La regola principale del trattato sulla stabilità fiscale, approvato il 30 gennaio dai capi di stato e di governo di 25 dei 27 paesi dall’Unione europea, è l’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio nella costituzione. Questa scelta, imposta dalla Germania, prevede che il deficit pubblico di un paese, al netto del ciclo economico, non possa superare lo 0,5 per cento del pil in un anno.
La regola dovrebbe dare credibilità all’impegno di molti paesi di ridurre il debito pubblico. Ma, come tutte le norme fiscali, presenta non pochi problemi. Innanzitutto è molto difficile farla rispettare. I vincoli valgono ex ante, non ex post. Inoltre, legarsi le mani sulla politica di bilancio in alcuni casi può risultare eccessivamente penalizzante. Nel caso di una recessione le entrate fiscali diminuiscono di pari passo con il pil, ma il pareggio di bilancio imporrebbe una riduzione della spesa che potrebbe penalizzare la fornitura di servizi essenziali come la protezione sociale e la sanità, impedendo ai cosiddetti stabilizzatori automatici (se non a politiche fiscali discrezionali) di contenere gli effetti della crisi. Durante la grande recessione del 2008-2009 sono stati proprio questi strumenti a evitare in molti paesi il calo dei redditi disponibili delle famiglie. Le regole, infine, sono troppo rigide o troppo flessibili per non prestarsi al rischio che vengano considerate del tutto arbitrarie.
Il nostro paese e gli altri dell’eurozona in difficoltà devono guadagnarsi sul campo la credibilità, con forti avanzi primari e, soprattutto, tornando a crescere.
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