A volte mi capita di entrare in un cinema un po’ per caso, e di essere fortunata. Così l’altra sera ho scelto il film a intuito: Il silenzio degli altri , di Eva Libertad. Non ne sapevo quasi niente, eravamo pochi in sala. Subito presi, si sentiva, dalla protagonista: Ángela, una donna sorda. Vive con il compagno udente e sempre attento a lei. Quasi un idillio fino alla nascita di Ona, desiderata da entrambi, e desiderata sana. Ma i bambini, lo sappiamo, portano disordine, portano scompiglio nelle nostre vite. Il bene di Ona, udente e poi parlante, non coincide necessariamente con il benessere di sua madre. Ona è dalla parte delle voci, dei suoni, dalla parte del padre che sembra preferire. A che servo io, chiede Ángela al suo compagno. La bambina è il contrario di lei e pur essendo un contrario augurabile, non smette di fare male. Siamo così, davanti ai figli: ci spiazzano mentre ci chiedono di essere resistenti nell’attesa che crescano. La regista ha scelto un’attrice speciale, sua sorella sorda, in un lavoro che è anche un po’ documentario ma non va derubricato a film sulla sordità. Ci riporta alla maternità in generale, alla difficoltà di decifrare un linguaggio che nei neonati è suono inarticolato. Fa paura quando non lo capiamo, ci sentiamo frustrati e in colpa. Niente è più insopportabile del pianto di un neonato, nella condizione di Ángela è un silenzio illeggibile.

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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati