Alla manifestazione in piazza Santi Apostoli a Roma, il 30 maggio, non c’era moltissima gente, ma lo sciopero della scuola è andato un po’ meglio dei precedenti. L’adesione di insegnanti e altro personale è stata tra il 10 e il 20 per cento, rispetto a una precentuale tra il 3 e il 7 nelle mobilitazioni degli ultimi anni. Alle sacrosante ragioni storiche per protestare, a cominciare dagli stipendi miseri, se ne aggiungono di nuove, con una divaricazione sempre maggiore tra le proposte politiche del ministero dell’istruzione e quelle dei sindacati.

Il fatto che il ministro Patrizio Bianchi non fosse un politico di professione e avesse lavorato in Emilia-Romagna in alcune importanti sperimentazioni aveva aperto molte speranze al momento della sua nomina. Dopo poco più di un anno sono quasi tutte disattese, e la delusione si sta trasformando in rabbia, alimentata anche dal fatto che il Pnrr appare sempre di più come un’occasione mancata per una riforma democratica del sistema scolastico.

Da una parte il governo cerca di escogitare modalità di reclutamento e formazione dei docenti fondate su incentivi, premi, valutazioni selettive; dall’altra i sindacati cercano di tutelare le forme di contrattazione collettiva nazionale e la disponibilità delle misure per la formazione (per esempio la carta del docente di 500 euro all’anno).

Il risultato somiglia a un gioco a somma zero: né il governo né i sindacati riescono ad acquisire credibilità agli occhi della classe docente e degli studenti. La ragioni sono semplici: gli insegnanti sono pagati troppo poco per il lavoro che svolgono, il lavoro precario in un contesto che vive di programmazione è un danno per tutti, il livello professionale dei docenti è molto disomogeneo.

Cosa occorrerebbe dunque? Un po’ di verità. Da parte del ministro Bianchi: il coraggio di allontanarsi dalle politiche di tagli e austerity che sono state la normalità degli ultimi anni; dire che “ tra il 2031 e il 2032 avremo più di un milione di bambini in meno, ma fare classi sempre più piccole non ha senso”, perché “i bambini in classi troppo piccole non si ritrovano” è una scempiaggine. Da parte dei sindacati: più attenzione all’innovazione pedagogica; la difesa della professionalità non è mai corporativa. Di fronte a un governo che sembra cercare modi per distinguere tra insegnanti più preparati e meno preparati, la risposta è estendere una formazione professionale obbligatoria di qualità a tutti.

Questo articolo è uscito sul numero 30 dell’Essenziale, a pagina 5.