Lo spostamento d’aria delle pale del rotore fa schizzare il fango. La radio gracchia: Sortez! Uscite! Scendiamo dall’elicottero. Un piede sul pattino d’atterraggio e poi nel pantano fino alle caviglie. Tre soldati della legione straniera francese ci aspettano insieme a un quarto uomo con l’uniforme della gendarmeria. Gesticolano concitati. Uno scruta nervoso questa radura della foresta amazzonica, un altro ha un fucile d’assalto. Tutt’intorno una fitta cortina di alberi. Di sicuro da qualche parte c’è qualcuno che osserva nascosto tra le fronde. Sono le otto del mattino e il tenente colonnello Francis Bataillon, un uomo tarchiato con un’uniforme completamente fradicia, guida gli agenti lungo un sentiero battuto. Estrae un dispositivo gps dalla tasca dei pantaloni, si curva a osservarlo e dice di fermarsi: nelle vicinanze ci sono una ventina di accampamenti di cercatori d’oro; lungo il fiume dovrebbero essere al lavoro duecento garimpeiros, setacciatori illegali. La missione è cacciarli via e bruciare gli accampamenti. Motori, tubi e pompe devono essere distrutti.

Bataillon e i suoi agenti sono lì su incarico del governo francese. L’operazione Harpyie è in corso già dal 2008 nella foresta pluviale della Guyana francese, un dipartimento d’oltremare situato nella costa settentrionale del Sudamerica. Il paese è occupato in gran parte da un enorme parco naturale, il Parc nationale de Guyane, grande come la Svizzera. Operazioni simili sono in corso in varie zone del continente. Anche in Colombia e in Brasile squadre di poliziotti girano per le foreste, perché spesso è l’unico modo per contrastare l’estrazione illegale di oro.

I cercatori d’oro significano distruzione per gli esseri umani e per la natura: abbattono alberi, deviano fiumi, portano alcol, armi, violenza e malattie nella foresta pluviale. Il mercurio usato per separare l’oro avvelena i pesci, la principale fonte di sussistenza delle popolazioni locali. Secondo alcuni studi condotti nella Guyana francese, fino al 97 per cento delle persone che vivono nelle zone minerarie – indigeni e cimarrones, cioè i discendenti degli schiavi fuggiti dalle piantagioni – ha livelli troppo alti di mercurio nel sangue. Ma questo vale anche per i cercatori e per chi lavora con loro.

Quella del tenente colonnello e dei suoi agenti, però, è una lotta impari, perché il loro vero nemico è il mercato mondiale. Di recente il prezzo dell’oro ha battuto ogni record: negli ultimi dieci anni il suo valore è più che raddoppiato. Da poco il prezzo di un grammo ha superato gli ottanta euro e la domanda non si ferma. Nei paesi ricchi l’oro è considerato un investimento sicuro, una difesa dall’inflazione, dalle crisi bancarie e dalle guerre. La Cina compra oro per rendersi più indipendente dal dollaro. La Russia e l’Iran per proteggersi dalle sanzioni. In India, dove la popolazione e la ricchezza sono in aumento, nei matrimoni la sposa è letteralmente rivestita d’oro da portare in dote. Ecco perché cercare questo metallo non è mai stato così redditizio. Un quinto dell’oro disponibile nel mondo proviene da “estrazioni artigianali su piccola scala”. Il settore dà lavoro a dieci milioni di persone in settanta paesi. Nella maggior parte dei casi nella totale assenza di leggi: con sistemi pericolosi, inquinanti e violenti.

“Psst!”. Il sergente Maherilaza Rakotdadralambo indica una radura con un gesto della testa. Attraverso la boscaglia si vedono delle baracche di legno. Ora bisogna fare in fretta, perché i cercatori d’oro spaventati scapperanno, nasconderanno la merce, getteranno le motopompe nelle pozze d’acqua, nasconderanno tra gli alberi i generatori di corrente. Maherilaza scorge alcuni uomini che fuggono tra i cespugli, figure magre, quasi filiformi, con stivali di gomma e felpe con il cappuccio. Uno si trascina dietro un pesante sacco nero della spazzatura, un soldato gli taglia la strada. Lo aspetta in piedi con il fucile proprio dove un ruscello interrompe il sentiero battuto. “Torniamo all’accampamento”, ordina.

Pochi minuti dopo tutti i cercatori d’oro sono seduti sui tronchi d’albero. I soldati prendono i loro dati come meglio possono. Nessuno ha un documento d’identità. Uno, Edmilson, 52 anni, dice che lavora in queste foreste da ventinove anni. Non sa leggere né scrivere, non sa fare nient’altro. “Anche se mi prendono con la forza”, dice, “io rimango qui”.

Probabilmente sarà così. I soldati non possono caricare ogni volta sugli elicotteri centinaia di cercatori d’oro, né tantomeno deportarli. E anche se arrestano qualcuno, paga una multa e poco dopo è già di ritorno nel suo accampamento. “Continuano a spuntare gli stessi nomi”, dice Bataillon. Almeno, aggiunge, le operazioni di polizia rallentano un po’ l’estrazione illegale.

La direttiva europea

Gli ufficiali stimano che ogni anno nella Guyana francese si estraggono illegalmente circa otto tonnellate d’oro, e una sola tonnellata legalmente. Tutto questo dovrebbe essere impossibile. In tutto il mondo le leggi, i regolamenti e le certificazioni richieste nell’industria dell’oro stabiliscono che in nessun caso si possa comprare del metallo di dubbia provenienza. L’oro usato per gli smartphone o nelle fabbriche delle aziende tecnologiche, plasmato in gioielli dalle mani degli orafi o conservato come un tesoro in molte casseforti dovrebbe essere pulito. La legge più severa è la direttiva europea, che stabilisce il dovere del controllo per la filiera delle materie prime. Ma sono misure efficaci? Da questi accampamenti di cercatori nella foresta amazzonica l’oro comincia un lungo viaggio con così tante tappe intermedie che è impossibile non perderlo di vista. A ogni anello della catena s’incontrano persone che cercano di nascondere le sue tracce.

Se in queste missioni c’è una cosa rara, afferma il tenente colonnello, è proprio l’oro. Confiscarlo o anche solo vederlo, è l’eccezione. “L’oro trova sempre una strada”, dice Bataillon alzando le spalle. Probabilmente era già in viaggio quando da lontano i cercatori hanno sentito arrivare l’elicottero, e nel giro di pochi giorni avrà percorso trecento chilometri attraverso la foresta pluviale. È nascosto nelle borse e nelle tasche dei pantaloni dei corrieri, detti muli: sono loro i responsabili del suo trasporto e, nel caso di operazioni di polizia, della fuga con l’oro.

L’Amazzonia è attraversata da migliaia di chilometri di sentieri, una rete di piste condivise da indigeni, trafficanti di droga, bracconieri e contrabbandieri d’oro. Quasi tutte conducono al Maroni, il fiume che segna il confine con il Suriname. La prima frontiera internazionale che l’oro deve oltrepassare. Da un molo sulla riva occidentale del Maroni, alcuni uomini che indossano stivali di gomma caricano sulle barche pacchi avvolti nella plastica. Pollo congelato, fagioli, riso, Coca-Cola, birra, mercurio, ibuprofene. Qui si organizzano i rifornimenti per i campi illegali e si può comprare tutto quello che può servire lì. Centoventi magazzini su palafitte si allineano sulla riva: sono gestiti da commercianti cinesi che da decenni controllano gli scambi in Suriname. Intorno ad alcuni magazzini si sono formati dei piccoli insediamenti.

Bidoni usati dai minatori lungo il fiume Maroni, tra il Suriname e la Guyana francese, 5 giugno 2023 - Ian Cheibub, The New York Times/Contrasto
Bidoni usati dai minatori lungo il fiume Maroni, tra il Suriname e la Guyana francese, 5 giugno 2023 (Ian Cheibub, The New York Times/Contrasto)

Il più grande si chiama Antonio do Brinco (Antonio con l’orecchino), dal nome del cercatore d’oro brasiliano che nel 2001 costruì qui la prima capanna. Qui, cioè in mezzo al nulla: nel cuore della giungla, in un luogo che si può raggiungere solo in barca o con un aereo a elica. Non ci sono poliziotti né leggi. Si paga tutto in oro. Ogni commerciante ha una piccola bilancia, il prezzo dell’oro è scritto ogni giorno su un pezzo di carta e affisso sul muro dietro il bancone. Salvo poche eccezioni, l’oro delle miniere della Guyana francese finisce qui.

La mattina presto, quando il Maroni è ancora avvolto nella nebbia, un giovane con lunghi dreadlock sta davanti alla sua canoa e prende dei pacchi. Lo chiamano Papa. Su ogni pacco ci sono tre nomi: il nome del mittente, solitamente uno pseudonimo, accanto “Papa” e poi il nome di un destinatario in città, un corriere o un negozio. Sono pacchetti pieni d’oro. Decine di questi corrieri aspettano i pacchi qui sulla riva. Alle sette si accendono i motori, la traversata fino all’isola Lawa Tabiki dura una ventina di minuti. Sull’isola c’è un unico edificio e una pista d’atterraggio sull’erba di duecento metri. Papa scende, saluta gli addetti alla sicurezza davanti all’edificio, si siede e aspetta. Presto atterra un aereo a elica della compagnia Gum Air, quindi Papa e gli altri corrieri caricano nella stiva un centinaio di pacchi. L’aereo ha un carico d’oro grezzo del valore di decine, forse centinaia di migliaia di dollari. Un apparecchio simile arriva a Lawa Tabiki sei volte alla settimana e un’ora dopo atterra in un piccolo aeroporto a Paramaribo, la capitale del Suriname. L’aeroporto ha un nome olandese, Zorg en Hoop (preoccupazione e speranza): il Suriname è stato una colonia olandese. Nel parcheggio davanti all’hangar alcuni uomini aspettano i pacchetti, li caricano nelle loro auto e se ne vanno.

Paramaribo è una città colorata. Al porto i cimarrones e gli haitiani vendono granchi, in centro i turchi gestiscono i casinò, gli olandesi i grandi alberghi, i cinesi i piccoli negozi. Il presidente del Suriname è di origine asiatica, come la maggior parte della popolazione. Il commercio dell’oro avviene nel quartiere dei brasiliani, i nuovi arrivati. In una casa d’angolo con finestre colorate e foto di lingotti d’oro appese ai muri, un uomo armato in pantaloni mimetici fa strada verso una stanza sul retro. L’ambiente è rumoroso: davanti a una fornace, un addetto fonde in un crogiolo una pepita d’oro separandola dal mercurio residuo che brucia. Un impianto di aspirazione raccoglie i fumi, proteggendo l’uomo dai gas tossici. A Paramaribo chi vuole vendere oro non ha bisogno di documenti d’identità o di certificati d’origine. La legge del Suriname non li richiede. “Abbiamo clienti che lavorano in Suriname e altri che estraggono nella Guyana francese”, dice il proprietario del negozio. “Compriamo oro dagli uni e dagli altri”.

Su dei foglietti sopra le postazioni di lavoro i dipendenti scrivono le quantità giornaliere: 70 grammi, 150 grammi. In una buona giornata un dipendente accetta fino a tre chili d’oro. Gli addetti alle consegne sono i corrieri del parcheggio dell’aeroporto. Dopo che la merce è stata controllata, pesata e pagata, finisce in una grande ciotola. Poi l’oro viene fuso insieme per formare lingotti grezzi, ciascuno del peso di circa un chilo. Il trasportatore arriva ogni giorno, raccoglie i lingotti dai vari rivenditori e li porta cinquanta chilometri più in là, nell’entroterra, in un posto in cui, ancora una volta, le sue tracce saranno fatte sparire.

Una miniera d’oro a Tomboronkoto, Senegal, 16 novembre 2024 - Manuel Medir, Getty
Una miniera d’oro a Tomboronkoto, Senegal, 16 novembre 2024 (Manuel Medir, Getty)

Vicino al terminal cargo dell’aeroporto internazionale di Zanderij, in un complesso di edifici anonimi, ci riceve Ryan Tjon, il “saggiatore” ufficiale del paese. È il direttore del Kaloti Suriname Mint House, l’istituto nazionale che fonde l’oro secondo gli standard, valuta la sua purezza e calcola le royalties che i commercianti devono versare allo stato.

Per l’economia e le finanze del paese, la Mint House è un istituto chiave. In termini di valore l’oro rappresenta l’80 per cento delle esportazioni del Suriname e contribuisce al 10 per cento del pil. La funzione del saggiatore era prima esercitata dalla banca centrale, come avviene di norma, ma in Suriname mancavano le competenze tecniche necessarie. A un certo punto si è scoperto che per anni la purezza dell’oro era stata stabilita male e che per questo lo stato aveva perso milioni in entrate fiscali.

Nel 2015 l’allora presidente Dési Bouterse – latitante dal 2020 perché condannato nei Paesi Bassi e in Suriname per omicidio e traffico di droga – trovò la soluzione a Dubai. Nel giro di pochi anni un’azienda chiamata Kaloti Precious Metals era diventata una delle più grandi raffinerie d’oro del Medio Oriente, e una delle più grandi del mondo per la valutazione del metallo prezioso. All’epoca la Kaloti si espandeva rapidamente aprendo raffinerie e uffici a Singapore, Hong Kong, Miami. Paramaribo doveva diventare la sua testa di ponte in Sudamerica.

Alla fine si trovò un accordo: lo stato del Suriname e la Kaloti fondarono insieme la Kaloti Suriname Mint House. Il 10 per cento appartiene allo stato e il 60 alla Kaloti, che ha messo a disposizione le sue moderne tecnologie; il restante 30 per cento è nelle mani di un’azienda che fa capo a un commerciante di gioielli e alla cerchia dei suoi amici. Harry Dorinnie, capo economista della banca centrale del Suriname, parla apertamente di “mafia dell’oro”. Una decina di politici e di uomini d’affari controllano tutto, dall’acquisto alla lavorazione fino alla valutazione e all’esportazione dell’oro.

Il capo della Mint House, Ryan Tjon, preferisce non commentare, ma ci guida in un breve tour di questo moderno impianto produttivo. Ci mostra dove l’oro viene fuso, pulito e verificato. Alla fine per ogni lingotto è emesso un documento che porta il timbro dello stato del Suriname. Una cosa non da poco nel mercato internazionale dell’oro. Il Suriname non è considerato un “paese ad alto rischio”, come per esempio la Repubblica Democratica del Congo, dove i gruppi ribelli si finanziano attraverso il commercio dell’oro; o come il Venezuela, dove l’oro è in parte nelle mani dei trafficanti di droga.

Dopo la frontiera

Ma dov’è finito l’oro illegale che il tenente colonnello Bataillon ha scoperto nel campo della Guyana francese? Probabilmente è stato contrabbandato oltre il confine e mischiato ad altro oro dai commercianti del quartiere brasiliano per essere infine fuso in un lingotto nella Mint House. Da lì è libero di andare per il mondo.

Dei viaggi successivi si occupa la Klm. La compagnia aerea olandese è attrezzata per il trasporto valori, offre speciali coperture assicurative e dispone delle infrastrutture necessarie. In Suriname gli impiegati della Mint House trasportano i lingotti nel terminal cargo dell’aeroporto Zanderij. Lì sono caricati in un aereo della Klm e atterrano all’aeroporto Schiphol di Amsterdam, dove sono custoditi in una cassaforte prima di dirigersi verso la destinazione finale, che nella maggior parte dei casi è Dubai, negli Emirati Arabi Uniti.

Dal grattacielo del Dubai Multi Commodity Centre si vede la celebre Palm island. È uno dei centri più importanti del mondo per il commercio di oro, diamanti, metalli e di altre materie prime. Quasi tutte le raffinerie, i commercianti e gli intermediari d’oro più importanti hanno un ufficio in questa torre. Qui passa dal 20 al 30 per cento di tutto l’oro del mondo.

Al mercato dell’oro di Dubai, Emirati Arabi Uniti, 27 novembre 2024 - Ercin Erturk, Anadolu/Getty
Al mercato dell’oro di Dubai, Emirati Arabi Uniti, 27 novembre 2024 (Ercin Erturk, Anadolu/Getty)

Gli Emirati Arabi Uniti sono il terzo maggiore esportatore di oro al mondo, un dato notevole, visto che non ne estraggono nemmeno un grammo. Dietro l’ascesa di Dubai c’è soprattutto un uomo: Munir al Kaloti, un commerciante della Giordania. Tra le altre cose, Kaloti ha comprato oro antico, l’ha fatto rifondere, raffinare e rivendere. Oggi, dopo una serie di scandali internazionali, la sua azienda, la Kaloti Precious Metals, non esiste più, ma i vecchi proprietari di allora sono ancora in attività.

È agli inizi degli anni dieci di questo secolo che Dubai è diventata un centro globale per il commercio all’ingrosso di oro. Qui serviva molta meno burocrazia che in altri posti. Nessun certificato di pagine e pagine sulla provenienza di ogni singola fornitura d’oro: a Dubai bastavano un paio di fogli formato A4. Presto però si è cominciato a sospettare che non tutto fosse fatto a regola d’arte. Ci sono stati procedimenti legali, indagini di autorità internazionali, sanzioni della Financial action task force, un’organizzazione con sede a Parigi. Secondo la ong svizzera Swissaid, nel 2022 circa 435 tonnellate di oro sono arrivate illegalmente a Dubai dai paesi africani. “Dubai ricicla i soldi di altri paesi”, afferma Marcena Hunter, della ong ginevrina Global initiative against transnational organized crime.

Un’innovazione che ha contribuito a nascondere le tracce dell’oro è la cosiddetta jungle jewellery, un’attività in cui anche la vecchia Kaloti ha avuto probabilmente la sua parte. Nel 2016, per esempio, molto oro arrivava dalla provincia indonesiana di Giava orientale, ma tutti sapevano che lì il lavoro minorile e l’impiego di mercurio tossico erano all’ordine del giorno. Era difficile da vendere. Alla fine tonnellate di quell’oro sono arrivate a Dubai, ma per vie traverse.

Spencer Campbell, ex dirigente della Kaloti, ha raccontato il percorso di cui all’epoca era responsabile. L’oro estratto era prima consegnato nella città indonesiana di Surabaya e poi forgiato in gioielli, in pezzi di duecento o trecento grammi. Non serviva neanche che sembrassero veri gioielli, ha detto Campbell: una pepita appesa a una catena andava più che bene. I pezzi venivano quindi spediti a Singapore o in Thailandia, fusi come “vecchi scarti del settore gioielleria”, e alla fine arrivavano a Dubai. Da lì, ha concluso Campbell, il metallo prezioso veniva rispedito come “oro riciclato”.

Un rapporto del 2020 delle ong Swissaid e Global witness ha svelato quanto sia facile e rapido cancellare le tracce dell’oro

Oggi questo sistema si usa un po’ in tutto il mondo, anche in Suriname. Nel quartiere brasiliano di Paramaribo non è raro trovare gioiellieri che fanno praticamente solo questo: fondono in catene le pepite d’oro della foresta pluviale. A quel punto si aprono molte strade. Ogni volta che la si guarda da vicino, la faccenda rivela tutta la sua opacità. Secondo i dati della dogana del Suriname, nel 2020 sono state spedite a Dubai 7,5 tonnellate d’oro. Ma la quantità registrata in ingresso nella dogana di Dubai è di 14 tonnellate, quasi il doppio. Quanta parte di questa differenza è dovuta al contrabbando, ai gioielli fusi o alle dichiarazioni omesse per evadere le tasse? Impossibile dirlo.

Le domande di questo tipo non sono gradite. Die Zeit ha chiesto alla raffineria Mtmo – la nuova azienda sorta dall’impero della Kaloti a Dubai – come riesce a gestire simili rischi nelle forniture. È possibile che dell’oro estratto e trasportato illegalmente si nasconda nelle forniture dal Suriname? Come fa la raffineria a tutelarsi? La domanda tiene anche conto del fatto che le relazioni d’affari tra il Suriname e Dubai sono strette. La risposta non ha tardato ad arrivare: “Le vostre ipotesi si basano su speculazioni infondate e hanno fatto il loro tempo”, ha scritto l’amministratore Osama M. al Kaloti, che poi ha concluso con una minaccia: “In caso di pubblicazione di dichiarazioni diffamatorie adotteremo le misure necessarie”. L’azienda non vuole rendere pubblici i dettagli dei suoi affari. È monitorata dal ministero dell’economia di Dubai e si sottopone regolarmente a controlli. La Cina, l’India e la Turchia si riforniscono di oro da Dubai. La Germania, la Francia e gli Stati Uniti invece non sono nell’elenco dei clienti: le aziende e le banche centrali di questi paesi non fanno acquisti a Dubai perché temono che i controlli sulla provenienza dell’oro non siano abbastanza rigorosi.

Il metallo si può facilmente commerciare nei paesi occidentali se è stato controllato e rifuso in una raffineria dalla reputazione impeccabile. In genere sono quelle certificate dalla London bullion market association (Lbma), una sorta di autorità di autocontrollo del settore dell’oro con sede a Londra. La Lbma invia in tutto il mondo i suoi controllori, che applicano standard, a quanto si dice, più severi di quelli previsti dalla maggior parte delle leggi in vigore. I controllori londinesi chiedono i certificati di provenienza e verificano il rispetto delle leggi sul lavoro e delle normative ambientali. Nessuna delle raffinerie di Dubai ha una certificazione Lbma. Ma da Dubai l’oro parte spesso per curiosi viaggi. Sono già stati scoperti casi in cui dagli Emirati Arabi Uniti è stato spedito in un paese di produzione insospettabile – come il Ghana o il Sudafrica – e poi da lì verso un qualsiasi paese destinatario per essere raffinato. È comune incontrare a Dubai commercianti d’oro che raccontano apertamente di questi metodi. Sappiamo, per esempio, che l’Oman e il Bahrein sono note stazioni di passaggio per questo tipo di contrabbando e riciclaggio dell’oro. Ma nessuno dei commercianti vuole che il suo nome appaia su un giornale.

C’è però una strada più diretta che porta al cuore dell’Europa. Dai dati sulle importazioni della Svizzera risulta che nel 2023 sono state importate da Dubai 114 tonnellate d’oro, più del doppio rispetto al 2022 e al 2021.

È una giornata di fine estate nelle Alpi meridionali e Christoph Wild sta salendo i gradini di pietra che conducono al monte Generoso, la montagna più importante di Mendrisio, una località del Ticino a metà strada tra Lugano e Como. Wild è un uomo magro dai capelli grigi. Apre la porta di legno della sua casa di montagna: tavolo di legno massiccio, cantina dei vini e vista sulla valle verde punteggiata di abusi edilizi degli anni settanta. Siamo nell’area industriale del Ticino e nel cuore mondiale della fusione dell’oro. Wild è uno dei protagonisti del settore: dirigeva la raffineria d’oro Argor-Heraeus e oggi è presidente dell’Associazione svizzera dei fabbricanti e commercianti di metalli preziosi. Qui ci sono tre delle più grandi raffinerie d’oro al mondo: la Valcambi, la Mks Pamp e l’Argor-Heraeus. Sono impianti d’eccellenza, dove l’oro è raffinato fino alla massima purezza possibile: il 99,999 per cento, il livello richiesto anche dalle banche centrali. Operai in tute protettive versano oro liquido negli stampi per i lingotti e, prima che si raffreddino completamente, applicano un timbro che indica il grado di purezza, la raffineria e un numero di serie. I lingotti poi sono distribuiti a banche, gioiellieri e industrie. Tutte le raffinerie del Ticino sono certificate Lbma.

L’associazione guidata da Wild rappresenta tutte le raffinerie d’oro svizzere tranne la Valcambi, che nel 2023 è uscita a causa di “distanze inconciliabili” sul tema della provenienza dell’oro. La Valcambi oggi è l’unica raffineria svizzera che continua a importare oro da Dubai.

Un tema politico

Fino a pochi anni fa la provenienza del metallo non interessava a nessuno. Oggi però ong e mezzi d’informazione portano alla luce diversi problemi, come il fatto che le raffinerie, i gioiellieri e i commercianti occidentali ricevono oro dalle zone di guerra del Congo o dalle miniere illegali del Perù. La responsabilità per la provenienza dell’oro è diventata un tema politico. Quest’attenzione si è tradotta in dibattiti e riforme, ma non si è mai arrivati alla trasparenza completa. Nel 2019, quando l’ong Associazione per i popoli minacciati ha chiesto alla dogana svizzera di rendere nota la provenienza dell’oro entrato nel paese, i commercianti del settore hanno bloccato la richiesta in tribunale. Wild afferma che l’industria si impegna a non accettare oro di dubbia provenienza, ma che “non sempre ci riesce”. Per questo la sua associazione ha accolto con favore una nuova legge che dà alla dogana più poteri di controllo sulle raffinerie.

Wild preferisce non commentare la scelta della Valcambi di continuare a importare oro da Dubai. Ma Michael Mesaric, amministratore delegato della Valcambi, ha risposto per email alle nostre domande: “Importiamo da Dubai solo l’oro proveniente da poche raffinerie autorizzate che rispettano severi requisiti di tracciabilità e trasparenza e che sono in grado di provare la provenienza delle materie prime”.

Un rapporto del 2020 delle ong
Swissaid e Global witness ha però svelato quanto sia facile e rapido cancellare le tracce dell’oro. Tra il 2016 e il 2020 la Valcambi ha importato decine di tonnellate d’oro dalla Kaloti Dubai e dalla società che gli è succeduta, la Mtmo, facendo entrare in Svizzera metallo di origine dubbia ma con sigilli di qualità. Il rapporto ha fatto scalpore. Quando la dogana ha svolto indagini sulla Valcambi è emersa una complicazione: la raffineria non aveva comprato l’oro direttamente a Dubai, ma da un intermediario di Londra, la Trust One.

Impennata improvvisa
Prezzo dell’oro, migliaia di dollari per oncia troy (31,1 grammi) - fonte: Lseg Workspace/the economist
Prezzo dell’oro, migliaia di dollari per oncia troy (31,1 grammi) (fonte: Lseg Workspace/the economist)

Nel rapporto finale l’autorità doganale ha scritto che la Trust One ha effettivamente comprato l’oro dalla Mtmo. Dal punto di vista del diritto doganale, l’importazione si era svolta correttamente. Dal punto di vista legale, la Valcambi era tenuta a controllare solo la Trust One, non i suoi fornitori. E, interpellata sulla vicenda, l’azienda svizzera ha dichiarato che il concessionario londinese è risultato in regola. Dopotutto si tratta di un’azienda controllata dalle autorità britannica che non è mai stata coinvolta in casi discussi. Nel registro delle imprese britanniche si può vedere chi sono i proprietari della Trust One: un fondo d’investimento che appartiene a Munir al Kaloti, Tarek al Mdaka, Monzer Medakka e Osama al Kaloti. Le stesse persone che controllano la Mtmo.

“Dal 2020 non lavoriamo più con il marchio Mtmo”, scrive la Valcambi in risposta a una domanda precisa. L’azienda riferisce inoltre che “l’oro è sempre accompagnato da una dichiarazione di conformità rilasciata dalla raffineria che produce i lingotti. Tutte le dichiarazioni sono state e saranno sempre controllate dalla Valcambi”.

Ma la dichiarazione di conformità rilasciata dalla raffineria è solo un’autocertificazione. E le autocertificazioni abbondano nel settore dell’oro. A Paramaribo un grossista di nome Conrad Issa ci ha mostrato la dichiarazione rilasciata per un suo cliente a Dubai: l’assicurazione che il metallo proveniva da “fonti non criminali”. Issa, a sua volta, ha preteso la stessa garanzia dai suoi fornitori. Ulteriori verifiche non servono.

La Valcambi lo sa. “Qualsiasi informazione non verificata comporta un rischio, perché si tratta di un’autodichiarazione”, ha scritto l’amministratore delegato Michael Mesaric nella sua risposta. Per questo la Valcambi fa anche dei controlli sul posto. “A quanto sappiamo, siamo gli unici a farlo”. Ma si può capire da dove arriva l’oro controllando sul posto?

Matthias Baier è il capo del Deksor, l’agenzia tedesca che verifica l’adempimento degli obblighi previsti dall’Unione europea negli acquisti di materie prime. Il Deksor è sotto la giurisdizione del ministero dell’economia ed è stato creato perché dal 2021 le aziende dell’Unione europea devono rispettare severi vincoli quando importano oro e altri minerali di particolare importanza. Gli uomini di Baier svolgono i controlli dalla Germania.

Baier ha lavorato nel settore minerario. Ha esperienza delle miniere d’oro, è stato in Congo, nell’Africa orientale e conosce le rotte del contrabbando. Si esprime con la cautela tipica di chi è a capo di un’autorità. “Nella maggior parte dei casi non possiamo ripercorrere il viaggio dell’oro fino al paese d’origine”, dice. Le norme doganali non prevedono che sia annotata la prima fonte, ma solo il paese in cui ha fatto l’ultimo passaggio. Baier non può neanche vedere i rapporti dei controlli svolti dalle aziende. “Le raffinerie straniere possono decidere autonomamente se condividere i rapporti dei controlli”, afferma. “Oggi il tracciamento termina spesso in Svizzera”. È da lì che la Germania importa il 70 per cento del suo oro. Alla fine nessuno può escludere che l’oro del campo della Guyana francese finisca in una fede nuziale comprata da un gioielliere di Francoforte o nei lingotti custoditi alla Bundesbank, la banca centrale tedesca. “Nessuno può dire con assoluta certezza da dove provenga l’oro importato in Germania”, dice Baier. “Né l’importatore né il Deksor”. ◆ nv

Quest’articolo è stato realizzato con il sostegno del Rainforest investigations network del Pulitzer center

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Questo articolo è uscito sul numero 1594 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati