1. Jocelyn Pulsar, 25000 anni fa
“Non c’era la coperta termica, eppure io ti scaldavo lo stesso, tu mi scaldavi lo stesso”. La banalità del volersi bene raggomitolata in un canzonetto cavernicolo di disarmante efficacia, ideale per la fine di un’era glaciale, o per predisporsi alla costruzione di un primaverone, l’apertura dell’album Aiuole spartitraffico coltivate a grano. Con l’estro non banale di Francesco Pizzinelli, forlivese pop che da quasi un decennio girella camuffato da band. Pezzi buoni e classiche canzoni; ma questa preistoria d’amore vale un passaggio all’ora solare.
2. Giardini di Mirò, Rome
Vi piace ascoltare difficile. La notte è la vostra dimensione, e idealmente vi destate nel cuore della medesima, e meditate giochi di società con le ombre che vi circondano. Se sono poderose inquietudini a fare il vostro gioco, questa band emiliana sincronizzata sulle ore più lunari vi può accompagnare lungo le spirali del buio. Perché suonano meticolosi e immusoniti (più di quanto lascerebbe supporre il titolo del nuovo album, Good luck) e hanno confidenza con il respiro cupo della vita. Con questi chiari di luna. Astenersi cuorcontenti. Max volume.
3. Pinkunoizu, Death is not a lover
Pop sperimentale col retrofit, suoni infilzati dal mondo reale e trasformati in loop, riverberi da uno spazio profondo in cui fluttuano il country & western e i vecchi film asiatici; una musica d’essai, da reduci di art school sulla linea Copenaghen-Berlino, da quattro nordici psichedelici. Indecifrabili, ma non inascoltabili: dalle tracce dell’album Free time, un po’ ondivaghe e malate di ambienti cavernosi, spunta sempre fuori qualche gancio melodico, qualche utile strumento a corde o a fiato per brancolare nel buio e rivedere le stelle con soddisfazione.
Internazionale, numero 941, 23 marzo 2012
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