia. I vantaggi della moneta unica
La crisi finanziaria ha colpito duramente anche la Finlandia. Dopo anni di sviluppo a ritmi sostenuti, oggi l’economia del paese è in recessione. A settembre si pensava ancora che la crescita potesse continuare anche nel 2009, ma nel frattempo lo scenario è cambiato. Secondo le previsioni più aggiornate la contrazione dell’economia sarà del 5-6 per cento. La ricchezza della Finlandia dipende in gran parte dalle esportazioni, che costituiscono il 45 per cento del suo pil. E sembra piuttosto soddisfatta dell’euro, nonostante l’aumento della disoccupazione, arrivata all’8,2 per cento. Secondo l’opinione pubblica e gli economisti, la moneta unica ha prodotto molti vantaggi. Forse è ancora troppo presto per esprimere un giudizio definitivo, ma senza l’Europa e l’euro negli ultimi dieci anni il percorso compiuto dalla Finlandia sarebbe stato molto più accidentato. Le elezioni per il parlamento europeo, tuttavia, non sono al centro dell’attenzione degli elettori. I finlandesi sono troppo pigri per partecipare a un voto di cui sanno poco. Nel 2004 l’affluenza è stata del 41 per cento, e anche questa volta l’interesse per Strasburgo è bassissimo.–Janne Virkkunen, Helsingin Sanomat

francia

Francia. La sfida di Bayrou
Raramente in Francia una campagna elettorale è stata più noiosa di quella per le europee del 7 giugno. Come negli altri paesi dell’Ue, anche qui l’astensione è in crescita e potrebbe raggiungere il livello record del 57 per cento. Un paradosso, visto che i poteri del parlamento europeo sono sempre più ampi. L’unica cosa che appassiona l’opinione pubblica è scoprire quanti voti otterranno l’Ump, il partito di Nicolas Sarkozy, i centristi del Modem di François Bayrou e i socialisti di Martine Aubry. Secondo i sondaggi, il partito del presidente potrebbe arrivare al 28 per cento, aumentando così il divario con il Ps, che resterebbe cinque punti più indietro. Bayrou, a questo punto, potrebbe perfino superare i socialisti e proporsi come la vera alternativa a Sarkozy. Quanto alla Aubry, eletta alla guida del Partito socialista dopo un duello sul filo di lana con Ségolène Royal, in queste elezioni si gioca la sua sopravvivenza politica. Comunque sia, anche se tutti sembrano dimenticarsene, quello europeo è un voto atipico, e in Francia solo di rado anticipa i risultati delle consultazioni politiche.–Marc Semo, Libération

germania

Germania. Ricchi e liberi grazie all’Europa
La Germania ha ottenuto grandi vantaggi dall’Unione europea. E non solo sul piano economico. L’Unione è nata anche per vincolare i tedeschi all’interno di una comunità vasta e plurinazionale e per evitare la rinascita del nazionalismo. Oggi la Germania è più ricca che mai ed è lo stato più potente d’Europa. Se è arrivata a questo punto, è anche perché a tutti è apparso chiaro che i tedeschi non erano più una pericolosa potenza militare. Per gran parte della vecchia generazione questo cambiamento è stato forse un’umiliazione, ma chi è nato dopo la seconda guerra mondiale lo considera senz’altro una fortuna. A cambiare, infatti, non è stata solo la Germania. Sono cambiati anche i tedeschi: oggi l’ordine non è più un valore assoluto. Lo scopo dei tedeschi non è più diventare duri come l’acciaio della Krupp. Di questo dobbiamo ringraziare l’Europa. E l’Europa deve ringraziare gli Stati Uniti.–Arno Widmann, Frankfurter Rundschau

granbretagna

Gran Bretagna. Westminster è più importante
In Gran Bretagna si parla solo dello scandalo dei rimborsi spesa ai deputati. Di solito uno scandalo dura pochi giorni, finché qualche politico non viene travolto. In questo caso, invece, si va avanti da settimane, e sono a rischio decine o addirittura centinaia di carriere. Intanto le elezioni europee passano quasi inosservate. D’altronde il voto per Strasburgo è preso poco sul serio anche quando non ci sono scandali. In parte perché i britannici sono isolani e sono ancora convinti che Bruxelles conti meno di Westminster. Ma soprattutto perché le elezioni sono semplicemente un’occasione per tirare un colpo basso ai grandi partiti nazionali. Nel 2004, per esempio, gli euroscettici dello United Kingdom independence party (Ukip) hanno ottenuto il 17 per cento dei voti, mentre alle elezioni politiche dell’anno seguente si sono fermati al 2 per cento. L’abitudine di favorire i partiti più piccoli alle elezioni europee e la sfiducia totale nei confronti dei politici generata dallo scandalo dei rimborsi fanno pensare che a ricavarne un vantaggio saranno soprattutto alcune valide alternative ai grandi partiti (i Verdi) e gli estremisti del British national party (Bnp).–Tobias Jones

grecia

Grecia. Due dinastie al potere
Alla vigilia delle elezioni del 7 giugno i politici greci non fanno che criticarsi a vicenda, secondo un’abitudine consolidata. Gli elettori, però, guardano con distacco al voto per l’europarlamento. Il paese, del resto, ha un rapporto complesso con l’Ue: capita spesso che Atene non rispetti le norme europee, specialmente in materia di tutela ambientale. Secondo i sondaggi, Nuova democrazia (il partito al governo, di centrodestra) ha qualche punto di ritardo sui socialisti del Pasok. Al potere da cinque anni, il premier Costas Karamanlis ha dovuto fare i conti con una serie di scandali e soprattutto con l’inquietudine che, dopo i violenti scontri di dicembre, ha colpito l’intera società greca. Il primo avversario di Karamanlis è il leader socialista George Papandreou. I due appartengono alle più importanti dinastie politiche greche del dopoguerra, che sull’Europa hanno avuto posizioni diverse: Konstantinos Karamanlis – zio del premier attuale, fondatore di Nuova democrazia e per anni primo ministro – era favorevole all’ingresso di Atene nella Cee, mentre il padre di Papandreou, anch’egli primo ministro e fondatore del Pasok, voleva che la Grecia uscisse dall’Europa e dalla Nato. Ma i protagonisti della vita pubblica non sono solo Nuova democrazia e Pasok. Anche i partiti minori cercano di accaparrarsi qualche seggio a Strasburgo. Secondo gli ultimi sondaggi, la sinistra di Syriza prenderà il 9 per cento dei voti, mentre il Partito comunista (Kke) dovrebbe arrivare all’8 e i populisti del Laos al 5 per cento.–Joanna Kakissis, Kathimerini

irlanda

Irlanda. Sconfitta annunciata
Con l’avvicinarsi delle elezioni – amministrative ed europee – gli irlandesi discutono soprattutto di due argomenti: le responsabilità del governo del Fianna Fáil nella crisi economica e le sue reazioni alla recessione. Il voto del 5 giugno sarà un banco di prova per stabilire quanti consensi raccolgono i partiti più importanti. Per ora tutti gli indizi lasciano pensare che il governo abbia perso il favore di una consistente fetta della popolazione, a vantaggio delle principali forze d’opposizione: il Fine Gael e i laburisti. Qualcuno ha notato che sui manifesti del Fianna Fáil il nome del partito è scritto con caratteri minuscoli, ed è molto più piccolo di quello dei candidati. Il partito del premier Brian Cowen sembra quasi sperare che gli elettori facciano le loro scelte senza far caso alla lista in cui si presentano i candidati. Il Partito laburista e il Fine Gael, invece, non temono di esporsi e fanno una campagna più aggressiva. L’opinione pubblica è furiosa per i recenti scandali finanziari e per la cattiva gestione dell’economia. Non è difficile prevedere una netta sconfitta del Fianna Fáil tanto alle europee quanto alle elezioni amministrative.–Emily Hourican, The Dubliner

italia

Italia. Il paese delle anomalie
Di cosa si discute in Italia a pochi giorni dal voto? Non si discute. Si litiga in un’atmosfera artificiosamente incandescente. L’Italia non cambia mai. Dopo quindici anni Berlusconi insulta ancora i giudici, si proclama vittima di una congiura della stampa e dice che il parlamento è inutile. Il pil cala del 6 per cento e il rapporto tra debito pubblico e pil sta per raggiungere il 120 per cento? Niente paura, dice Berlusconi: “C’è stato un diluvio, ma tutto è tornato come prima, meglio di prima”. Tutto come sempre, quindi. Con veleni e veline che dominano la scena. Con il quotidiano tormentone di Noemi. Con un paese spensierato dove Berlusconi si candida in tutte le circoscrizioni per un mandato incompatibile con la sua carica. Un fatto grottesco, impensabile nel resto dell’Ue. Il fatto che faccia lo stesso il suo più acceso accusatore, Antonio Di Pietro, conferma che l’Italia è il paese delle anomalie. Allergico alle regole. A Strasburgo Berlusconi aveva il record assoluto di assenze, seguito dal suo amico Marcello Dell’Utri. Ma in un paese stregato dalle veline questi fatti non interessano a nessuno.–Gerhard Mumelter, Der Standard

lettonia

Lettonia. Promesse inutili e bisogni reali
Cos’hanno in comune l’ex leader della Lettonia comunista che nel 1990 si oppose all’indipendenza del paese, il capo della destra nazionalista e l’astro nascente della politica lettone? Semplice: il programma elettorale. In questi giorni a Riga si discute di un solo argomento: come uscire dalla crisi. E tutti i leader politici cercano di convincere gli elettori che, una volta eletti all’europarlamento, si impegneranno per allentare i criteri di Maastricht, accelerare l’ingresso di Riga nella zona euro e ottenere sostegni economici maggiori per l’agricoltura. Perfino le figure più rispettate fanno promesse che il parlamento europeo non potrà mantenere: creare nuovi posti di lavoro, attrarre investitori stranieri o attenuare i vincoli burocratici imposti dall’Ue. In ogni modo, il voto europeo è messo in secondo piano dalle elezioni comunali, che si terranno negli stessi giorni. Non c’è da stupirsi che gli elettori prestino molta più attenzione alle questioni locali. La maggior parte dei lettoni, infatti, è convinta che il parlamento di Strasburgo non conti nulla e che gli eurodeputati servano solo a sprecare il denaro degli europei.–Gunta Sloga, Diena

lituania

Lituania. Candidati di prestigio
Immaginate che Umberto Eco annunci la sua decisione di candidarsi al parlamento europeo. Sarebbe un’ottima notizia, no? Ebbene, in Lituania il professor Leonidas Donskis, il nostro Eco, ha deciso di farlo. Come Vytautas Landsbergis, anch’egli professore e primo presidente della Lituania indipendente. Landsbergis è già deputato del parlamento europeo, e dovrebbe essere rieletto, considerato il successo ottenuto dal suo partito alle elezioni legislative dello scorso autunno. Quel voto e la recessione degli ultimi mesi hanno svuotato le casse pubbliche, e oggi gli elettori contestano i piani varati dal governo contro la crisi. Per accattivarsi l’opinione pubblica i leader politici lanciano messaggi elettorali di facile presa e spesso semplicistici: “Avete paura dei prodotti geneticamente modificati? Andate a votare per il parlamento europeo. Scegliete cosa volete mangiare”. Più che del voto europeo, però, nelle scorse settimane i lituani si sono occupati dell’elezione della nuova presidente, Dalia Grybauskaite, e della crisi economica. A conti fatti i partiti sembrano più interessati a difendere i loro seggi al parlamento di Vilnius che a lottare per arrivare a Bruxelles e a Strasburgo.–Arturas Puceta, Lietuvos Rytas

lussemburgo

Lussemburgo. Due schede, due parlamenti
In Lussemburgo il 7 giugno sarà soprattutto il giorno delle elezioni politiche. Oltre ai sei rappresentanti lussemburghesi all’europarlamento, gli abitanti del Granducato sceglieranno anche i loro 60 deputati nazionali. Secondo i sondaggi, i democristiani (Csv) del primo ministro Jean-Claude Juncker conserveranno la maggioranza, e rimarranno al governo con gli alleati socialdemocratici dell’Lsap. Questa grande coalizione, al governo dal 2004, ha varato da poco un piano anticrisi da un miliardo di euro. Ed è proprio la crisi il tema centrale della campagna elettorale. Le turbolenze dei mercati finanziari internazionali hanno avuto conseguenze anche in Lussemburgo, dove le preoccupazioni principali riguardano il lavoro e il welfare. Il 16 maggio i sindacati hanno organizzato una manifestazione contro lo smantellamento dello stato sociale. C’erano più di ventimila persone. Il messaggio è stato recepito immediatamente dai leader politici: per accorgersene basta dare un’occhiata ai programmi elettorali. Redistribuzione della ricchezza, garanzie per i più deboli, misure per rilanciare l’economia: sono queste le parole d’ordine di tutti i partiti. Ma la vivacità della campagna elettorale non è legata al voto europeo: sono state le elezioni nazionali ad accendere il dibattito.–Marc Glesener, Luxemburger Wort

malta

Malta. Il nodo degli immigrati
La maggior parte dei 33 candidati maltesi all’europarlamento arrivano dal Partito nazionalista (Pn), al governo, dal Partito laburista (Pl) e da Alternattiva democratika (Ad). La lotta all’immigrazione illegale e alla disoccupazione sono i cavalli di battaglia dei nazionalisti, mentre i laburisti puntano su questioni interne come il costo della vita e l’aumento delle tariffe di acqua e corrente elettrica. Come si è visto durante le recenti tensioni con l’Italia, Malta continuerà a soccorrere i naviganti in pericolo, che però dovranno poi essere scortati fino al porto più vicino nel rispetto degli obblighi marittimi internazionali. Nei centri di detenzione dell’isola, che è lo stato dell’Ue più densamente popolato, ci sono già cinquemila immigrati irregolari.–Matthew Xuereb, Times of Malta

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Paesi Bassi. L’enigma Wilders
Nei Paesi Bassi ci sono ancora gli schiavi. Sono alcune decine di lavoratori stagionali romeni, impiegati nella raccolta degli asparagi nel sud del paese, pagati una miseria e costretti a lavorare fino a venti ore al giorno. È questa la notizia che ha fatto più scalpore negli ultimi giorni. Per il resto l’opinione pubblica si occupa delle solite cose. Gli esami si avvicinano e si torna a parlare della qualità della scuola, messa in crisi dai continui cambiamenti degli ultimi anni. Geert Wilders, il politico populista che odia l’islam, è sempre in primo piano. Secondo i sondaggi, il suo partito sarà il più votato alle elezioni europee. È giusto – si chiedono gli altri partiti – escluderlo a priori da ogni coalizione di governo? La crisi economica si fa sentire, e la decisione di concedere i bonus anche ai manager della Shell che non hanno ottenuto i risultati previsti è stata molto contestata. Il mercato ha perso la sua sacralità. Si parla molto anche di letteratura, o meglio di un libro in particolare, in gara per un importante premio letterario. Il protagonista non fa che correre dietro alle prosperose donne nere del Suriname, ex colonia olandese. Un esempio di integrazione o di sessismo colonialista?–Marc Leijendekker, Nrc Handelsblad

romania

Romania. Se Bruxelles è lontana
Per le strade delle città romene non ci sono molti manifesti elettorali, e neanche in tv c’è traccia della campagna per l’europarlamento. Il motivo è la crisi economica, sostiene qualcuno. In realtà i politici non si interessano al voto del 7 giugno: per loro queste elezioni sono solo una tappa in vista delle presidenziali di novembre. Così i temi del dibattito politico sono tutti interni: le misure contro la crisi, la riforma delle pensioni e degli stipendi nel settore pubblico, le tasse. Gli slogan si riducono a una promessa, fatta sia dalla destra sia dalla sinistra: rappresentare gli interessi dei cittadini romeni a Bruxelles. Ogni tanto qualcuno parla di fondi europei, politiche agricole o fonti alternative di energia, ma nel chiasso generale queste voci faticano a farsi sentire. Secondo i sondaggi andrà a votare meno di un terzo degli elettori. Monica Macovei, candidata del Partito democratico-liberale, è stata ministro della giustizia e ha provato a mettere a punto una profonda riforma del sistema giudiziario, resistendo con dignità a tutte le pressioni politiche di chi non voleva cambiare nulla. “Non siamo abituati a discutere di questioni europee”, ha detto di recente. Ancora una volta ha ragione.–Mircea Vasilescu, Dilema Veche

polonia

Polonia. Libertas e Lech Walesa
Le elezioni europee non avrebbero assunto tanta importanza per i polacchi se non fosse stato per la presa di posizione di Lech Walesa, sostenitore del partito euroscettico Libertas. L’ex presidente della repubblica, leggenda del sindacato Solidarnosc e premio Nobel per la pace, è intervenuto nei due incontri organizzati da Libertas a Roma e a Madrid, attirandosi le critiche di gran parte dei commentatori e dei politici polacchi. Walesa è accusato di rovinare l’immagine della Polonia all’estero. Secondo alcuni, il leader populista Declan Ganley lo avrebbe ricompensato con centomila euro a discorso. Interpellato sull’argomento, il milionario irlandese ha preferito non rispondere. Nel frattempo Walesa ha affermato di condividere la diagnosi di Libertas sui mali dell’Ue, anche se ha chiarito di non approvare le cure proposte. È un peccato che uno dei pochi polacchi famosi in tutto il mondo abbia deciso di servire una causa che, almeno in Polonia, fa presa solo su personaggi politici minori e di scarso profilo. Come dice Robert Krassowski, direttore del quotidiano Dziennik, Walesa è “un tesoro nazionale e allo stesso tempo una fonte di problemi per il paese”.–Maciej Zglinicki, Forum

portogallo

Portogallo. Uno scandalo in primo piano
Giornali e tv portoghesi parlano molto d’Europa in questi giorni. Innanzitutto si discute della conferma di Lopes de Mota alla presidenza di Eurojust, l’agenzia europea per il coordinamento giudiziario. Mota è ancora al suo posto nonostante sia coinvolto in un caso di corruzione che ha toccato anche il primo ministro José Sócrates. Poi c’è la rielezione di José Manuel Durão Barroso alla guida della Commissione europea, che secondo un recente sondaggio è appoggiata dal 73,5 per cento dei portoghesi. Un altro tema di discussione è il cattivo stato dell’economia portoghese, con la disoccupazione che potrebbe toccare l’8,8 per cento e il rapporto tra deficit e pil che è arrivato al 5,9 per cento. Si parla molto anche dell’ingresso della Turchia nell’Ue, appoggiato dal presidente della repubblica ma non dai conservatori del Partito popolare, e della rivolta scoppiata in un quartiere periferico di Setúbal dopo l’uccisione di un giovane da parte della polizia. Un episodio che fa temere conseguenze simili a quelle che ci sono state in Francia e in Grecia. Il voto europeo, tuttavia, è considerato soprattutto un test in vista delle politiche di fine anno. Secondo i sondaggi la maggioranza dovrebbe andare ai socialisti, ma l’astensione potrebbe superare il 60 per cento ancora una volta, come succede regolarmente dal 1994.–Nuno Pacheco, Público

repubblicaceca

Repubblica Ceca. I ticket della discordia
Sanità pubblica e ticket: sono questi gli argomenti che oggi appassionano di più l’opinione pubblica ceca. Introdotti nel 2007 dal governo di Mirek Topolánek, i ticket per le visite specialistiche hanno portato decine di milioni di euro nelle casse dello stato, liberando risorse per l’assistenza pubblica ai malati più gravi. Dall’anno scorso, però, l’opposizione chiede che siano eliminati. E dopo diversi tentativi di riforma, nelle ultime settimane in parlamento si è creata una situazione paradossale: venerdì 15 maggio i deputati hanno votato due provvedimenti opposti, che rischiano di entrare in vigore insieme. Il risultato è che oggi per gli ammalati le cose sono più complicate di prima. Inoltre per il 2010 il governo prevede tagli alle spesa pubblica per circa 800 milioni di euro. Se i ticket, che sono di 30 corone, poco più di un euro, saranno eliminati, né il partito di Topolánek né i socialdemocratici li reintrodurranno presto.–Martina Buláková, Mlada Fronta Dnes

slovacchia

Slovacchia. Dai sogni al cinismo
Venti anni fa la Cecoslovacchia era ancora un paese comunista. Già allora, però, al comunismo credevano in pochi. Nel nostro paese l’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Europa occidentale era considerata il simbolo della libertà e della prosperità. Era il nostro sogno proibito. Poi, nel giro di due anni, il regime comunista è crollato ed è scomparsa anche la Cecoslovacchia. A condannarla a morte sono stati i comunisti travestiti da nazionalisti, che volevano sostituire la dittatura del proletariato con il potere del denaro. Il furto compiuto con le privatizzazioni degli anni novanta ha gettato una luce sinistra su parole come mercato e capitalismo. Da allora molti considerano l’occidente non più uno spazio di libertà, ma un’arena brutale dove tutti sono impegnati ad arraffare denaro. Negli ultimi anni è cambiato anche il modo di guardare all’Europa: era il sogno di tutti, è diventata un’opportunità redditizia per pochi. Secondo gli slovacchi, l’Ue serve solo a elargire fondi su cui i politici locali cercheranno di mettere le mani in tutti i modi. È in questo clima che si stanno per svolgere le più noiose tra tutte le elezioni, quelle per l’europarlamento. I candidati sono quasi tutti personaggi politici al tramonto, che i partiti vogliono togliersi dai piedi per qualche anno. Per gli slovacchi l’Europa dei sogni si è trasformata nell’Europa del cinismo.–Stefan Hrib, Tyzden

slovenia

Slovenia. Confini da stabilire
Per i politici sloveni, andare al parlamento europeo non sarà facile: i seggi disponibili sono solo sette. I temi della campagna elettorale sono soprattutto due. Il primo è la crisi globale. Il premier Borut Pahor è accusato di aver preso misure insufficienti e troppo timide: solo qualche incentivo alla crescita e tagli alla spesa pubblica. L’altra questione di cui si discute è la disputa sui confini con la Croazia. L’europarlamentare sloveno Jelko Kacin ha dichiarato che lo sblocco dei negoziati per l’ingresso della Croazia nell’Ue sarà possibile solo quando Zagabria avrà ritirato i documenti che “pregiudicano la definizione dei confini”. Ancora più duro è stato Ivo Vajgl, il capolista del partito di centrosinistra Zares. Commentando le ultime affermazioni del presidente croato Stjepan Mesic, secondo cui il nodo verrà sciolto in base al diritto internazionale, Vajgl ha affermato: “La soluzione del problema dei confini è ancora lontana, com’è lontana l’entrata di Zagabria nell’Ue”, ha detto.–Andrej Savko, Radio Koper

spagna

Spagna. Nel vortice delle notizie
Nella tv spagnola c’è di tutto: la sconfitta a Eurovision, che è stata quasi una tragedia nazionale; i casi di corruzione nel Partito popolare; la sentenza sull’incidente dello Yak-42, causato dal cattivo stato del velivolo e costato la vita nel 2003 a 62 militari (i loro corpi, tra l’altro, non furono identificati correttamente per la fretta di celebrare i funerali di stato). E poi: i socialisti che presentano misure anticrisi originariamente concepite dai popolari; popolari che, per complicare le cose, si rifiutano di appoggiarle; la crisi dell’economia, che sta assumendo proporzioni gigantesche. E ancora: la possibile fusione delle due tv nazionali più giovani e il ritorno di Florentino Pérez alla presidenza del Real Madrid, con un piano di investimenti da 300 milioni di euro per tornare a sfidare il Barcellona. In mezzo a tante notizie, chi può stupirsi se le elezioni europee rischiano di battere ogni record di astensionismo? Certo non gli spagnoli. Non si stupiscono e non se ne curano: l’Europa è lontana. Non si vede neanche in tv…– Toni García, El País

svezia

Svezia. Giovani pirati all’arrembaggio
Mancano poche settimane all’inizio del semestre di presidenza svedese dell’Ue. Per questo il primo ministro Fredrik Reinfeldt, che guida un governo conservatore, ha chiesto all’opposizione di accettare una tregua politica fino alla fine dell’anno. L’obiettivo è non indebolire la presidenza di Stoccolma. Ma la campagna elettorale per le politiche del 2010 è già cominciata e i socialdemocratici non sembrano disposti a fare concessioni, anche perché non hanno nulla da perdere: le loro possibilità di vittoria, infatti, sono minime. Secondo i sondaggi, il partito di Reinfeldt, Moderaterna, è in netto vantaggio, nonostante la crisi dell’industria dell’auto e la disoccupazione. Volvo e Saab rischiano di scomparire e tra i paesi europei solo la Spagna ha più giovani senza lavoro della Svezia. I ragazzi svedesi si sono organizzati e hanno dato vita al Piratpartiet (il Partito dei pirati) che si presenterà alle elezioni europee. Il suo obiettivo principale è la legalizzazione del download gratuito di musica e video da internet.–Kristina Rönnqvist, Courrier International

ungheria

Ungheria. L’integrazione dei rom
Da quasi un anno in Ungheria si verificano crimini in cui sia le vittime sia gli autori sono rom. Arrivati in Ungheria nel quattrocento, i rom continuano a formare un gruppo etnico chiuso e vivono spesso ai margini della società. Sono i primi a subire le conseguenze della disoccupazione e della forte riduzione dei redditi causata dalla crisi e dalle misure imposte dal Fondo monetario internazionale (Fmi). Le tensioni sono state esasperate dai discorsi politically correct del governo socialista, che rifiuta di identificare gli aggressori rom in base alla loro appartenenza etnica, e dalle dimostrazioni dell’organizzazione paramilitare di estrema destra Guardia ungherese, guidata da Gábor Vona. La situazione è precipitata l’8 febbraio, quando una banda della mafia gitana ha attaccato per ragioni sconosciute un bar alla moda di Veszprém, una città dell’Ungheria occidentale, uccidendo la star romena della squadra locale di pallamano. In Ungheria è caduto un tabù. Ormai sociologi e commentatori osano dire apertamente qualcosa che tutti sapevano: per guarire da un male, bisogna dargli un nome. Oggi i mezzi d’informazione – di tutti gli orientamenti – danno la parola ai rappresentanti culturali e politici della comunità rom, per cercare insieme a loro le radici del male e trovare delle soluzioni. Anche grazie all’avvicinarsi delle elezioni europee, il dibattito è cominciato, e servirà a conoscere i costumi di un popolo. L’integrazione dei rom non può aspettare.–Agnès Járfás, Courrier International


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L’Europa è lontana vista dalla Danimarca | Pino Bruno
1 giugno 2009 alle 21:15
Francesco Costa » Dove si vota a giugno
3 giugno 2009 alle 11:49
Kataweb.it - Blog - meravigliosamente » Blog Archive » Ventisette più uno
3 giugno 2009 alle 15:32
No, we can’t « la patata maria
8 giugno 2009 alle 23:59

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