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Tullio De Mauro

È un linguista italiano. Il suo libro più recente è La cultura degli italiani (Laterza 2010).

Elogio della polivalenza

  • 20 settembre 2011
  • 15.00

Conoscere una disciplina, una tecnica, una scienza, dar prova di possederne termini e nozioni, non è mai parso sufficiente a chi ha riflettuto su cosa sia il sapere. Sapere comporta la capacità di utilizzare quel che si è appreso dinanzi a problemi nuovi, non disciplinari. Vale per la ricerca scientifica avanzata, come spiegò mirabilmente settant’anni fa il matematico Richard von Mises, ma vale anche per il sapere che possiamo e dobbiamo acquisire attraverso l’istruzione scolastica mediosuperiore.

Oggi alle riflessioni critiche si accompagna l’evidenza ricavabile dall’estesa e sistematica serie di valutazioni comparative promosse da varie agenzie internazionali e ormai soprattutto dall’Ocse. Andreas Schleicher, esperto e dirigente delle indagini educative dell’Ocse, aveva messo in discussione il tradizionale impianto disciplinarista delle scuole mediosuperiori già un anno fa con la conferenza “High cost of low education performance”. Lo fa di nuovo ora in “Plaidoyer pour un enseignement moderne”.

Le valutazioni del Pisa (Programme for international student assessment) mostrano che i risultati nei test disciplinari (lingua materna, matematica, scienze) peggiorano nettamente se si esamina la capacità di problem solving, la capacità “polivalente” di usare nozioni delle diverse discipline dinanzi a problemi non disciplinari, quelli che incontriamo ogni giorno nella vita.

Qui conta “la testa ben fatta”, come dice il filosofo Edgar Morin, e questa polivalenza dovrebbe darla la scuola.

Internazionale, numero 915, 16 settembre 2011

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