Uno dei difetti di fabbrica dell’Europa, unita ma non tanto, è la mancanza di uno spazio comune dell’opinione pubblica. Abbiamo una moneta comune in 17 paesi, abbiamo uno spazio economico comune in cui sono cadute tutte le barriere per la circolazione di merci e capitali e quasi tutte per la circolazione dei lavoratori, abbiamo lo spazio Schengen in cui i cittadini europei si muovono come se le frontiere non ci fossero più.

Invece le opinioni pubbliche dei 27 paesi membri per decenni sono state realtà a sé stanti che si muovevano come se quello che succedeva negli altri paesi dell’Unione fosse di secondaria importanza. Il cittadino medio europeo sa poco dell’Europa e praticamente niente delle realtà politiche, economiche, sociali degli altri paesi membri. I suoi giornali, i suoi tg per anni hanno mantenuto la finzione dello spazio politico nazionale come orizzonte esclusivo.

Ma le ultime elezioni e le ultime crisi di governo in Europa dimostrano che qualcosa sta cambiando. Fino a quattro anni fa nessuno avrebbe prestato attenzione alla caduta del governo nei Paesi Bassi o alle elezioni in Grecia. Nessuno avrebbe trattato il voto dei francesi come un fatto europeo. Certo, ci sarebbero stati articoli e anche editoriali: ma la domanda principale sarebbe stata cosa stava cambiando per la Francia.

Ora, invece, perfino le elezioni regionali nel Nordreno Vestfalia, il Land più popoloso della Germania, sono state seguite anche fuori dai confini tedeschi: sui mezzi d’informazione europei si sono sprecati commenti sullo “schiaffo alla Merkel”, dato dagli elettori che hanno premiato la Spd e punito pesantemente la Cdu della cancelliera.

Questa evoluzione dell’informazione europea è un fatto senz’altro positivo, anche se è indotto da sviluppi drammatici che minacciano di mettere a repentaglio non solo la moneta unica, ma anche l’Unione europea come l’abbiamo conosciuta finora. Con molto ritardo i giornali, e con loro i cittadini, si accorgono che del loro destino si decide non solo nella loro capitale, ma anche a Bruxelles, a Francoforte - sede della Bce - e nelle altre capitali europee.

È un primo passo, ma niente di più. C’è da notare, infatti, che anche se i media europei cominciano a parlare dei “fatti degli altri”, lo fanno pur sempre con uno sguardo esterno. Prendiamo il voto del Nordreno Vestfalia e il presunto schiaffo alla cancelliera decretato dai giornali francesi o italiani. In Germania la lettura del risultato è stato piuttosto diversa: ci si è soffermati molto di più sulla popolarità della candidata socialdemocratica vincente e sulla debolezza del suo avversario cristiano-democratico. Nessuno in campagna elettorale, neanche i socialdemocratici, infatti ha chiesto un voto sulla politica di rigore di Merkel. Del resto tutti i sondaggi dicono che lei rimane l’esponente politico in assoluto più popolare tra i tedeschi.

Quisquilie? Non tanto, soprattutto quando si cercano di decifrare le conseguenze sull’Europa delle elezioni “degli altri”. Il prossimo passo da fare nell’informazione europea è quindi entrare davvero nelle dinamiche degli altri paesi, evitare letture semplicistiche, evitare interpretazioni in cui “il desiderio è padre del pensiero”, per citare un detto tedesco. Chi ci spiega, per esempio, perché i greci hanno votato contro i partiti difensori degli accordi con l’Europa sul risanamento e poi il 70 per cento di quegli stessi elettori vuole la Grecia dentro l’euro?

Vediamo quindi germogli di uno spazio comune dell’opinione pubblica, ma niente di più. E non può essere diversamente finché non nascerà un vero spazio politico europeo, fatto di istituzioni legittimate democraticamente a livello europeo e di forze politiche non più confinate nelle frontiere nazionali. Dico di più: in questo momento starebbe alle forze politiche muoversi senza attendere sviluppi istituzionali.

Dobbiamo constatare l’assenza completa di iniziative della famiglia politica più grande, il Partito popolare europeo. Invece chi ha iniziato a muoversi è il Partito del socialismo europeo. I suoi leader più importanti - François Hollande, Sigmar Gabriel, Pierluigi Bersani - cercano un raccordo più intenso per muoversi all’unisono sullo scacchiere europeo. Nello scenario italiano infatti il Pd è al momento l’unica forza politica tra quelle presenti in parlamento ad avere davvero capito che l’Italia da sola non sarà mai capace di dare risposte alla crisi (come non lo è la Francia e neanche la Germania). Ma ci vorrebbe di più.

Ci vogliono iniziative coraggiose anche in vista delle prossime elezioni europee , servono una campagna comune a livello europeo, candidature incrociate tra gli esponenti dei diversi paesi (un tedesco che si candida in Italia, un italiano candidato in Francia eccetera), un leader forte come candidato alla presidenza della Commissione. Allora sì che vedremmo nascere una politica europea che l’opinione pubblica non potrebbe più ignorare.

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