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La Russia in vetrina alla Biennale d’arte di Venezia

Il padiglione della Russia alla Biennale di Venezia, 16 novembre 2023 (Alberto Gardin, Sopa Images/LightRocket/Getty Images)

Dopo l’inizio delle guerra contro l’Ucraina, la Russia non ha più partecipato alla Biennale d’arte di Venezia. Il padiglione del paese, costruito nel 1914 dall’architetto Aleksej Ščusev, che avrebbe poi progettato il mausoleo di Lenin, a lungo ha avuto bisogno di un restauro. Tuttavia, dopo i lavori cominciati nel 2019 e finiti nel 2021 la Russia ha organizzato solo una mostra modesta, dedicata all’edificio.

Durante la Biennale del 2022 il padiglione è invece rimasto chiuso. Gli artisti russi Kirill Savchenkov e Aleksandra Sukhareva non avevano partecipato a quell’edizione per protestare contro l’invasione dell’Ucraina, insieme al curatore lituano Raimundas Malašauskas. L’anno successivo la Russia ha saltato anche la Biennale di architettura.

Nel 2024 Mosca ha affittato il suo padiglione alla Bolivia, mentre nel 2025 la struttura ha ospitato un progetto curato dal famoso architetto britannico Thomas Heatherwick. Michał Murawski, tra i curatori del padiglione ucraino, ha organizzato una protesta al padiglione russo accusando la Biennale e Heatherwick di collaborare con Mosca.

Nonostante questo, in vista dell’edizione di quest’anno il rappresentante del Cremlino per la cooperazione culturale internazionale ed ex ministro della cultura Mikhail Shvydkoy ha ribadito che la Russia “non ha mai lasciato la Biennale di Venezia”.

La manifestazione è in programma dal 9 maggio al 22 novembre, ma bisogna capire se il padiglione russo resterà aperto per l’intera Biennale. Il formato scelto per il progetto, intitolato L’albero ha radici nel cielo, è insolito: una serie di performance sonore create da 38 artisti.

Critiche

La notizia della riapertura del padiglione ha suscitato critiche e allarmi. “Ci saranno sicuramente persone intelligenti che difenderanno l’iniziativa nel nome della tolleranza e della pace nel mondo”, ha scritto su Telegram la critica cinematografica Zinaida Pronchenko.

Molti esponenti del mondo dell’arte ritengono che il formato del progetto sia poco chiaro. Di solito le esposizioni all’interno dei padiglioni nazionali coinvolgono uno o due artisti, o al massimo un piccolo gruppo. “Un gruppo di cinquanta persone non può elaborare una dichiarazione d’intenti artistica”, ha scritto su Facebook l’artista Marina Koldobskaya. “Quel gruppo è stato messo assieme proprio per impedire di farlo. Del resto, qualsiasi orientamento potrebbe creare problemi”.

Gli oppositori del Cremlino sostengono che la Biennale dovrebbe dare spazio anche alla loro voce. “Penso sia un’ottima occasione per una presa di posizione artistica contro il governo russo”, ha scritto su Facebook il gallerista Marat Gelman. “Potremmo semplicemente fare un festival all’aperto vicino al padiglione russo”.

Nadia Tolokonnikova, attivista delle Pussy riot ed esponente della piattaforma per il dialogo con le forze democratiche russe (Pace), ha già annunciato l’intenzione di organizzare una protesta a Venezia. “Le Pussy riot andranno alla Biennale con un messaggio di protesta, per non morire di vergogna”, ha scritto Tolokonnikova su X. “Vogliamo esprimere un sostegno incondizionato all’Ucraina, alle vittime dei crimini di guerra della Russia, ai prigionieri politici russi e ai prigionieri ucraini”.

Anche il ministro degli esteri lituano Kęstutis Budrys è intervenuto su X: “La decisione [della Biennale] di srotolare il tappeto rosso davanti alla cupa diplomazia culturale russa è disgustosa”.

Una delle curatrici del padiglione ucraino, Ksenia Malykh, dice di non essere sorpresa. “In questi quattro anni la Russia è riuscita a infilarsi in eventi importanti, in un modo o nell’altro”, ha spiegato.

La destra divisa

I padiglioni della Biennale di Venezia appartengono ai governi dei diversi paesi, che nominano curatori e commissari, e si occupano della gestione delle strutture. Chi si occupa dei progetti nazionali non risponde alla direzione della Biennale, così come i curatori delle esposizioni. In ogni caso esiste un dialogo costante tra la direzione della mostra e i singoli padiglioni.

“La Biennale di Venezia non decide quali paesi partecipano. Sono i governi a scegliere se prendere parte alla manifestazione”, ha dichiarato la portavoce della manifestazione Cristiana Costanzo ad ArtNews quando le è stato chiesto un commento sulla riapertura del padiglione russo. Tuttavia, il ministero della cultura italiano ha fatto sapere che la partecipazione della Russia “è stata decisa in totale autonomia dalla fondazione, nonostante l’orientamento contrario del governo”.

Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, è un giornalista di destra che ha fatto parte dell’organizzazione giovanile del partito neofascista Movimento sociale italiano. Il ministero della cultura lo ha nominato nel 2024. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, Buttafuoco aveva espresso pubblicamente la sua ammirazione per Vladimir Putin, definendolo “l’unico vero statista di destra”. Commentando il ritorno della Russia alla Biennale, ha dichiarato che la manifestazione è aperta a tutti.

Tolokonnikova non concorda con la posizione del presidente della Biennale. “Il padiglione russo non è un’ambasciata, non è un territorio sovrano e non ha uno status diplomatico”, ha sottolineato l’attivista. “Questo significa che il governo italiano, le autorità di Venezia e la Biennale possono dire ‘no’ alla Russia, se lo vogliono”.

Il 9 marzo la Commissione europea ha diffuso un comunicato condannando la decisione della Biennale, minacciando la sospensione o la cancellazione dei finanziamenti europei. Politico ha ottenuto una lettera congiunta con cui i ministri della cultura di 22 paesi europei hanno invitato la Biennale a riconsiderare la partecipazione della Russia.

“La Russia è sottoposta alle sanzioni europee e internazionali – comprese quelle in ambito culturale – imposte per la sua violazione del diritto internazionale e della sovranità dell’Ucraina”, si legge nella lettera. “In questo contesto, garantirle una piattaforma culturale prestigiosa invia un segnale molto problematico”.

Soft power

La Biennale di Venezia è stata fondata nel 1895. Oltre a organizzare grandi mostre internazionali, fin dalla sua nascita ha ospitato esposizioni nazionali più piccole e gestite dai singoli governi.

Nonostante l’opinione pubblica consideri questo modello come neutrale, in realtà è legato a una visione del mondo in cui il successo culturale è un merito dello stato o quantomeno una componente del suo prestigio. Di conseguenza ogni nuova Biennale spinge gli artisti, i curatori e i critici a chiedersi se i padiglioni nazionali siano diventati obsoleti e cosa possa essere fatto per renderli più contemporanei.

Nel 2024, per esempio, il curatore brasiliano Adriano Pedrosa aveva scelto il titolo Stranieri ovunque, concentrandosi sull’arte delle minoranze e delle diaspore. I curatori non controllano le esposizioni nazionali, che però di solito tengono conto del concetto su cui è stato costruito il progetto principale.

Su invito di Pedrosa diversi padiglioni si sono allontanati dall’idea di proiettare un senso di unità tra arte e stato. Le loro esposizioni hanno dato spazio ad artisti messi a tacere dalle autorità e dalla cultura dominante (un esempio significativo è quello dell’esposizione dell’artista nativo Jeffrey Gibson all’interno del padiglione degli Stati Uniti).

In ogni caso, fino a quando i padiglioni nazionali della Biennale continueranno a esistere, la visione di destra della cultura come vetrina della politica resterà inalterata.

Lo dimostra il fatto che nonostante l’esposizione del 2024 sia stata una delle più progressiste (e antimperialiste) della manifestazione, i criteri di selezione degli artisti sono cambiati radicalmente dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Il dipartimento di stato, infatti, ha preteso che i candidati presentassero una proposta di progetto che riflettesse i “valori statunitensi” e promuovesse il concetto di “eccezionalismo americano”.

Con ogni probabilità il Cremlino sfrutterà la Biennale per imporre il proprio racconto, e nessuno potrà sorprendersi se riuscirà a usare il suo padiglione per normalizzare le sue politiche e ribadire il suo ruolo come guida autoproclamata del sud globale. Dopo tutto, questa dinamica è intrinsecamente legata alla struttura arcaica della Biennale.

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