Cultura Suoni
you seem pretty sad for a girl so in love
Olivia Rodrigo (Nick Walker)

È affascinante osservare il momento in cui un artista, dopo due o tre album, decide di correre rischi maggiori e di reinventare la propria identità musicale. Purtroppo questo non succede del tutto nel terzo disco di Olivia Rodrigo, intitolato you seem pretty sad for a girl so in love. L’album è solido e curato, ma spesso preferisce percorrere strade più sicure invece di spingersi oltre i confini che avevano reso esplosivi i lavori precedenti. Rodrigo e il produttore Dan Nigro abbandonano in parte l’energia pop-punk che l’ha resa famosa per avvicinarsi a sonorità dream pop e shoegaze, più morbide e sofisticate ma meno immediate sul piano emotivo. In diversi brani emergono richiami evidenti alle sue contemporanee: Taylor Swift in stupid song e Billie Eilish in pezzi come honeybee e less. I momenti migliori arrivano quando Rodrigo ritrova la vulnerabilità che l’ha resa una voce generazionale. the cure è il cuore del disco: una ballata intensa e dolorosa che richiama la forza emotiva di drivers license e vampire. Anche purple spicca per la sua capacità di unire leggerezza melodica e malinconia e in what’s wrong with me è ospite addirittura il leader dei Cure Robert Smith. Pur mostrando una certa prudenza creativa, l’album conferma il talento di Rodrigo e dei suoi collaboratori. Quando osa davvero, riesce ancora a raggiungere le vette artistiche dei suoi primi due lavori.
Josh Korngut, Exclaim

So help me God
Kelsey Lu (Yumna Al-Arashi)

Sono passati sette anni da Blood, il debutto della cantante e violoncellista Kelsey Lu. Questo periodo così lungo è stato descritto come un atto di ribellione contro l’industria musicale, ossessionata dal tenere sempre alta l’attenzione su un artista. E forse fare un album non era uno degli interessi più immediati della musicista statunitense, visto quello che ha fatto nel frattempo: una campagna per Gucci, una performance al Moma, una con Debbie Harry e altro ancora. Ascoltando So help me God si capisce che la pausa ha aiutato Kelsey Lu a essere più a fuoco e meno condizionata dai suoi maestri, come Arthur Russell. La lista degli ospiti è eclettica: Jack Antonoff, Kamasi Washington, Sampha, Kim Gordon. La loro presenza, però, non è mai invadente. Reaper è l’esempio perfetto di cosa offre il disco: comincia come un delicato pop soul, poi la batteria scompare, riappare e sparisce di nuovo. Quella che sembra una coda ambient, arricchita da Gordon e Wash­ington, si rivela l’interludio alla nuova forma che prende il brano, più lento e guidato dalla drum machine. So help me God indossa la sua stranezza con agilità, muovendosi in direzioni inaspettate.
Alexis Petridis, The Guardian

Questo album mette in luce le differenze fondamentali tra questi due lavori, la Fantasia Wanderer nella trascrizione per piano e orchestra di Liszt e la Fantasia da concerto op. 56 di Čajkovskij. Sono due pezzi che vorremmo sentire più spesso, soprattutto se sono eseguiti e registrati a questo livello. È uno di quei dischi dove tutti i musicisti sono in perfetta sincronia dall’inizio alla fine ed è evidente che si stanno godendo la performance. Il pianista Lukas Geniušas, uno dei talenti più brillanti della sua generazione, porta grande varietà di tocco e colore a entrambi i lavori, per esempio nel delizioso jeu perlé della sezione Contrastes di Čajkovskij o nei passaggi di bravura lisztiani di Schubert, affrontati con disinvolto distacco. Un momento riuscito è l’inizio della Wanderer, con l’orchestra di San Gallo che ha quasi l’aria di chiedersi se è al sicuro dopo il frastuono scatenato del finale di Čajkovskij, prima che il direttore Modestas Pitrėnas aumenti la tensione fino al trionfante finale. Abbiamo già un candidato per i premi di disco dell’anno.
Jeremy Nicholas, Gramophone

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1670 - 19 giugno 2026
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