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La musica classica, le Marche, i Radiohead: intervista a Jonny Greenwood

Jonny Greenwood. (Dr)

Jonny Greenwood parla con voce pacata e gentile, mentre traccia percorsi immaginari che vanno da Johann Sebastian Bach al pop. Parla di musica con l’entusiasmo di un ragazzino, come se avesse cominciato a suonare due settimane fa. È uno dei chitarristi più celebrati della storia del rock, soprattutto per quello che ha fatto con la sua band, i Radiohead, e ormai è anche un affermato compositore di musica classica e contemporanea e di colonne sonore per il cinema. Eppure non dà mai l’impressione di essere presuntuoso, neanche per un attimo. Mentre parla al telefono dalla sua casa di Oxford sembra sinceramente interessato all’opinione di chi sta dall’altro capo della cornetta e affronta concetti complicati con linguaggio semplice, come un bravo divulgatore. E ogni tanto ti sorprende, perché tra una domanda e l’altra rompe la barriera tra intervistato e intervistatore chiedendo: “E tu cosa ne pensi?”.

In questi anni il musicista britannico, che ha 47 anni, ha abbracciato uno stile di vita che non ha niente a che fare con quello della rockstar da copertina: è rimasto a vivere nell’Oxfordshire, si concede poco alle interviste e passa tanto tempo nelle Marche, una regione d’Italia che per lui ormai è diventata una specie di seconda casa. “Sono stato a Fermo la prima volta otto anni fa per andare a visitare la biblioteca della città e ho scoperto un posto splendido. Le Marche ormai sono metà della mia vita”, racconta.

Proprio per questo Jonny Greenwood ha deciso d’impegnarsi in prima persona per aiutare quel territorio colpito da due terremoti nel 2016 e nel 2017. Il 25 ottobre si esibirà al Teatro dell’Aquila di Fermo. Il ricavato della vendita dei biglietti del concerto sarà totalmente devoluto al comitato ArteProArte, dal 2017 impegnato in un’operazione di restauro dei beni culturali danneggiati dal sisma nel sud delle Marche.

“Mi sto trasformando lentamente in un marchigiano, o perlomeno lo spero. Più visito la regione e più scopro che i suoi piccoli paesi sono ricchi di splendide chiese e teatri”, spiega il musicista britannico. “Ho organizzato questo concerto perché voglio che le persone s’interessino alla questione della ricostruzione, e mi piacerebbe portare a Fermo anche gente proveniente da altre parti d’Italia. Faremo altri concerti del genere nel 2020. Per esempio stiamo valutando la possibilità di farne alcuni nelle chiese della città”, aggiunge.

Al teatro dell’Aquila Greenwood (che si esibirà a titolo gratuito) salirà sul palco insieme ad altri tre musicisti: il violinista Daniel Pioro, la pianista Katherine Tinker e il violoncellista Giuseppe Franchellucci. Il quartetto suonerà brani di Steve Reich, Johann Sebastian Bach, alcune composizioni dello stesso Greenwood tratte dalle colonne sonore dei film Il petroliere, The master e Il filo nascosto (per il quale è stato candidato all’Oscar nel 2018), e non solo. “Faremo Electric counterpoint, una delle opere di Steve Reich che amo di più, ma anche brani di altri compositori, come per esempio quelli del francese Olivier Messiaen, per il quale ho una specie di ossessione da anni. Io suonerò la chitarra, ma anche le onde Martenot (una rara tastiera analogica che Greenwood ha già suonato con i Radiohead, per esempio nel brano How to disappear completely) e il tanpura (uno strumento a corde indiano)”, aggiunge.

Jonny Greenwood ormai ha imboccato con decisione la strada della musica classica contemporanea, al punto che al momento ha messo in pausa i suoi impegni cinematografici. Alla fine di settembre ha annunciato la nascita della Octatonic Records, una casa discografica di musica classica e contemporanea. Per ora sono uscite due pubblicazioni: Volume 1, dove ci sono le composizioni Industry di Michael Gordon e Three miniatures from water dello stesso Greenwood, e Volume 2, dove c’è la Partita numero 2 in re minore di Bach suonata dal violinista Daniel Pioro. “Sono entusiasta di questo progetto. Ho chiamato l’etichetta Octatonic in onore di Messiaen e della sua scala ottotonica”, racconta Greenwood, “La mia idea nasce da quello che chiamo il lato ‘indie’ della musica classica: mi capita spesso di andare a vedere concerti in posti piccoli dove ragazzi molto giovani e molto entusiasti suonano questa musica un po’ strana. Le realtà del genere non hanno abbastanza visibilità, per questo è nata l’Octatonic Records. Voglio dare spazio ai tanti bravi musicisti che incontro. Nelle prossime settimane registreremo un nuovo brano di Steve Reich. Sarà la prossima pubblicazione”.

Ripetizioni impercettibili
Sia Industry, una composizione per violoncello con inserti di elettronica, sia Three miniatures from water, un brano per pianoforte accompagnato da violino e tampura, fanno ampio uso della dissonanza e a tratti si avvicinano alla drone music. “Mi piace ragionare sul concetto di ripetizione nella musica. Il nostro orecchio ormai è abituato ad ascoltare cose campionate con software come Ableton e Garage Band. È musica noiosa, a partire dai brani rap che vanno in classifica. A me interessa un altro tipo di ripetizione: mi piace comporre brani dove un suono si replica ma ogni volta cambia in modo impercettibile. In questo senso m’ispiro a un grande compositore come Steve Reich. Se si ascolta dal vivo un’esecuzione della sua Music for 18 musicians si capisce quanto sforzo fisico devono fare i musicisti per dare vita a quello che compose Reich. Somiglia all’elettronica di oggi, in un certo senso, ma è musica di quarant’anni fa. E in realtà è più strana, più originale, più interessante. Il beat cambia, non è ripetitivo, come per esempio può essere quello di un pezzo di Kanye West”.

Greenwood ha cominciato a studiare musica classica da bambino. Il primo strumento che ha suonato è il flauto, com’è capitato a tanti ragazzini a scuola. “In realtà non ho mai smesso. Me lo porterò in albergo anche prima del concerto di Fermo, spesso lo uso per riscaldarmi prima di salire sul palco”, ammette ridendo. Quando alla fine degli anni ottanta entrò nei Radiohead, che all’epoca si chiamavano ancora On A Friday, Jonny suonava già la viola e all’inizio si mise alle tastiere, prima di passare alla chitarra e diventare la principale spalla compositiva del cantante Thom Yorke, nonché l’arrangiatore del gruppo. In seguito abbandonò la Oxford Brookes university, dove studiava musica e psicologia, per continuare la carriera con la band, che nel frattempo aveva firmato con la Emi. “La prima volta che arrangiai gli archi in vita mia fu nel 1995, durante le registrazioni del secondo album dei Radiohead, The bends. Il brano s’intitolava Nice dream. Eravamo tutti in studio e non sapevamo a chi rivolgerci, così dissi agli altri: ‘Ci penso io, so come si fa’”.

A proposito di Radiohead, cosa c’è da aspettarsi dalla band nei prossimi mesi? Arriverà il decimo album? Greenwood è piuttosto vago sulla questione, ma non chiude la porta. Qualcosa, stando a quello che si lascia scappare, potrebbe muoversi presto. “Ho parlato con Thom il 7 ottobre per fargli gli auguri di compleanno, adesso è in tour negli Stati Uniti. Quando tornerà a Oxford penso che c’incontreremo e parleremo un po’ di musica. Al momento, giustamente, lui è molto concentrato sul suo album Anima, che è un disco splendido, ma sono sicuro che gli farà piacere ritrovarci presto e fare di nuovo musica insieme. Al momento anche Ed O’Brien, il nostro chitarrista, è impegnato con un progetto solista, quindi dobbiamo aspettare di liberarci tutti dai nostri impegni prima di rimetterci al lavoro”.


C’è un altro progetto di Greenwood che prima o poi potrebbe tornare. Si tratta di Junun, il collettivo messo in piedi insieme al compositore israeliano Shye Ben Tzur e al gruppo indiano The Rajasthan Express, che nel 2015 ha pubblicato un omonimo album. “Shye in questo momento sta viaggiando in India e lavora con altri musicisti, in cerca d’ispirazione. Spero che la trovi e che l’anno prossimo potremo incontrarci di nuovo e avere la possibilità di lavorare insieme. Questo è il piano, più o meno”, conferma il musicista di Oxford, che considera Junun una delle esperienze più ricche della sua carriera.

“La musica indiana è un altro universo. Non lavora sugli accordi come quella occidentale, il concetto di maggiore o minore non conta. La melodia è tutto. È più complicata della nostra, perché è legata all’intonazione e alle piccole variazioni. Quando noi suoniamo un clarinetto o un violino siamo come dentro una gabbia, che è quella della melodia. Quando ascolti un cantante indiano è come se la musica si dipanasse, cambia e si muove di continuo. C’è lo stereotipo diffuso che la musica indiana sia una cosa rilassante, da meditazione. Ma in quella che ho incontrato io c’è una forte tensione. I musicisti del Rajasthan Express per esempio suonano i fiati come i nostri jazzisti, fanno scale identiche alle nostre scale blues, anche se non hanno mai ascoltato jazz in vita loro. È la prova di come la musica sia universale”, spiega.


Parlando con Greenwood, viene spontaneo fargli una domanda banale ma inevitabile: che differenza c’è tra comporre un brano rock di quattro minuti e un brano per orchestra di quaranta minuti? “È eccitante”, risponde. “Penso a Horror vacui, la mia composizione che è stata suonata dalla Bbc national orchestra of Wales il 13 settembre: dura solo mezz’ora, ma ci vuole un sacco a prepararla. È come un fuoco d’artificio, ci metti tanto tempo a metterlo a punto e poi una volta che lo accendi si esaurisce quasi subito. È molto diverso da quello che faccio con i Radiohead, dove lavori ai brani poco per volta e percepisci i cambiamenti”. E aggiunge: “È facile concentrarsi per pochi minuti, ma se un brano va oltre quella durata l’ascoltatore ha bisogno di seguire una linea, un percorso per non perdersi. Un compositore deve semplicemente imparare a lavorare con strutture diverse, nel mio caso con strutture più grandi. È più o meno come passare da un racconto a un romanzo. In realtà, a pensarci bene, non ho ancora capito del tutto come funziona, cambio idea ogni volta. La sto cambiando anche in questo preciso momento, mentre parlo. È affascinante, no?”.

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