nuovi italiani 15 novembre 2009

Tutti i corvi sono neri

Laila Wadia è nata a Mumbai e vive a Trieste, dove lavora all’università.

A due passi dalla stazione centrale di Trieste, stretto tra le botteghe artigianali della severa via Udine, c’è l’alimentari Sheng Dong. Qui viene a fare la spesa l’altra Trieste, quella che cerca foglie di banana e salamini halal, creme schiarenti e balsami per domare i ribelli ricci africani.

Il negozio, frequentato anche da italiani amanti della cucina etnica, è un importante osservatorio sull’immigrazione. Nell’alimentari gestito dall’affabile Zhao Dong Qing, nativa della provincia cinese dello Zhejiang, s’incontra chi può permettersi di pagare le verdure esotiche solo con mucchi di monete da due centesimi o il venditore ambulante che vuole trattare il prezzo della cassava o barattare un pesce surgelato per due ombrelli, ma anche lo scienziato pachistano e l’imprenditore libanese.

La mediatrice culturale Siok Koh lo definisce un luogo per quelli che condividono “la cultura del riso”. Con questa espressione s’intende non solo l’affinità di gusti alimentari, ma anche la propensione all’allegria tipica di quei paesi dove, in mancanza d’altro, si regala almeno un sorriso.

Una volta, da dietro gli scaffali di pesce essiccato e crisantemi commestibili, ho sentito una voce in dialetto triestino supplicare la signora Zhao di trovargli una brava moglie cinese: “Le nostre donne hanno troppi grilli per la testa. Voi siete delle gran lavoratrici, mangiate poco e rispettate ancora l’uomo”. La proprietaria non si è spazientita. Dopo dieci anni passati al civico 26, sa che vendere i sapori del mondo significa anche assaggiarne i dissapori.

Io, convinta che si trattasse di un italiano maschilista, ho cominciato a sbuffare. Da dietro lo scaffale, invece, è sbucato un viso nerissimo. Davanti al mio stupore, Zhao Dong Qing ha recitato un proverbio cinese: tutti i corvi del mondo sono neri. Ovvero, gli stereotipi sono universali e duri a morire. Laila Wadia


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