Siamo all’ultimo giorno del Festival di Cannes, prima dei premi di stasera, ed è tempo di tirare le somme. Cosa ci ha insegnato e che cosa ci ha regalato quest’anno la kermesse cinematografica più prestigiosa del mondo?

Innanzitutto, ha fatto vedere che il mito del regista-creatore che eroicamente resiste a pressioni commerciali per fare i film di qualità come vuole lui è ancora vivo e vegeto (ci si dimentica spesso che, come il vino di qualità, anche il cinema di qualità fa parte di un sistema industriale). I festival come Cannes hanno bisogno di

auteurs, e gli auteurs hanno bisogno dei festival come Cannes. Quest’anno erano 22 in concorso, tutti uomini, e per la maggioranza registi “sicuri” e testati sui circuiti internazionali: Loach, Kiarostami, Cronenberg, Resnais…

Quello che l’edizione 2012 ha dimostrato in modo particolarmente netto è che l’adorazione dell’auteur, di cui pecchiamo un po’ tutti (quante volte, per esempio, viene riconosciuto il contributo dello sceneggiatore Paul Laverty ai film di Ken Loach?) può essere sia croce sia delizia. È stata una delizia, quest’anno, soprattutto nel caso di due film: Dupã dealuri (Oltre la collina) di Cristian Mungiu e *Amour *di Michael Haneke.

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Sono tutti e due film d’autore di notevole spessore, capaci di competere con le migliori opere teatrali, musicali, letterarie. Le croci, per me, sono stati film come [Post tenebras lux][1] di Carlos Reygadas o [Paradies: Liebe][2] di Ulrich Seidl, due registi che approffitano del culto dell’auteur *per fare nel primo caso un film incoerente e pretenzioso all’ennesimo grado, che pare abbia qualcosa a che fare con una ricca famiglia messicana che va a vivere in campagna, e nel secondo un film solo in apparenza duro e onesto sul turismo del sesso in Kenya, che in realtà è una specie di lungo e solenne *Scherzi a parte cinematografico.

Altri film degni di menzione, che non sfigurerebbero come vinicitori della Palme d’Or, sono [De rouille et d’os][3] (Ruggine ed ossa) di Jacques Audiard, [Jagten ][4](La caccia) di Thomas Vinterberg e [V tumane][5] (Nella nebbia) del regista ucraino Sergej Loznitsa. Non sono riuscito a vedere, purtroppo, Holy motors di Leos Carax, un film che tutti hanno definito “folle”, che contiene una scena (per citarne solo una) in cui le macchine in una rimessa si mettono a parlare fra di loro. Per alcuni critici era folle bello, per altri folle brutto, ma corre voce che abbia una buona chance di intascare il premio se la giuria non si metterà d’accordo su Amour, il favorito.

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Ma Cannes non si limita al concorso, e chi ha avuto modo di integrare la dieta del festival con qualche piatto di Un certain regard, Quinzaine e Semaine de la critique avrà trovato cibo spesso più fresco e genuino di quello in concorso. Per vedere lo stato di salute del cinema latinoamericano bisognava vedere un film come La sirga, bellissima parabola colombiana sulle ferite di guerra, passato alla Quinzaine. E per rendersi conto che il cinema indiano contemporaneo non è solo Bollywood era necessario fare un valzer fra Un certain regard (Miss Lovely), Quinzaine *(Gangs of Wasseypur) e *Semaine *(Peddlers*).

Il festival di Cannes più piovoso da tanti anni ha anche dimostrato l’enorme appetito che c’è fra i giovani per il cinema di qualità. Ce n’erano tanti nelle proiezioni di *Quinzaine *e *Semaine *(dove è più facile entrare senza il pass professionale). Ho anche conosciuto un blogger inglese, Charlie Lyne, che sembra ancora un teenager. In realtà ha vent’anni, ma ha fondato Ultra Culture quando ne aveva sedici. Mi fa sperare che quest’arte che amo tanto non sia solo roba per noi vecchi.

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