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A Goma per incontrare i ribelli dell’M23

Un miliziano del gruppo M23 a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, 29 gennaio 2025 (Afp)

Prima di intervistare i leader del Movimento 23 marzo (M23), il gruppo ribelle congolese che ha conquistato ampie aree del secondo paese più grande dell’Africa, bisogna prepararsi ad alcuni insoliti preliminari. Uomini con il mitra ti perquisiscono alla ricerca di armi. Un segretario sfoglia il tuo taccuino pagina per pagina “nel caso ci fosse del veleno”. Dispositivi elettronici e orologi devono essere lasciati fuori del luogo d’incontro perché potrebbero essere tracciati o esplodere.

Una volta all’interno del quartier generale dei ribelli, però, l’M23 vuole trasmettere un’immagine professionale. Una squadra addetta ai social media scatta delle foto. Ci sono dei gadget: bandiere, striscioni e calendari da scrivania. E all’Economist viene mostrata in esclusiva una serie di slide sulle ragioni per cui gli Stati Uniti dovrebbero fare un accordo con i miliziani per avere accesso alle terre rare e ai “3t”: stagno (in inglese tin), tungsteno e tantalio. Tutti minerali di cui hanno il controllo. Corneille Nangaa, leader del braccio politico dell’M23, afferma: “Quei minerali si trovano nella nostra regione… Su, parliamone!”.

La sfrontatezza di Nangaa deriva dal fatto che l’M23 controlla gran parte del Sud Kivu e del Nord Kivu, due province nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), che in totale hanno 15 milioni di abitanti e si estendono su un’area grande come la Grecia o il Mississippi. I vari negoziati diplomatici in corso non hanno impedito ai ribelli di far avanzare la linea del fronte nella guerra che li oppone al governo della Rdc. E a Goma, capoluogo del Nord Kivu, l’M23 sta costruendo un’amministrazione parallela.

Le richieste dei ribelli riflettono però anche una preoccupazione: l’amministrazione Trump si sta schierando sempre più apertamente con i loro nemici. A dicembre gli Stati Uniti hanno stretto un “partenariato strategico” con il governo di Kinshasa. A marzo hanno imposto sanzioni all’esercito del vicino Ruanda, paese che sostiene l’M23. Il 30 aprile ne hanno adottate altre contro Joseph Kabila, presidente della Rdc dal 2001 al 2019, accusato dagli Stati Uniti di appoggiare i ribelli.

Washington e Kinshasa stanno discutendo anche di addestramento militare e condivisione di informazioni di intelligence. Secondo la Reuters, Erik Prince, un subappaltatore dell’esercito statunitense reclutato da Kinshasa, a febbraio ha aiutato i soldati congolesi a riprendere il controllo di Uvira, in Sud Kivu.

Non è chiaro in che modo finirà la guerra. La vittoria militare di una sola parte è improbabile, e un accordo politico più ampio richiede sforzi enormi. Più il conflitto va avanti più è probabile che i due Kivu diventino, come le parti dello Yemen, del Sudan o della Libia controllate da gruppi ribelli, uno stato nello stato.

Questo conflitto va visto come una guerra civile e allo stesso tempo una guerra per procura. È una guerra civile perché l’M23, guidato dai tutsi congolesi, sta combattendo contro uno stato che, secondo loro, discrimina le minoranze.

Ma è anche una guerra per procura perché il Ruanda, a sua volta guidato da un’élite tutsi, vede nell’M23 uno strumento per estendere la sua influenza. Sostiene di essere minacciato dall’esercito congolese e dalle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), una milizia formata dahutu, presente in quest’area già dai tempi delle guerre congolesi scoppiate dopo il genocidio in Ruanda del 1994. Le abbondanti risorse minerarie forniscono ulteriori motivi per combattere.

Due importanti iniziative hanno l’obiettivo di limitare le violenze. La prima, guidata dagli Stati Uniti, vede coinvolti Rdc e Ruanda (Trump cita spesso la fine di questa guerra come una delle ragioni per cui meriterebbe il premio Nobel per la pace, anche se i combattimenti continuano). La seconda, mediata dal Qatar, coinvolge la Rdc e l’M23. Ma si teme che il conflitto possa estendersi al Katanga, una regione più a sud, ricca di rame.

L’M23 ha aumentato i reclutamenti e stretto accordi con altre milizie. Come nota un rapporto del Congo research group (Crg) della New York university, il gruppo ha circa 38mila combattenti. L’Rdc, invece, sta reclutando altri mercenari e fa spesso ricorso ai droni. A marzo un operatore dell’Unicef è morto a Goma in un attacco con i droni. L’esplosione è avvenuta vicino a una delle case della famiglia Kabila.

L’M23 sta inoltre creando un suo governo. “Stiamo attivando una nuova amministrazione”, dice Nangaa. Dalla fine del 2021, quando ha lanciato il suo ultimo attacco in Nord Kivu, il gruppo ha sostituito centinaia di dipendenti pubblici e di capi che esercitavano una forte influenza nelle aree rurali, in particolare sulle questioni legate alle terre. I nuovi funzionari pubblici sono formati sull’“ideologia” dell’M23.

Come in Ruanda

Goma sta attraversando quella che potremmo definire una “kigalificazione” (Kigali è la capitale del Ruanda). Ogni sabato gli abitanti partecipano al salongo, un momento in cui si dedicano a pulire e ad abbellire la città. I conducenti di mototaxi sono stati costretti a indossare il casco e a formare una nuova associazione. Gli agenti della nuova forza di polizia indossano un’uniforme identica a quella della controparte ruandese.

La gente intervistata per strada sostiene che i piccoli crimini siano in calo. Le fruttivendole tengono aperti i banchetti più a lungo. In una moschea i musulmani dicono di sentirsi più tranquilli quando partecipano all’ultima preghiera della giornata. Ma c’è ancora molta paura. Le donne dicono che i loro figli o nipoti sono stati reclutati con la forza dall’M23. Le ong subiscono pressioni per limitare le segnalazioni di casi di violenza sessuale (Amnesty international ha documentato stupri di gruppo commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto).

Intanto la situazione economica è pessima. Le banche restano chiuse e gli abitanti non hanno accesso al credito né ai loro risparmi. L’aeroporto – fonte di contanti e merci d’importazione – è chiuso, e questo rende più difficile per gli operatori umanitari raggiungere le aree più remote. Con meno stranieri e meno turisti in giro, ci sono anche meno venditori. A causa degli scontri nell’entroterra le persone non possono coltivare i campi né raggiungere i mercati.

“La città è più pulita, ma non vendiamo molto”, dice un commerciante al mercato. “E non ci sono più soldi perché siamo isolati”, aggiunge la responsabile di un negozio di materiale elettrico, spiegando che gli incassi medi giornalieri sono crollati da 800 a 150 dollari. “Più tasse, meno soldi”, riassume un cambiavalute. “Dal punto di vista della sicurezza, le cose vanno bene”, dice un conducente di mototaxi. “Da quello economico no”.

Freddy Kaniki, vicecoordinatore del braccio politico dell’M23, concorda che la situazione per gli abitanti del posto è “medievale”. Ma sostiene anche che il presidente congolese Félix Tshisekedi, rifiutandosi di riaprire le banche, stia mettendo in atto una “punizione collettiva”. Secondo lui l’M23 ha eliminato decine di tasse imposte dal governo e migliorato la capacità di riscossione dei tributi.

Il gruppo sta anche cercando di costruire un sistema finanziario alternativo. Un piccolo edificio vicino a una lavanderia di una strada secondaria è, di fatto, la banca centrale dei due Kivu. All’interno Cédric Fiéma Punduyange, un uomo azzimato con pantaloni neri a vita alta e libri di Joseph Schumpeter sulla scrivania, mostra due documenti pieni di formule sui piani per gestire i tassi di cambio e aumentare l’afflusso di denaro.

“A volte la regolamentazione finanziaria può essere più complessa della strategia militare”, dice. A suo avviso, la nascita di nuovi istituti di credito – uno dei quali si chiama Imf Kivu (usa la sigla inglese del Fondo monetario internazionale, ma non ha nessun legame con l’istituzione) – dimostra che alcuni imprenditorisono disposti a sfidare il governo, creando le proprie istituzioni finanziarie.

Fiéma Punduyange preferisce non fare i nomi degli imprenditori coinvolti. L’élite economica a Goma però è cambiata. I commerci con il Ruanda sono sempre stati importanti, ma oggi si sono rafforzati. Sugli scaffali dei supermercati c’è più formaggio ruandese e meno latticini congolesi, che sono simili al gouda. Un imprenditore ruandese sostiene di essere “molto interessato” a sostenere il successo dell’M23 “sia dal punto di vista del dna sia da quello degli affari”.

Le mani sulle miniere

Secondo il Congo research group, la milizia ha messo le mani su circa 45 siti minerari. Il più importante è a Rubaya, una cittadina a nordovest di Goma, dai cui giacimenti si potrebbe estrarre il 15 per cento del tantalio mondiale. Kinshasa l’ha inserito in una lista di beni strategici aperti a possibili investimenti statunitensi, anche se è controllato dell’M23.

“Dalla firma dell’accordo minerario tra Stati Uniti e Rdc, non ci sentiamo più ben accolti”, dice Kaniki. “Ci rendiamo conto che il gioco è cambiato. Ora è tutto una trattativa”. Per questo mostra una presentazione sintetica con i cinque principali siti minerari sotto il controllo dell’M23 di cui vorrebbe parlare con gli Stati Uniti. In un passaggio della presentazione, che sembra più di una business school che di una milizia, si legge che la proposta del gruppo “è la via più praticabile per raggiungere gli stessi obiettivi nella catena di approvvigionamento” di quella presentata da Kinshasa.

Kaniki nota che alcuni siti nei due Kivu proposti dalla Rdc a Washington sono in realtà proprietà di privati o al centro di dispute: “Gli Stati Uniti stanno commettendo lo stesso errore che hanno commesso in Iran: farsi avanti senza avere una strategia finale”.

I problemi non mancano. Molti leader dell’M23 (Kaniki escluso) sono sottoposti a sanzioni statunitensi. Il movimento non governa uno stato sovrano. La Rdc pensa di poter riconquistare Rubaya senza l’aiuto dei mercenari. L’andamento della guerra dipenderà anche dall’efficacia delle pressioni statunitensi, se riusciranno ad aggravare le tensioni interne all’M23: i comandanti non sono sempre allineati e i generali sono in competizione tra loro, negli affari e nella strategia. Ci sono divergenze anche tra l’ala militare e quella politica. A quest’ultima interessa più guadagnare potere a Kinshasa, per il braccio armato è invece importante il controllo dellaregione.

Gli Stati Uniti sperano che le sanzioni sull’esercito ruandese spingano Kigali a smarcarsi dall’M23. I paesi occidentali hanno già cancellato o sospeso investimenti in aziende di proprietà del ministero della difesa di Kigali. Il presidente ruandese Paul Kagame potrebbe avere difficoltà a presentare il suo paese come la Singapore dell’Africa se il suo esercito si ritrovasse insieme alla Corea del Nord sulla lista dei cattivi degli Stati Uniti.

Dopo che l’M23 aveva conquistato Goma nel 2012, il Ruanda aveva ceduto alle pressioni occidentali finendo per ritirare il suo sostegno ai ribelli. Kagame in passato aveva stretto anche accordi con l’Rdc ai danni dell’M23. Eppure a Kigali permane la reale preoccupazione che la Rdc e le Fdlr possano continuare a essere una minaccia per il Ruanda, ora che Tshisekedi si sente un po’ più forte. Alla fine sarà necessario arrivare a un accordo politico. Con tutti i loro difetti, i due negoziati diplomatici stanno almeno permettendo alle due parti in conflitto di continuare a parlarsi.

Nel frattempo l’M23 si radicherà ulteriormente nei due Kivu. “Qui siamo a casa”, dice Kaniki. “Anche se dovessero volerci vent’anni, siamo disposti ad aspettare”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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