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Perché gli Stati Uniti si ritirano dal trattato antimissile

Il presidente statunitense Donald Trump e quello russo Vladimir Putin durante una conferenza stampa a Helsinki, in Finlandia, 16 luglio 2018. (Brendan Smialowski, Afp)

Il trattato che vieta i missili nucleari a medio raggio (Inf) è stato un pilastro del controllo degli armamenti negli ultimi tre decenni. Ma negli ultimi anni ha cominciato a vacillare. Lo scorso 20 ottobre il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato la sua intenzione di far ritirare gli Stati Uniti dal trattato e di riprendere la produzione di missili fino a quando la Russia, che a suo avviso sta solo fingendo di rispettare il patto, e la Cina, che non lo ha mai sottoscritto, “torneranno alla ragione”. Il 1 febbraio ha staccato la spina, dopo la scadenza della data entro cui la Russia avrebbe dovuto conformarsi alle condizioni del trattato. Anche prima che il ritiro degli Stati Uniti sia effettivo, tra sei mesi, è probabile che gli effetti verranno sentiti dall’Europa all’Asia.

Il trattato Inf trae la sua origine dalla crisi degli euromissili della fine degli anni settanta e inizio anni ottanta. Il ricorso, da parte dell’Unione Sovietica, all’Ss-20, un missile avanzato e preciso, in grado di colpire buona parte dell’Europa dall’interno della Russia, aveva messo in allarme l’Europa. Gli Stati Uniti possedevano in Europa missili a corto raggio, che non erano in grado di raggiungere il territorio sovietico, e missili a lungo raggio sul suo territorio e a bordo di sottomarini, ma nessuno che appartenesse a questa categoria intermedia. Se i sovietici avessero attaccato l’Europa con gli Ss-20, gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a un’escalation, ricorrendo alle loro armi più potenti. Gli alleati europei speravano che questo non accadesse mai.

Per mitigare queste preoccupazioni, e per obbligare l’Unione Sovietica a cambiare atteggiamento, gli Stati Uniti avevano messo in campo il nuovo missile balistico Pershing II e nuovi missili cruise terrestri in Europa, provocando così, a loro volta, la preoccupazione dell’Unione Sovietica. Tali missili avrebbero potuto raggiungere Mosca in meno di dieci minuti, con il rischio di spingere i suoi dirigenti a una risposta dettata dal panico. Man mano che venivano presentate le nuove armi, in Europa si moltiplicavano le proteste contro il nucleare.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati della Nato accusano la Russia di effettuare test missilistici in volo

Il trattato Inf risolse questo stallo, proibendo non solo i missili offensivi sovietici e statunitensi, ma anche i test in volo, lo sviluppo e l’utilizzo di tutti i missili di terra, sia nucleari sia convenzionali, con un raggio compreso tra le trecento e le 3.300 miglia. Circa tremila testate esistenti vennero distrutte, con i sovietici che rinunciarono a un numero quasi doppio di esse.

Perché adesso l’accordo non tiene più? Il motivo principale è che Mosca ha barato. Gli Stati Uniti e i suoi alleati della Nato accusano la Russia di testare in volo e di armare un missile cruise a medio raggio chiamato 9M729. La Russia ha mostrato tale missile in un parco d’attrazioni fuori Mosca lo scorso 23 gennaio, senza riuscire a convincere nessuno della sua buona fede.

A conficcare un altro chiodo sulla bara dell’accordo è stata la Cina. Negli anni duemila Putin aveva accarezzato l’idea di abbandonare l’accordo, visto che altri stati, compresa una Cina in ascesa e con un rapporto spigoloso con la Russia, si stavano dotando di vari missili non nucleari a medio raggio. Con il miglioramento dei rapporti tra Cina e Russia, queste preoccupazioni erano svanite. Ma sono stati in seguito gli Stati Uniti a preoccuparsi per l’accumulo, da parte della Cina, di missili la cui gittata eccedeva i limiti del trattato. Questo mentre gli Stati Uniti dovevano disporre i propri su navi, sottomarini e aerei costosi e poco numerosi. Molti nel Pentagono vedono nella cosa un’occasione d’oro per riequilibrare gli equilibri missilistici in Asia.

Se il trattato dovesse crollare la prossima estate, come appare oggi probabile, le conseguenze sarebbero molteplici. La Russia potrebbe produrre dei missili a medio raggio diretti contro l’Europa. Tra questi potrebbero esserci non solo il 9M729, ma anche l’Rs-26 Rubezh, un missile balistico intercontinentale che è stato testato con gittate vicine a quelle dei limiti massimi imposti dall’Inf. Da questo deriva l’allarme lanciato il 1 febbraio dalla Nato, sui “significativi rischi alla sicurezza euro-atlantica”. A sua volta gli Stati Uniti potrebbero accelerare i propri sforzi per ottenere un’analoga capacità militare. I funzionari ammettono che la ricerca è nelle “fasi iniziali” e che per ottenere un missile funzionante servirà almeno un anno. Qualsiasi competizione missilistica potrebbe arrecare danni anche al nuovo trattato Start, un accordo di controllo delle armi tra Stati Uniti e Russia che riguarda perlopiù armi ad ampio raggio, e che dovrebbe essere rinnovato nel 2021.

Se simili missili si materializzeranno, servirà una diplomazia molto abile perché ne venga fatto un uso ragionevole. I leader europei si rifiuterebbero di accettarli, tanto più se si pensa alla minaccia di Putin, che il 24 ottobre scorso ha dichiarato che i paesi che li accoglieranno “esporranno il proprio territorio alla minaccia di possibili attacchi di rappresaglia”. Se gli Stati Uniti dovessero raggiungere un accordo con alcuni entusiastici alleati, come la Polonia, senza coinvolgere la Nato, l’alleanza atlantica potrebbe risultarne indebolita. A marzo è previsto un importante vertice, prima delle celebrazioni per i settant’anni dell’organizzazione, in aprile. Meno chiaro è il modo in cui potrebbero rispondere gli alleati asiatici. I diplomatici giapponesi sono sfuggenti. Il governo pacifista sudcoreano si terrebbe probabilmente fuori dai giochi. Guam, un’isola ricca di foreste, potrebbe essere l’ipotesi più probabile, anche se la sua distanza dalla Cina potrebbe essere un elemento sfavorevole a quest’opzione.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale britannico The Economist.

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