La casa prima di tutto
La parte ricca del pianeta cresciuta all’insegna del capitalismo e dell’iniziativa individuale combatte da sempre con il fatto, o quanto meno non può fare finta di ignorarlo, che uno dei suoi maggiori difetti è quello di lasciare indietro molte, a volte troppe, persone. Non è moralmente né economicamente accettabile che ci sia chi non riesce a mangiare tutti i giorni e non ha una casa decente in cui vivere.
Il problema è discusso da secoli, e nel novecento la risposta più importante è stata senza dubbio la nascita dello stato sociale e della sanità pubblica, almeno in Europa. Oggi, di fronte alle crescenti disuguaglianze nelle società ricche, si discute spesso della necessità di assicurare a chi ne ha bisogno più aiuti in denaro, per esempio il cosiddetto reddito di cittadinanza. Ma alcuni casi dimostrano che spesso il denaro non è risolutivo: chi è ai margini della società ha bisogno di alcuni beni e servizi essenziali e innanzitutto della casa, una base da cui partire per costruirsi una vita normale.
Il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung racconta quello che succede in Germania. Nella ricca Düsseldorf, importante centro industriale e finanziario nell’ovest del paese, si cerca di risolvere il problema delle persone senza dimora sulla base del principio dell’housing first, la casa prima di tutto. “Ecco l’idea: queste persone dovrebbero prima ricevere un’abitazione e poi, con l’aiuto di operatori sociali, cominciare ad affrontare i loro problemi, dalla disoccupazione alla tossicodipendenza. Sembra semplice, ma è di fatto un rovesciamento del modello classico usato per aiutarle”.
Secondo i dati ufficiali, in Germania si trovano in questa condizione più di cinquecentomila persone, mentre altre sessantamila sono classificate come “senza dimora velate”, perché riescono a trovare ospitalità di volta in volta da parenti e conoscenti. Il governo federale si propone di risolvere il problema entro il 2030 dando un’abitazione a tutti. E in un piano nazionale presentato nel 2024 ha adottato, tra l’altro, proprio il principio dell’housing first.
L’idea è entrata nel programma elettorale del cristianodemocratico Stephan Keller, rieletto sindaco di Düsseldorf a settembre del 2025. Keller si propone di togliere dalla strada le 750 persone senza tetto che vivono in città e sta già lavorando a una struttura specifica per le 250 di loro che soffrono di dipendenza dal crack. Per tutte le altre il comune collabora con alcune associazioni, come la Fiftyfifty, che gestisce 94 alloggi, alcuni dei quali di sua proprietà.
A Düsseldorf oggi ci sono 143 abitazioni usate per l’housing first in vari quartieri, in modo che chi è ospitato stia a contatto con persone che non hanno avuto a che fare con la vita per strada. La disponibilità di un’abitazione, insieme al lavoro degli operatori sociali, può dare buoni risultati. La Frankfurter Allgemeine Zeitung racconta il caso di Giuseppe, che dopo 17 anni vissuti per strada tra tossicodipendenza e frequenti periodi in carcere, ha ottenuto un’abitazione tutta sua ed è riuscito a costruirsi una vita con la sua compagna Steffi, superando la tossicodipendenza e trovando un lavoro con l’aiuto degli operatori sociali.
L’idea dell’housing first è nata negli Stati Uniti e poi si è diffusa in vari paesi europei, come la Danimarca e la Norvegia. Ma in questo ambito i programmi più avanzati sono quelli della Finlandia, che ha adottato il principio nel 2008 e nel 2022 era riuscita a ridurre del 70 per cento il numero di persone senza dimora. Secondo il governo di Helsinki, nel 2024 nel paese c’erano ancora circa mille cittadini che vivevano in questa condizione da lungo tempo. Ne avevo parlato su Economica tre anni fa citando un articolo del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung (sul sul sito di Internazionale si può leggere anche questo articolo). A Helsinki gli alloggi per i più poveri si trovano nel complesso residenziale Alppikatu 25, nel centro della capitale. Qui hanno trovato ospitalità persone come Tomi Kanerva, 49 anni, pluripregiudicato con un passato da tossicodipendente. “Finalmente ci trattano come esseri umani, non come spazzatura”, raccontava alla Süddeutsche Zeitung.
Fino a qualche anno fa, spiegava il quotidiano, in Finlandia le cose funzionavano più o meno come negli altri paesi: riceveva un alloggio solo chi lo cercava e dimostrava di essersi rimesso in sesto e di poter lavorare. Nel 2007 il ministro dell’edilizia abitativa Jan Vapaavuori incaricò una commissione di quattro esperti di studiare la situazione delle persone senza dimora. All’epoca erano circa ottomila, in forte calo rispetto alle ventimila del 1985. Gli esperti ritenevano che il problema sarebbe stato risolto alla radice entro il 2015 se il governo si fosse impegnato a dare subito un’abitazione a queste persone. Il loro studio era intitolato Nome sulla porta.
A quel punto Helsinki decise di cambiare la sua politica. Tutte le associazioni che gestivano strutture d’accoglienza per i senza dimora furono obbligate a modificare radicalmente gli edifici se volevano ancora ricevere finanziamenti pubblici. In passato, per esempio, il palazzo in cui abita Kanerva aveva 260 posti letto distribuiti in grandi sale; oggi la struttura è formata da 81 piccoli appartamenti, ha una reception all’ingresso e ci lavorano, tra gli altri, sette assistenti sociali, un’infermiera, diversi educatori e due psicoterapeuti. La fondazione che gestisce il complesso, la Y-Säätiö, possiede diciottomila alloggi ed è il quarto proprietario immobiliare della Finlandia. Il progetto è costoso, ammettono i responsabili, ma è comunque più conveniente ed efficace delle politiche precedenti: “Le persone senza dimora costano molto allo stato, perché chi vive per strada si ammala di più”.
In Italia, dove secondo i dati più recenti le persone senza dimora sono circa 96mila (al riguardo consiglio la lettura di questo articolo del mio collega Giuseppe Rizzo), l’housing first è presente da una decina d’anni, durante i quali sono stati avviati 75 programmi, con una forte presenza nel nordest (42 per cento) e nel nordovest (32 per cento); seguono poi il sud (15 per cento) e il centro (11 per cento). Le città medie sono protagoniste con il 47 per cento dei programmi.
Tra i progetti capofila c’è la Community housing first Italia (Hfi), promossa da fio.Psd Ets (Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora), rappresenta una rete di 62 organizzazioni, presenti in 14 regioni e 37 città italiane, tra cui imprese sociali (50 per cento), enti pubblici (11 per cento), fondazioni ed enti religiosi (16 per cento). Negli ultimi dieci anni 901 persone (51 per cento di quelle accolte) hanno concluso i programmi di accoglienza. Di queste, il 63 per cento ha raggiunto l’indipendenza economica, lavorativa e/o abitativa; l’11 per cento ha abbandonato volontariamente o ha dovuto trasferirsi a causa della fine dei finanziamenti, trovando ospitalità in altre strutture; il 6 per cento è morto e il 9 per cento se n’è andato per altri motivi, come sfratto o ricongiungimenti familiari.
Una curiosità. Il modello dell’housing first, per certi versi, era stato teorizzato anche in Italia – ma molti anni prima, durante la seconda guerra mondiale – da Ernesto Rossi, che sull’argomento scrisse il libro Abolire la miseria. Il saggio risale al 1942, quando Rossi era al confino a Ventotene (dove fu tra gli autori del Manifesto di Ventotene insieme ad Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni), ma per circa trent’anni restò praticamente sconosciuto fino a quando, nel 1977, non fu pubblicato da Laterza. Anche Rossi sosteneva che garantendo ai più poveri una serie di beni e servizi pubblici gratuiti essenziali, tra cui appunto un alloggio, lo stato poteva liberarli dall’assillo della miseria e quindi spingerli a migliorare e progredire.
“È evidente che, a parità delle altre condizioni, qualsiasi indirizzo di politica economica che aumenti la ricchezza generale riduce il numero dei poveri”, scrive Rossi. “Ma fino a quando la ripartizione dei fattori produttivi fra i possibili impieghi e la distribuzione dei beni di consumo nella soddisfazione dei diversi bisogni continuerà ad avvenire attraverso il meccanismo del mercato […] ci sarà sempre un certo numero di persone che non sarà in grado di guadagnarsi il denaro sufficiente per tenere la testa al disopra del livello della miseria. Una politica governativa produttivistica può ridurre al minimo questo numero: non può eliminarlo completamente. A tali persone è necessario provvedere con un intervento dello stato. I governi che non vi provvedono sono costretti a spendere in gendarmi, giudici, carceri, ospedali molti più quattrini di quelli che risparmiano nella pubblica assistenza; sprecano gran parte dei fondi che destinano alla salute pubblica e alla pubblica istruzione”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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