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Una giornata che segnerà la presidenza di Joe Biden

Il presidente eletto Joe Biden esce dal Queen theater dopo il suo discorso sull’assalto al congresso statunitense. Wilmington, Delaware, 6 gennaio 2021. (Chip Somodevilla, Getty Images)

Quattro anni fa, quando si presentò davanti al campidoglio di Washington (sede del congresso) per prestare giuramento prima di entrare alla Casa Bianca, Donald Trump disse che avrebbe messo fine al “massacro americano”. Il suo mandato si sta chiudendo con un presidente in carica che incita una folla inferocita a marciare sul congresso degli Stati Uniti.

Non ci sono dubbi sul fatto che Trump è il responsabile di questo attacco letale al cuore della democrazia statunitense. Le sue menzogne hanno alimentato le proteste, il suo disprezzo per la costituzione ha fatto in modo che il congresso degli Stati Uniti fosse preso di mira, e la sua demagogia ha acceso la miccia. I filmati delle bande che prendono d’assalto il campidoglio, trasmesse con gusto a Mosca e a Pechino e condannate a Berlino e a Parigi, sono l’immagine definitiva della presidenza antiamericana di Trump.


Chi ha attaccato il campidoglio pensava di dare una dimostrazione di forza. In realtà nascondeva due sconfitte. Quando i sostenitori di Trump si sono introdotti con la forza nell’edificio, il congresso stava ratificando i risultati dell’incontrovertibile sconfitta del presidente lo scorso novembre. Mentre le bande inferocite frantumavano vetri, i democratici celebravano due inattese vittorie in Georgia, che gli permetteranno di prendere il controllo del senato. Le rimostranze della folla risuoneranno in tutto il Partito repubblicano, mentre questo si troverà all’opposizione. E la cosa avrà delle conseguenze per la presidenza di Joe Biden, che comincerà il 20 gennaio.

Se si prendono le distanze dalle assurdità sul furto elettorale, la portata del fallimento dei repubblicani durante la presidenza Trump diventa chiara. Dopo aver conquistato la Casa Bianca e mantenuto la maggioranza in entrambi i rami del congresso nel 2016, la sconfitta in Georgia significa che, appena quattro anni dopo, il partito ha perso tutto. L’ultima volta che ai repubblicani era successo qualcosa di simile era il 1892, quando le notizie dell’umiliazione del presidente repubblicano Benjamin Harrison viaggiavano via telegrafo.

Da dove ricominciare
Normalmente quando un partito politico subisce una sconfitta di tali proporzioni ne fa tesoro e si ripresenta più forte. È quel che hanno fatto i repubblicani dopo la sconfitta di Barry Goldwater nel 1964 e i democratici dopo quella di Walter Mondale nel 1984.

Ma stavolta per i conservatori sarà più difficile reinventarsi. Anche nella sconfitta, il livello di popolarità di Trump tra gli elettori repubblicani è intorno al novanta per cento: molto più del 65 per cento di George W. Bush nell’ultimo mese della sua presidenza. Trump ha sfruttato questa popolarità per creare il mito della sua vittoria alle elezioni presidenziali. Secondo un sondaggio di YouGov per l’Economist, il 64 per cento degli elettori repubblicani ritiene che la vittoria di Biden dovrebbe essere bloccata dal congresso.

Anche solo cercando di fare una cosa del genere, circa il settanta per cento dei repubblicani alla camera e un quarto di loro al senato hanno preso parte attiva a questo complotto. Fatto vergognoso, molti di loro hanno continuato a farlo anche dopo l’assalto al congresso. È un atto antidemocratico che non ha precedenti in era moderna (né alcuna possibilità di successo). Eppure è anche un segno della malevola influenza che Trump continua a esercitare. Dopo aver visto come il presidente uscente ha messo fine alla carriera di funzionari lealisti come Jeff Session, e come sia riuscito a farne eleggere altri semplicemente facendo campagna elettorale per loro – per esempio il governatore della Florida, Ron DeSantis – i candidati che si presenteranno alle primarie repubblicane saranno terrorizzati al pensiero di schierarsi contro di lui.

Il falso mito elettorale che Trump ha generato potrebbe quindi aver interrotto la catena di circostanze necessarie al cambiamento del partito. Affossare un leader che ha fallito e una strategia inefficace è una cosa. Abbandonare qualcuno che tu e la maggior parte dei tuoi amici ritengono essere il legittimo presidente, e che sarebbe stato privato del suo potere da una gigantesca truffa orchestrata dai suoi nemici politici, è qualcosa di totalmente diverso.

Se mai l’insurrezione produrrà qualcosa di buono, sarà che alcuni smetteranno di ragionare in questo modo. L’immagine di un sostenitore di Trump che occupa il seggio della presidente della camera dovrebbe far inorridire gli elettori repubblicani convinti che il loro sia il partito dell’ordine e della costituzione. Sentire Trump che incita alla rivolta contro il campidoglio potrebbe convincere alcuni cittadini ordinari degli Stati Uniti a voltargli le spalle una volta per tutte.

Per i repubblicani il caro prezzo dell’accordo maledetto che il loro partito ha stretto con Trump non è mai stato così chiaro

Per quanto riguarda Biden, molto dipenderà dal fatto che i repubblicani scettici nei confronti di Trump giungano o meno a queste conclusioni. Questo perché le vittorie di Jon Ossof e Raphael Warnock, il primo afroamericano eletto al senato per la Georgia, improvvisamente creano le condizioni per un governo meno limitato dall’ostruzionismo repubblicano e dagli espedienti trumpiani.

Una settimana fa, quando era opinione diffusa che il senato sarebbe rimasto in mano ai repubblicani, sembrava che le ambizioni dell’amministrazione Biden sarebbero state limitate a ciò che il presidente avrebbe potuto fare tramite decreti presidenziali legislativi e nomine nelle agenzie governative. Con le vittorie in Georgia i democratici conquistano una maggioranza minima ma che farà la differenza.

Biden, per esempio, potrà far approvare senza problemi le nomine dei giudici federali e dei ministri del suo governo. Il controllo dell’agenda legislativa al senato passerà dai repubblicani ai democratici. Mitch McConnell, il leader uscente della maggioranza repubblicana al senato – che questa settimana si è vigorosamente espresso contro il vandalismo istituzionale di Trump – era stato abilissimo nel bloccare votazioni che avrebbero potuto dividere il suo partito. Questo ha creato, a Washington, quel genere di stallo per cui gli elettori generalmente incolpano il partito del presidente.

I democratici potrebbero anche essere in grado di far approvare alcune misure al senato tramite la “riconciliazione”, una scappatoia procedurale che permette alle leggi di bilancio di essere approvate con una maggioranza semplice, invece che con i sessanta voti necessari a evitare l’ostruzionismo dell’opposizione.

Resta da capire se i repubblicani decideranno di collaborare con il nuovo presidente. Più si convinceranno che i cittadini comuni sono rimasti sconvolti dall’assalto al campidoglio, più sarà probabile che alcuni di essi rigettino l’atteggiamento nichilista che consiste nel rigetto fine a se stesso di ogni provvedimento. Più il loro partito sarà in preda a una guerra intestina, più si sentiranno liberi di dare il loro contributo a ripristinare la fiducia nella repubblica, realizzando qualcosa di concreto.

Per i repubblicani il caro prezzo dell’accordo maledetto che il loro partito ha stretto con Trump non è mai stato così chiaro. Dai risultati di novembre sono emersi segni del fatto che un partito riformato potrebbe nuovamente vincere delle elezioni nazionali. Molti elettori rimangono scettici nei confronti dei governi troppo forti. Dal 1992 non hanno mai concesso a uno stesso partito più di due mandati consecutivi alla Casa Bianca. Ma per avere successo e, fatto più importante, per rafforzare di nuovo la democrazia degli Stati Uniti invece di minacciarla, devono liberarsi di Trump. Perché quest’ultimo, oltre a essere un perdente di proporzioni storiche, ha dimostrato di essere disposto a incitare la violenza dentro le sedi delle istituzioni.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dall’Economist.

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