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Yoani Sánchez

È una blogger cubana. Per guadagnarsi da vivere traduce e fa la guida turistica. Nell'aprile del 2007 ha aperto il blog Generación Y, in cui parla della vita di tutti i giorni a Cuba.

Casa dolce casa (anche a Cuba)

  • 13 novembre 2011
  • 10.00

María del Carmen ha già preparato l’annuncio “vendesi” che appenderà sul balcone appena il nuovo decreto 288 sulla compravendita delle case entrerà in vigore. Da anni aspetta una legge che le permetta di disfarsi della sua casa all’Avana ormai in rovina, ereditata dai genitori, per comprarne una più adatta alle sue possibilità economiche. Per decenni l’assenza di un mercato immobiliare legale ha reso la vendita delle case a Cuba un argomento quasi tabù.

Ottenere un tetto in cambio di denaro era possibile solo per vie illegali, e c’era un altissimo rischio di vedersi confiscare la casa e di finire in carcere. La gente doveva abituarsi a vivere dove era nata, a condividere lo spazio con i parenti o a emigrare per riuscire ad affittare una stanza in qualsiasi altro luogo del pianeta. Altri mascheravano l’acquisto o la vendita dietro uno scambio o una permuta. Era da molto che i cubani desideravamo questa riforma, forse la più coraggiosa introdotta da Raúl Castro fino a oggi.

Prima era stato dato il via libera alla compravendita di automobili e nei prossimi mesi ci si aspetta che cambino le rigide norme sull’emigrazione. Cuba sembra dirigersi verso un futuro diverso, anche se molto lentamente. Ma viene in mente la famosa frase di Galileo Galilei: “Eppur si muove”.

La notizia del decreto ha sorpreso gli stranieri convinti che, a questo punto del ventunesimo secolo, nel nostro paese potessimo comprare e vendere le case senza problemi. Ma nonostante il ritardo con cui abbiamo conquistato questo diritto, la verità è che dopo questo annuncio regna la speranza. A sperare non sono solo quelli che vogliono comprare una casa più grande o vendere la loro, ma anche migliaia di cubani che hanno comprato o venduto la loro casa illegalmente e che ora vogliono mettersi in regola.

Ci sono anche molti che aspettavano questo momento per vendere le loro case e andarsene dal paese con il ricavato. Non si può quindi escludere che la misura provochi un aumento dell’esodo della classe media emergente cubana. Il costo dei documenti per emigrare potrebbe essere pagato da oggi con i soldi di queste transazioni, dato che è stata abolita l’espropriazione forzata a cui era sottoposto chi lasciava per sempre l’isola. Prima del 10 novembre chiunque abbandonava Cuba perdeva la macchina e la casa intestate a suo nome e solo i parenti più vicini potevano ereditare l’abitazione, pagando allo stato una cifra pari al suo valore stimato.

La creatività dei cubani per aggirare alcune assurdità legali sarà messa alla prova anche in questo caso. Il decreto non autorizza a vendere case a persone che vivono fuori dal paese, ma questa eventualità non potrà essere del tutto impedita. Gli esuli useranno i parenti a Cuba per comprare una casa da usare quando “tutto cambierà”. Sanno che oggi il valore delle case al metro quadro è molto più basso di quello che potrebbe essere un giorno.

I cosiddetti status symbol sono stati rigidamente controllati dal Partito comunista per cinquant’anni per evitare che le differenze sociali diventassero troppo evidenti. Si voleva evitare artificialmente che i beni fossero distribuiti secondo il potere d’acquisto dei singoli. Ma quest’epoca di forzata “uguaglianza” sembra giunta al termine a causa del crescente disagio dei cittadini e dell’insostenibilità del sistema attuale. A partire da questo momento ci si aspetta anche un cambiamento del panorama sociale delle città, che porterà alla luce i profondi contrasti tra chi ha le tasche semivuote e quelli che hanno accumulato un capitale.

Tra questi ci sono chiaramente i dirigenti di joint venture, i funzionari ideologicamente affidabili, e i familiari di generali e colonnelli che si stanno organizzando in vista dell’inevitabile cambiamento in arrivo. Alcuni analisti sottolineano che il decreto 288 cerca proprio di inquadrare legalmente il “malloppo” che i nostri leader vogliono spartirsi prima della transizione alla democrazia. L’articolo 110 delle nuove norme per la compravendita delle case tradisce quest’intenzione, stabilendo che “il comitato esecutivo del consiglio dei ministri o il suo presidente avranno facoltà di decidere sulle case collocate in alcune zone del paese”.

Gli occhi attenti del governo seguiranno ogni transazione. I soldi destinati alla compravendita devono essere prima depositati su un conto perché le autorità decidano se la loro origine è lecita. Provare che ogni centesimo è stato guadagnato in maniera “pulita” è un compito difficile per i cittadini di un paese in cui ogni giorno è necessario violare la legge per sopravvivere. Le autorità saranno più o meno severe nel dare la benedizione ai soldi del compratore, a seconda (ovviamente) della sua posizione ideologica. Si darà quindi priorità al capitale degli “affidabili” rispetto a quello degli “scomodi”, ma senza riuscire a impedire che l’inarrestabile spinta del mercato spazzi via il falso egualitarismo dei discorsi politici.

Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 923, 11 novembre 2011

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