Kim Gordon fa musica da quasi sessant’anni e per molti questo potrebbe significare che ormai è arrivata al capolinea. Invece ha appena pubblicato un disco sperimentale e d’avanguardia, crudo e fuori fase, capace d’incarnare il delirio del mondo che rappresenta. Prodotto da Justin Raisen – già collaboratore di Charlie XCX, Sky Ferreira e Yves Tumor – , Play me ha una strumentazione essenziale, con vari campionamenti, salti e suoni fragorosi che danno una personalità specifica a ogni brano. Dall’hip-hop del singolo che dà il nome all’album, i beat trap di Dirty tech e le reminiscenze dream pop di Not today, si resta sorpresi in diverse occasioni da questo lavoro dell’ex bassista dei Sonic Youth. Play me è una sfida continua per l’ascoltatore. Il significato delle parole, se si riesce a decifrarlo, è una decostruzione stimolante della nostra epoca: l’intelligenza artificiale e le ansie della società capitalistica sono scandagliate senza paura, sottolineandone gli aspetti più assurdi. Questo flusso frammentario di appena mezz’ora funziona bene, nonostante la ricerca continua di elementi distorti e disturbati. Gordon sa ancora esprimere la sua visione del mondo attraverso una sperimentazione instancabile.
Seth White, Clash
Gregory Uhlmann è un chitarrista molto apprezzato che, oggi, poco oltre i trent’anni, scopre che la sua musica più vitale non dipende necessariamente dalla chitarra. Cresciuto a Chicago, ha cominciato come pianista, passando al basso per suonare rock con il fratello, fino ad approdare alla chitarra. Tra blues, hair metal e le scoperte fatte in un negozio della Tower Records vicino a casa, è arrivato fino al jazz. Al liceo ha incontrato Jeff Parker, mentore decisivo. Nella scena jazz di Los Angeles Uhlmann ha ampliato il proprio linguaggio oltre la chitarra, pur continuando a usarla. Extra stars è il suo lavoro più curioso e sicuro: 14 brani in cui usa diversi strumenti per evocare suoni, ricordi ed emozioni. Le sei corde restano centrali in alcuni momenti, ma sono solo uno degli elementi con cui costruisce un mosaico di scene sonore. Brani come Voice exchange, Like tea e Imprint catturano stati d’animo fugaci, mentre Days li riassume in una riflessione sospesa tra malinconia e quiete. Nella seconda metà interviene il quintetto degli SML, ampliando il paesaggio sonoro. Il risultato è un’esplorazione dell’identità fluida: Uhlmann attraversa strumenti, forme e stati emotivi, evitando definizioni rigide. Rimane un chitarrista, ma pronto a posare il suo strumento quando la musica richiede altro.
Grayson Haver Currin, Pitchfork
Del signor Demachy non sappiamo praticamente niente, a cominciare dal nome. Nato ad Abbeville, nella Francia del nord, si stabilì a Parigi, studiò con il grande liutista e violista Nicolas Hotman e nel 1685 pubblicò Pièces de violle, en musique et en tablature, una raccolta di pezzi per viola da gamba organizzati in otto suite. Quella di Flore Seube è la prima registrazione completa dell’opera. Studente di Marianne Muller e Paolo Pandolfo, ha ereditato il loro stile molto espressivo, lontano dall’estetismo sereno dell’esecuzione di Jordi Savall. Già dall’inizio, il preludio e l’allemande che aprono la suite n. 1 dimostrano una tecnica solida e un respiro sempre ampio. L’interprete è a suo agio nell’atmosfera meditativa delle sarabande e ravviva le danze con un ritmo decisamente marcato. Nella suite n. 3 la vivacità della courante rafforza il carattere doloroso della sarabanda, e la vitalità delle gighe (n. 8) e la quadratura dei minuetti (n. 7) sono sempre accompagnate da ornamentazioni dosate con cura per rafforzare il carattere dei pezzi senza esagerare. Se siete curiosi di scoprire tutta l’opera di Demachy, questo è il disco per voi.
Jean-Christophe Pucek, Diapason
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