Illustrazione di Alice Iuri

“Mi piace l’idea del pranzo, ma andiamo in un posto tranquillo dove il rimbombo non impedisca di parlare”. Lia Levi ha compiuto novant’anni lo scorso novembre e per l’occasione ha pubblicato un libretto che è insieme l’opera letteraria di una bambina e lo sguardo compiacente ma critico della bambina che, diventata adulta, rilegge se stessa.

Dal pianto al sorriso (Piemme 2021) è un racconto dell’occupazione nazista ma non è un diario, le vicende e i personaggi non coincidono con la storia vissuta dall’autrice. È un’opera letteraria che regalò ai genitori per celebrare la fine della guerra e che è stata ritrovata per caso settant’anni più tardi.

La voglia di scrivere di questa prolifica autrice di libri per adulti e per ragazzi è dunque nata presto. “A volte, gentilmente, vengo presentata come una che scrive per testimoniare. La verità è che volevo scrivere: da bambina mi scrivevo lettere e scrissi appunto il micro romanzo ritrovato. Ma siccome ho sempre pensato che scrivere sia un lavoro solitario, adatto all’età matura, dopo gli studi ho cercato un lavoro ‘vero’, che mi mettesse a contatto con altri, che mi consentisse di pagare i conti. Vivere di scrittura non è qualcosa che puoi decidere. Nel frattempo scrivevo per me stessa, ho un bel pacco di racconti privati, alcuni mi piacciono ancora, altri proprio no”.

La memoria, la testimonianza, insomma, erano il pozzo a cui attingere, non la scintilla. “Ma il tema era quello degli anni della seconda guerra mondiale, perché quelle vicende per prime mi hanno fatto interrogare sul mondo. Il mondo a quei tempi lo dovevo inventare, perché a casa mia, per proteggermi, non mi spiegavano cosa succedeva fuori. Sapevo che nella mia vita c’era qualcosa da nascondere, ma non capivo cosa fosse. Un’estate ci mandarono a lezione di francese perché c’era l’idea di trasferirci in Francia e siccome nessuno faceva la stessa cosa pensavo che il segreto fosse quello. Quando un genitore vide la grammatica francese mi preoccupai moltissimo”.

Forse è questa esperienza, oltre al lavoro paziente di scrittura, che rende lievi, ma allo stesso tempo inequivocabili, le storie drammatiche che racconta. “Se scrivi solo per testimoniare, tutto suonerà didascalico, non funzionerà. La letteratura non serve a insegnare. Può aiutare a far pensare”.

Meglio degli adulti

Da avido lettore di libri per bambini e bambine le chiedo come mai scrive per loro. “Molte cose capitano per caso. Il primo libro che ho pubblicato, Una bambina e basta (Edizioni e/o 1994) non era per l’infanzia, ma già allora m’invitavano nelle scuole. Così ho provato e ha funzionato. Non è la stessa cosa che scrivere per adulti. Mi ha raccontato Carmen Llera, la seconda moglie di Alberto Moravia, che Moravia ci provò senza riuscire. Quando scrivo per bambini e bambine credo di saper immaginare il mio pubblico, mentre con gli adulti boh, speri che ti leggano”.

Mangiando, finiamo per parlare di cucina. Levi si dispiace perché è impossibile trovare un soufflé, “la verdura è migliore in un soufflé”. Vero, ma è un piatto piuttosto ricco e complesso, con tempi di attesa poco adatti ai ritmi della ristorazione di oggi.

Torniamo ai bambini che la invitano nelle scuole. “È la fantasia che ci lega”, dice. “Sempre che non ci siano insegnanti che, forse per paura di fare brutta figura con l’autrice, gli tarpano le ali quando si lanciano in voli pindarici riferiti alle mie storie. Oppure s’identificano: ‘Eri una bambina normale’, dicono. Cioè scoprono che i personaggi sono esseri umani come quelli che incontrano nelle loro vite. Mi pare di aver capito, ascoltando i loro commenti, che le metafore gli piacciono tantissimo. Alle medie ho grandi soddisfazioni di altro tipo. Certo a me capita il meglio, nel senso che vado dove mi invita un professore che ha fatto un lavoro su un mio libro. E loro lo scavano, il libro, ti interrogano più e meglio degli adulti. Quando poi si parla della mia famiglia, quasi sempre mi chiedono: ‘Che lavoro faceva tua madre?’. È una bella cosa, i bambini e le bambine hanno in mente che le madri lavorano e lavoreranno”.

Levi ha fondato e poi diretto per anni il mensile di informazione e cultura ebraica Shalom. “All’epoca mi capitava spesso di essere individuata come ‘la moglie del direttore’, perché era mio marito, Luciano Tas, a scrivere i pezzi di politica sul giornale”.

Minoranze

Parliamo brevemente del suo ultimo libro Ognuno accanto alla sua notte (Edizioni e/o 2021), tre storie intrecciate ambientate a Roma nel periodo delle leggi razziali. Levi è nata a Pisa da una famiglia di ebrei piemontesi. A Roma, dove è cresciuta, la comunità ebraica è molto antica e coesa, particolarmente legata al rito e alla parola del rabbino. “In una delle vicende che racconto nel libro, c’è un accenno a questo legame speciale”, dice. “E anche al fatto che la classe dirigente ebraica romana degli anni delle persecuzioni sottovalutò il pericolo”.

Quando scrive di accadimenti storici, Levi vuole essere precisa, ma la parte difficile, anche per una scrittrice prolifica, è il processo creativo. “La pagina bianca e la scrittura di getto non fanno per me. Mi serve un’idea di base, poi per molto tempo rifletto, costruisco una storia e ragiono sui personaggi. Un processo che dura mesi. Naturalmente dopo che lo hai costruito, uno schema è fatto per essere smontato. Ci sono autori che sostengono di improvvisare, a me pare strano. Oggi forse si pubblicano troppi libri scritti senza un’idea di struttura. Poi ci sono i libri degli influencer, ma non mi far dire cosa penso dei social network! Prima certe idee si urlavano al bar, oggi si scrivono”.

Il quadro che emerge, secondo Levi, è quello di un paese in parte razzista. “Un tempo ci s’indignava per il razzismo negli Stati Uniti. Ma oggi che le minoranze sono visibili, anche qui sono discriminate. Attenzione però, l’angoscia e il dolore non hanno paragone storico con l’olocausto. Non lo dico per ridimensionare, ma per ricordare che la storia è un dipanarsi di fatti unici. Se facciamo paragoni continui danneggiamo sia il passato sia il presente”.

Il conto

Ristorante Cambio
via Natale del Grande 1, Roma

1 spaghettoni carbonara €14,00
1 vellutata di zucca €14,00
1 tartare di salmone €17,00
1 cheese cake €7,00
pane €4,00
acqua €2,00
2 caffè € 3,00

Totale €61,00


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