Allievi cinesi, figli di migranti, in una scuola di Pechino, dicembre 2015.
  • 04 Apr 2017 11.56

In Cina la scuola dell’obbligo esclude i figli dei migranti

04 aprile 2017 11:56

Scuola sperimentale dei Cento anni del villaggio di Cuige, 813 alunni; scuola sperimentale del maestro Laozi della Terra dorata del villaggio di Shibalidian, 934 alunni; scuola Da Wuji Wen Wu di Shibalidian, 400 alunni; scuola sperimentale Cuore concorde di Picun nel villaggio di Jinzhan 470 alunni; scuola Anmin del quartiere scolastico di Dandian, 307 alunni.

Sono alcune delle scuole che nell’area di Pechino accettano i figli dei migranti rurali per offrirgli l’istruzione elementare obbligatoria. Non avendo la residenza nella capitale, i bambini non avrebbero diritto a studiare qui. Ma i loro genitori, invece, qui lavorano e quindi, negli anni, si è sviluppato un servizio alternativo a quello fornito dallo stato: scuole private e anche dirigenti scolastici pubblici che hanno a cuore il diritto allo studio e accettano gli scolari nei propri istituti.

Secondo i dati raccolti dal collettivo video sui migranti rurali – un gruppo di attivisti che ha sede nel villaggio di Picun – nel 2016 erano 133 le cosiddette minban xiaoxue, che tradurremmo in “scuole private” se questo termine non ci portasse fuori strada nella sua accezione italiana – che rimanda a grosse auto piazzate nel parcheggio dell’istituto. Letteralmente, infatti, minban significa “fatto dalla gente”. Spesso sono scuole semiautogestite – chi le fonda è talvolta un migrante istruito che cerca di mettere insieme utile (istruzione dei figli) e utili (guadagno) – che preparano agli esami. Ma da quando diversi distretti di Pechino hanno annunciato un piano per ridurre di almeno 300mila persone i propri abitanti, anche le scuole vengono chiuse.

Il dovere dei genitori
È un processo che in realtà va avanti da anni, ma ultimamente ha avuto un’accelerazione, perché l’imperativo è quello di decongestionare la città. Sempre secondo il collettivo, oggi le scuole minban sono 112, le altre sono state chiuse con operazioni compiute spesso da squadre di “demolitori” in borghese che arrivano la mattina, bloccano l’ingresso e via. Rivolgersi alla polizia? Loro sono la polizia.

Spesso le autorità promettono sistemazioni alternative, ma a Pechino costano un occhio della testa e, per fare domanda e mandare i figli alle scuole pubbliche, i migranti devono provare di avere un contratto di lavoro da almeno cinque anni e il permesso di residenza, condizioni di solito impraticabili.

Il governo vuole entrambe le cose: forza lavoro a basso costo che continui a costruire Pechino e che però alla sera se ne vada altrove

Le vicende di queste persone le racconta bene Yecao ji (Collezione di erbe selvatiche), un documentario del collettivo di Picun che nel titolo cita una famosa raccolta di prose poetiche scritte da Lu Xun, il massimo scrittore cinese del novecento. “Erbe selvatiche” sono appunto i migranti, le loro vite, le loro storie: “erbacce” talmente vitali che possono crescere ovunque, anche dove non c’è acqua, e sono praticamente impossibili da estirpare.

“Siamo contadini. Il nostro unico scopo è di mandare i figli all’università e poi aiutarli a trovare lavoro. Se hai una laurea non muori di fame. Così facciamo il nostro dovere di genitori”, dice a un certo punto uno dei mingong. L’ultima frase sintetizza bene la coesistenza di una società molto competitiva e la relazione di tipo confuciano tra padre e figlio – fatta non solo di amore, ma anche degli obblighi reciproci tra genitori e figli.

Il popolo dei pendolari
Le scuole che più facilmente accettano i bambini si trovano ora in luoghi come la prefettura di Hengshui, nello Hebei meridionale, a 270 chilometri da Pechino. Quindi le famiglie che vogliono dare un futuro ai bambini e realizzare il proprio obbligo confuciano si trasferiscono laggiù e Pechino è decongestionata. Ma al tempo stesso, la capitale continua ad avere bisogno di manodopera.

“Il governo vuole entrambe le cose: forza lavoro a basso costo che continui a costruire Pechino e che però alla sera se ne vada altrove”, mi racconta uno del collettivo di Picun. La soluzione ideale: un popolo di pendolari su distanze paragonabili a quella tra Milano e Firenze. Ma tanto, il futuro prevede 13mila chilometri di ferrovie ad alta velocità, si può fare. Un giorno, ci vorrà solo un’ora tra Hengshui e il centro della metropoli.

Ecco che cominciano a delinearsi l’urbanizzazione e la società a cui aspira la leadership. “Siamo stati inghiottiti dalla città, parliamo anche di politica perché siamo nella capitale. Ma quello che pensiamo o diciamo alla fine non è importante”, dice un altro, un padre che prima ha lavorato in fabbrica e poi ha cercato di aprire un’attività in proprio senza troppa fortuna. “Non mi piace Pechino, ma voglio comprare un appartamento qui”, aggiunge, esprimendo il sogno immobiliare di tantissimi.

“Ho lavorato duro per la città. Anche se non ho creato tanta ricchezza per la nazione, per lo meno non sono un peso. Che i miei figli sappiano leggere è il minimo e, se non puoi iscriverli a scuola, bisogna andarsene. Noi siamo l’ultimo scalino della società”.

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