Questo articolo è uscito il 5 marzo 2022 a pagina 5 del numero 17 dell’Essenziale. Puoi abbonarti qui.

Osservata da Ghedi, una cittadina di 18mila abitanti a una ventina di chilometri da Brescia, la guerra in Ucraina appare ancora più vicina. Dal giorno dell’inizio dei bombardamenti russi, la mattina di giovedì 24 febbraio 2022, la base della Nato alle porte del paese è in “stato di preallerta”, e questo significa più camionette e blindati in giro, e più movimento di mezzi.

I Tornado e gli F35 sono negli hangar, pronti a decollare in qualsiasi momento per spostarsi sul fronte di guerra. Da qui il 18 gennaio 1991 il pilota Gianmarco Bellini e il navigatore Maurizio Cocciolone partirono per l’operazione Desert storm in Iraq, furono abbattuti dalla contraerea di Saddam Hussein e rimasero prigionieri per 47 giorni.

Ottenuto il via libera del parlamento con il sostegno di una maggioranza allargata a Fratelli d’Italia, è da questa base definita “operativa” dalla Nato che dovrebbe prendere il volo, con un ponte aereo verso la Polonia, una parte delle armi che il governo italiano ha deciso di mandare all’Ucraina.

L’elenco è stato secretato dal governo al pari del decreto approvato, ma fonti parlamentari parlano di mortai, missili Stinger, mitragliatrici pesanti Browning, mitragliatrici leggere MG, lanciatori anticarro, razioni K, radio Motorola, elmetti e giubbotti, per una spesa complessiva che si aggirerebbe attorno ai 150 milioni di euro.

Per questo il Comitato contro la guerra di Brescia, una galassia di movimenti e organizzazioni ambientaliste e pacifiste, ha organizzato per domenica 6 marzo un sit-in davanti all’ingresso principale della base, mentre le associazioni Azione cattolica, Acli, Movimento dei focolarini, Comunità Papa Giovanni XXIII e Pax Christi hanno rivolto un appello al governo perché “adesso dica no alle bombe nucleari sul nostro territorio, a Ghedi e ad Aviano”.

Manifestazioni per la pace a Ghedi (Brescia) nel 2018. (Aleandro Biagianti, Agf)

Lo stesso giorno, cortei per la pace sono previsti in decine di città e paesi in tutta Italia, mentre la Rete italiana pace e disarmo, insieme ai sindacati Cgil e Uil, e alle associazioni Anpi, Arci, Emergency, Legambiente e al Forum del terzo settore ha indetto una manifestazione nazionale a Roma sabato 5 marzo.

In un documento comune, gli organizzatori si schierano contro l’aggressione russa, criticano la Nato per l’espansione nell’Europa dell’est, chiedono all’Onu “un’azione per il disarmo e la neutralità attiva”, auspicano il “cessate il fuoco” e “l’immediato ritiro delle truppe” e condannano il sostegno armato all’Ucraina.

“Dall’Italia e dall’Europa devono arrivare soluzioni politiche, non aiuti militari”, si legge. “L’invio di armi non serve alla pace, in Afghanistan, in Iraq e in Libia non è servito a migliorare niente”, dice Francesco Vignarca, uno dei promotori. “Mandare armi in Ucraina in questo momento è come soffiare sul fuoco che è già scoppiato”, afferma il missionario comboniano Alex Zanotelli.

In un’area superprotetta alla quale hanno accesso solo i militari statunitensi sono custodite venti bombe atomiche che nessuno ha mai visto. Nel 2019 ne ha rivelato la presenza un documento dell’Assemblea parlamentare della Nato pubblicato su internet e poi modificato. La notizia ormai era già circolata ma nessuno l’ha smentita. Esperti di strategie militari e di armamenti spiegano che le atomiche di Ghedi sono le vecchie B61 a idrogeno, prodotte ai tempi della guerra fredda. Gli Stati Uniti le starebbero però sostituendo con le nuove B61 modello 12, che possono essere trasportate dai nuovi caccia F35, due per ciascun aereo.

Quando, il 1 marzo 2022, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha detto all’agenzia di stampa Tass che “è inaccettabile per la Russia che alcuni paesi europei ospitino armi nucleari degli Stati Uniti” e che “è il momento di rimandarle a casa”, la cittadina del bresciano è diventata all’improvviso un potenziale bersaglio.

Il pericolo più grande

Un’eventuale escalation atomica potrebbe avere effetti devastanti da queste parti. A novembre del 2020 l’associazione ambientalista Greenpeace, riprendendo uno studio del ministero della difesa, ha rivelato che “un attentato alle basi di Aviano (dove sarebbero custodite altre 30 bombe nucleari, ndr) e Ghedi potrebbe provocare da 2 a 10 milioni di vittime”, una cifra che dipende da come il vento potrebbe diffondere le polveri radioattive e dalla tempestività dei soccorsi. “Uno scenario tenuto rigorosamente segreto, condiviso solo con i vertici militari e politici e con i responsabili della sicurezza nucleare”, si legge nel dossier, che cita un colloquio riservato con un ex addetto ai controlli della Nato.

Il comune di Ghedi però non ha neppure un piano di evacuazione degli abitanti, uno strumento fondamentale in un’area a rischio come questa. Lo ha confermato il sindaco leghista Federico Casali, rispondendo alle domande degli attivisti del centro sociale 28 maggio di Rovato, un paese a 40 chilometri di distanza, che lo hanno incontrato per discutere della questione. “Le atomiche di Ghedi sono il più grande pericolo che abbiamo da queste parti, eppure su questo tema non c’è alcun dibattito pubblico e nessuno sembra preoccuparsene”, dice Beppe Corioni del comitato Donne e uomini contro la guerra, che fa da “perno logistico” per le manifestazioni davanti alla base.

I militari non sono confinati all’interno dei tre chilometri e mezzo di filo spinato che circondano la base

Quella di domenica 6 marzo è la terza in un anno. Nonostante le restrizioni legate alla pandemia di covid, i pacifisti hanno protestato contro l’ampliamento della struttura per ospitare 30 cacciabombardieri F35, che si sono aggiunti ai Tornado dell’aeronautica militare già presenti.

I lavori, affidati dal ministero della difesa alla Matarrese spa per una spesa di 91 milioni di euro, sono cominciati nel settembre 2020. Stando alla gara d’appalto, dovrebbero concludersi quest’anno. Sono stati rinnovati i dispositivi di sicurezza e costruite due nuove piste d’atterraggio, una palazzina di comando e un’altra per il simulatore di volo, alcuni depositi e 15 hangar, ognuno dei quali può ospitare due F35.

L’inaugurazione delle piste è avvenuta il 18 ottobre 2021, quando i caccia sono decollati per una simulazione di guerra atomica nei cieli del Norditalia. L’esercitazione, chiamata Steadfast noon (mezzogiorno inesorabile), è durata un paio di settimane, durante le quali i cittadini di Ghedi hanno dovuto convivere con un frastuono assordante e incessante, mentre gli aerei partivano e planavano a qualsiasi ora del giorno e della notte. L’obiettivo era “far sì che il deterrente nucleare della Nato” si mantenesse “sicuro ed efficace”, ha spiegato in una nota l’ufficio stampa dell’Alleanza atlantica.

Una visita guidata

I giochi di guerra partiti dalla base militare nel mese di ottobre non hanno provocato però particolari allarmi nella popolazione. I cittadini di Ghedi sono abituati al rumore dei decolli e degli atterraggi, alle simulazioni di guerra, ai cartelli che avvertono del rischio di voli “a bassa quota” e ai cellulari che all’improvviso rimangono senza linea. “Ogni due anni siamo costretti a rifare i tetti perché le tegole saltano per via delle vibrazioni”, racconta un artigiano. Sembrano assuefatti perfino al rischio atomico.

Le manifestazioni attirano molti pacifisti dai dintorni, soprattutto da Brescia, ma a Ghedi quelli che partecipano sono una minoranza. “Non si tratta di apatia, bensì di connivenza. Questa città è tutt’uno con la base e la sua politica è espressione del potere dei militari”, afferma Loris Gallina, un attivista del circolo Insieme a sinistra. Nessuno è in grado di dire quanto pesino i soldati italiani e statunitensi sull’economia locale, ma è certo che condizionano le scelte dell’amministrazione e l’intera vita cittadina.

Manifestazione per la pace a Ghedi (Brescia) nel 1981. (Fotogramma)

I militari non sono confinati all’interno dei tre chilometri e mezzo di filo spinato che circondano le piste di atterraggio, gli hangar e i depositi. È dalla metà degli anni cinquanta che le palazzine del Villaggio azzurro, costruite dal ministero della difesa per ospitare i Diavoli rossi del sesto stormo dell’Aeronautica con le loro famiglie, sono il quartiere residenziale per eccellenza di Ghedi. I militari affittano e comprano case, vanno al ristorante e fanno la spesa in paese. Inoltre, hanno sempre avuto un occhio di riguardo per chi abita da queste parti. ù

Il 4 novembre 2021, in occasione della festa delle forze armate, hanno aperto le porte della base, invitando i cittadini a una visita guidata e organizzando una mostra sui velivoli da guerra. “Ai tempi della leva obbligatoria non c’era un ghedese che venisse spedito lontano da qui”, dice ancora Gallina. Lui è uno dei pochi a non aver voluto fare il servizio militare a Ghedi. Molti residenti lavorano nella base e non hanno alcun interesse a metterla in discussione.

In più, qui ha il suo quartier generale la Rwm, una fabbrica di bombe che nel 2016 aveva ottenuto l’autorizzazione dal governo Renzi a vendere quasi 20mila ordigni Mk all’Arabia Saudita, per un valore di 411 milioni di euro.

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Nel luglio 2019 il primo governo Conte ha bloccato la fornitura, dopo che la Rete italiana pace e disarmo, l’European center for constitutional and human rights di Berlino e la yemenita Mwatana for human rights avevano trovato dei frammenti di bombe con il numero di serie dell’azienda tra le macerie di un bombardamento in Yemen che aveva sterminato una famiglia di sei persone. La revoca dell’appalto è diventata definitiva alla fine di gennaio del 2021, ma a Ghedi la notizia è passata quasi inosservata.

Una reazione ben diversa da quella che ci fu negli anni novanta nella confinante Castenedolo, dove la Valsella fu costretta ad abbandonare la produzione di mine antiuomo anche grazie alla mobilitazione delle operaie, o nell’altro stabilimento italiano della Rwm, a Domusnovas in Sardegna, dove i lavoratori e i pacifisti locali hanno avviato una campagna per la riconversione dello stabilimento.

Invasioni

Così, nella settimana peggiore per l’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, a Ghedi tiene banco un’altra vicenda. È accaduto che il titolare di un bar ha denunciato alla trasmissione televisiva Le iene di essere stato minacciato da una banda di ragazzini nordafricani guidata da un trapper locale. Dopo la messa in onda del servizio qualcuno ha incendiato la saracinesca del locale e l’estrema destra ne ha approfittato per scendere in piazza contro gli immigrati.

Il 25 febbraio, mentre a poche centinaia di metri di distanza i militari dichiaravano lo “stato di preallerta” per la guerra in Ucraina, le strade della cittadina sono state tappezzate da manifesti con la scritta “Stop invasione”. Non quella russa ma quella dell’“immigrazione di massa”. Un centinaio di neofascisti, arrivati anche da Brescia, hanno sfilato sventolando bandiere italiane, prendendosela con africani e magrebini e sfoggiando un repertorio di insulti razzisti.

Il sindaco è stato costretto a dissociarsi dalla manifestazione e a sostituire il suo delegato alla sicurezza, Ivan Bertocchi, che l’aveva organizzata. Alcuni passanti hanno contestato i neofascisti. Solo la presenza delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa ha evitato lo scontro fisico.

Questo articolo è uscito il 5 marzo 2022 a pagina 5 del numero 17 dell’Essenziale. Puoi abbonarti qui.