Oro e commercio per allontanarsi dal dollaro
Il 29 gennaio il prezzo dell’oro ha superato la soglia record dei 5.500 dollari all’oncia troy (31,1 grammi). Il metallo prezioso, tradizionale bene rifugio, è in ascesa grazie agli investitori in cerca di un riparo dai rischi politici e finanziari che incombono sull’economia globale. Il giorno dopo c’è stato in realtà un brusco raffreddamento, con un calo che ha riportato il prezzo sotto i cinquemila dollari, ma si può dire che l’aumento è continuato senza sosta dopo la crisi scoppiata intorno alla Groenlandia, la rimozione di Nicolás Maduro dalla presidenza del Venezuela e le nuove tensioni in Medio Oriente, in particolare in Iran. Gennaio è stato il mese con i rialzi più forti (intorno al 20 per cento) degli ultimi quarant’anni.
Secondo la Goldman Sachs, che prevede ulteriori rialzi entro la fine del 2026, incidono anche gli ingenti acquisti fatti dalle banche centrali, che attualmente comprano in media sessanta tonnellate di oro al mese, contro le 17 del 2022. E intanto continua a salire anche il prezzo di un altro metallo prezioso, l’argento, che il 29 gennaio è arrivato al record assoluto di 120 dollari all’oncia troy. Gli investitori puntano inoltre su valute solide, come il franco svizzero, che è al livello più alto degli ultimi dieci anni nei confronti del dollaro statunitense.
Tra i grandi acquirenti di oro c’è il colosso delle criptovalute Tether, che a settembre, quando un’oncia troy valeva circa 3.850 dollari, deteneva 116 tonnellate d’oro, per un valore di 1,4 miliardi di dollari. Ora che il metallo prezioso è stabilmente sopra i 5.200 dollari, la posta registrata nei bilanci della Tether dovrebbe essere superiore ai cinque miliardi. Nell’ultimo trimestre del 2025 l’azienda ha comprato lingotti per 27 tonnellate. Attualmente possiede una quantità d’oro pari a quella detenuta dalla banca centrale del Brasile.
Le fonti di preoccupazione che contribuiscono agli eccezionali risultati dell’oro sono numerose, ma tra tutte spicca la situazione della principale economia mondiale, gli Stati Uniti. Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Washington ha cominciato a usare la sua posizione di dominio nella finanza globale e nel settore tecnologico per piegare ai suoi voleri il resto del mondo, alleati compresi. È di questi giorni la notizia che Trump ha deciso di introdurre dazi aggiuntivi del 25 per cento sulle importazioni dalla Corea del Sud, perché il parlamento del paese asiatico non ha ancora ratificato il trattato commerciale firmato nel luglio del 2025 con cui gli Stati Uniti hanno ridotto i dazi al 15 per cento in cambio di investimenti sudcoreani per trecento miliardi di dollari.
Il privilegio del dollaro
L’arroganza di Trump fa leva sul cosiddetto privilegio del dollaro: da decenni investitori e banche centrali usano la valuta statunitense per difendere le proprie monete, pagare le importazioni, ripagare i debiti e gestire le fasi di crisi; le aziende di tutte le nazionalità effettuano transazioni in dollari, creando un’enorme necessità di detenere dollari, generalmente investiti a Wall street, spesso in titoli del tesoro americano.
I governi e gli investitori cercano di stare lontano dai guai come possono. Se gli investitori puntano sui beni rifugio, gli stati si rivolgono a nuovi mercati per le esportazioni. Vanno in questa direzione alcuni accordi commerciali siglati di recente, per esempio quello che ha segnato il riavvicinamento del Canada alla Cina (ne ho parlato in questo articolo).
Poi ci sono quelli firmati questo mese dall’Unione europea, che hanno registrato un’accelerazione improvvisa dopo trattative durate vent’anni. Il 17 gennaio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha firmato un trattato con il blocco sudamericano del Mercosur, che dà vita alla più grande zona di libero scambio del mondo, con un mercato di settecento milioni di consumatori che rappresentano più del 20 per cento del pil mondiale.
Il 27 gennaio è stata la volta di quello con l’India, grazie al quale più di due miliardi di persone potranno godere di dazi fortemente ridotti rispetto al passato se non addirittura nulli. Una notizia molto importante se si considera che secondo il Fondo monetario internazionale quest’anno l’India dovrebbe superare il Giappone diventando la quarta economia del mondo, dietro a Stati Uniti, Cina e Germania.
I primi segnali di diversificazione dal dollaro e dai mercati statunitensi non indicano certo un imminente tramonto del dominio finanziario di Washington. In questi giorni la valuta statunitense ha registrato il record più basso degli ultimi quattro mesi, ma il mondo non è affatto pronto a staccarsene, semplicemente perché non esiste un’alternativa valida. Le altre grandi potenze, in particolare la Cina e l’India, non possono offrire agli investitori qualcosa di paragonabile ai mercati finanziari statunitensi, tanto più che non hanno valute pienamente convertibili. L’euro sarebbe il candidato ideale, se solo l’Unione europea fosse una vera potenza anche dal punto di vista politico e se, come suggerisce l’economista francese Olivier Blanchard, disponesse di un vasto mercato per i titoli di stato.
Molti paesi e istituzioni finanziarie vorrebbero liberarsi dei loro titoli di stato americani e delle altre attività finanziarie di Wall street, ma questo significherebbe incassare forti perdite nei bilanci. Gli investitori, gli istituti di credito e le banche centrali europee possiedono titoli di stato e azioni statunitensi per ottomila miliardi di dollari, quasi il doppio del resto del mondo messo insieme. In particolare, con 3.600 miliardi di dollari di titoli del tesoro gli europei detengono un terzo del debito estero statunitense. Anche per questo Trump e i suoi collaboratori, in particolare il segretario al tesoro Scott Bessent, si mostrano così sicuri che nessuno oserà abbandonare il dollaro e quindi sarà costretto ad adeguarsi ai voleri della Casa Bianca.
Ma le opere umane non sono eterne, e il futuro è pieno di incertezze e insidie anche per i più forti. Basta guardare a un enorme quanto sottovalutato problema dell’economia statunitense, il debito pubblico, che rischia di andare fuori controllo: negli ultimi quattro anni gli interessi sul debito federale sono raddoppiati, arrivando a 1.200 miliardi di dollari, più dell’intero bilancio del Pentagono; la spesa per interessi sui debiti di autorità centrali e locali statunitensi corrisponde al 47 per cento del pil nazionale, il livello più alto dalla fine degli anni novanta; quest’anno, in particolare, gli Stati Uniti sono attesi da scadenze sul debito federale per circa novemila miliardi di dollari, e non è detto che i mercati gli rinnoveranno la fiducia.
Non a caso, Trump sta facendo di tutto per mettere sotto controllo la Federal reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti, in modo che l’istituto compri tutto il debito che vuole il presidente. Ma, come ha scritto l’Economist, “per sradicare il dollaro, Trump dovrebbe fare danni molto maggiori all’economia mondiale rispetto a quelli causati nel 2025”. A quel punto sarebbero i mercati a fermarlo. In questo momento, forse, gli unici in grado di farlo.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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