Malaka Bahati è arrabbiata. “Gli esattori hanno minacciato di picchiarmi davanti ai miei figli. Ma che posso farci se non ci sono soldi?”, si lamenta l’impiegata. Da un anno nelle città di Goma e Bukavu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), le banche sono chiuse, i bancomat vuoti, i contanti introvabili. È così da quando, con il sostegno del vicino Ruanda, il gruppo armato Movimento 23 marzo (M23) ha preso il controllo del territorio. Il governo di Kinshasa tiene chiusi gli istituti bancari per mettere in ginocchio i ribelli.

L’M23 impone tasse per finanziarsi. Ora, per esempio, i genitori devono pagare di nuovo la tassa sull’istruzione elementare, che era stata cancellata dal governo centrale. L’elenco di tutte le imposte occupa 103 pagine.

“L’M23 voleva riscuotere la tassa sui rifiuti”, racconta Bahati. Ogni famiglia deve pagare seimila franchi al mese, circa 2,20 euro, una cifra che nella Rdc per alcune famiglie significa non mangiare per un giorno. Bahati era in ritardo con il pagamento e ha proposto ai ribelli di tornare alla fine del mese. Ma le hanno urlato contro, dicendo che doveva pagarla prima della retta scolastica dei bambini. “Pensano che la loro ribellione sia più importante dell’istruzione dei miei figli”, protesta.

L’occupazione militare colpisce particolarmente i più poveri. “Dipendono di più dai contanti”, osserva Michel Kasonga, capo di un’organizzazione della società civile. Solo pochi congolesi possono permettersi una carta di credito, che in ogni caso è accettata raramente. Aumentano i pagamenti con il telefono, ma sono tassati intorno al 3 per cento, racconta Kasonga. E servono a poco nei mercati: “La signora al banco delle verdure vuole i contanti”. In mancanza di banconote molti commercianti non vendono i loro prodotti. Le conseguenze sono pesanti: “Molti non riescono più a mandare i figli a scuola”, dice Kasonga.

Inoltre, chi prima aveva un impiego ben pagato in una banca, in un’azienda telefonica, in una società di spedizioni o in un’organizzazione umanitaria ha perso il lavoro dopo l’arrivo dei ribelli. A causa delle sanzioni internazionali a carico dei leader dell’M23, chi paga le loro tasse rischia di avere problemi in Europa o negli Stati Uniti. Di conseguenza molte aziende e organizzazioni umanitarie si stanno ritirando dalla zona.

Pagare gli stipendi

Quando vuole convertire in contanti il denaro elettronico sul suo cellulare, Kasonga deve pagare una commissione del 5 per cento agli intermediari. Prima trattenevano solo il 2 per cento. “È una catastrofe per i più poveri”, afferma. Ma comprende anche l’atteggiamento degli intermediari: sa bene quanto sia difficile ottenere contanti. Ora per Kasonga è il momento di pagare gli stipendi. Per questo il suo responsabile finanziario deve andare a Beni, una cittadina a 350 chilometri a nord di Goma, fuori dall’area occupata dai ribelli. A causa della guerra, il suo collega deve prendere la strada che passa per il Ruanda e l’Uganda. Ma a ogni valico di frontiera l’M23 o le autorità congolesi a Beni gli confiscano i documenti di viaggio dell’altra parte e lo costringono a pagare per dei nuovi documenti. “Solo questo mi costa cento dollari, per non parlare della benzina e dell’albergo”, si lamenta Kasonga.

Il responsabile finanziario deve restare a Beni per un po’, dato che le banche non fanno ritirare più di duemila dollari al giorno. Mantengono riserve ridotte, nel caso in cui Beni finisca nelle mani dei ribelli. Anche trasportare i soldi è complicato, dato che per legge nessuno può avere con sé più di diecimila dollari. Chi ha più soldi può affidarsi ai trafficanti, che a caro prezzo portano il denaro oltre confine, in Uganda. Quindi il responsabile finanziario invia il denaro a Gisenyi, una città ruandese vicina a Goma. Un collega lo ritira lì, incorrendo in ulteriori commissioni che vanno dal 5 al 10 per cento.

La fine dell’occupazione è ancora lontana. L’M23 controlla numerose miniere e si finanzia attraverso il contrabbando di materie prime in Uganda e Ruanda. Sfrutta per esempio la miniera di Rubaya, che fornisce il 15 per cento del coltan (un minerale usato in telefoni, computer e automobili) a livello mondiale. Secondo le Nazioni Unite il giacimento garantisce all’M23 800mila dollari al mese. I ribelli tengono i minatori nelle stesse terribili condizioni di lavoro di prima.

Le materie prime della Rdc hanno attirato l’attenzione degli Stati Uniti. A dicembre, sotto la pressione di Washington, la Rdc e il Ruanda hanno firmato un accordo per promuovere la cooperazione economica e la pace. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti si sono assicurati l’accesso alle risorse minerarie congolesi, con agevolazioni fiscali e voce in capitolo su investimenti, rotte di trasporto e acquirenti.

Un collettivo di avvocati parla di violazione della sovranità e ha fatto appello alla corte costituzionale. Jason Stearns, del centro studi congolese Ebuteli, vede nell’accordo un tentativo degli Stati Uniti di estromettere le aziende cinesi dal mercato delle materie prime congolesi. Ad attirare l’interesse sono soprattutto le miniere di cobalto e rame nel sudest del paese, attualmente sotto il controllo governativo. Sei delle dieci maggiori aziende minerarie attive nella Rdc sono di proprietà cinese. Il paese africano è il maggiore produttore mondiale di cobalto, mentre nel settore del rame è al secondo posto dopo il Cile.

Nel 2024 l’Unione europea aveva annunciato un accordo di cooperazione con la Rdc, per partecipare agli affari minerari. Ma da allora non è successo molto, dice Jean-Claude Mputu, vicepresidente dell’ong Resource matters. Se l’accordo di Washington dovesse andare in porto, “gli europei sarebbero gli sconfitti”.

Bahati e Kasonga non si aspettano proprio niente dagli accordi. “Tutti si accaparrano le nostre materie prime, ma in cambio portano solo guerra”, afferma Kasonga.

Nel suo paese anche la cosa più facile al mondo, prelevare contante, è diventata un pericolo mortale. Per paura dell’M23, una sua conoscente ha preferito evitare la frontiera ed è andata a prelevare soldi in una banca di Beni, passando all’interno della Rdc. Durante il tragitto è stata catturata due volte dai banditi, e a Beni è stata addirittura fermata dai servizi segreti, che l’hanno presa per una spia. La famiglia ha dovuto ogni volta inviare dei soldi per pagare la cauzione. Usando il telefono, e pagando ogni volta una tassa. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati