Come i ribelli congolesi mantengono il controllo sui minerali strategici
È passato un anno dal 27 gennaio 2025, giorno in cui la città di Goma, il capoluogo della provincia congolese del Nord Kivu, è stata conquistata dal gruppo armato Movimento 23 marzo (M23), alleato del Ruanda. A metà febbraio l’avanzata ribelle è proseguita fino a Bukavu, nel Sud Kivu. E, dopo mesi di trattative su più fronti, con il presidente statunitense Donald Trump in prima linea, verso la fine del 2025 l’M23 ha ripreso la sua progressione conquistando il 10 dicembre Uvira, un’importante città vicino al Burundi, di cui ha mantenuto il controllo fino al 16 gennaio di quest’anno.
In questa lunga occupazione di parte delle province del Nord Kivu e Sud Kivu, scrive Jeune Afrique, l’M23 – affiancato dal suo braccio politico, l’Alleanza del fiume Congo (Afc) – “si è affermato come forza politico-militare in grado di condurre ‘operazioni prolungate, coordinate e su più assi’, come risulta dall’ultimo rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Rdc”. La milizia controlla infatti grandi centri urbani e ha istituito amministrazioni parallele allo stato centrale dopo aver estromesso le autorità del governo di Kinshasa.
“L’obiettivo è chiaro: costituire e governare una regione autonoma”, continua il mensile panafricano. In un anno il gruppo armato ha quasi raddoppiato l’estensione della sua zona operativa, che ormai arriva fino alla frontiera con il Burundi e a Fizi, il territorio più meridionale del Sud Kivu, al confine con la provincia congolese del Tanganyika. Per controllare questo territorio, l’M23 si appoggia a un’economia di guerra fondata sullo sfruttamento e sulla tassazione delle risorse minerarie.
I ribelli, per esempio, controllano dall’aprile 2024 il sito di Rubaya, uno dei più grandi giacimenti di coltan del mondo. La Reuters l’ha definita la “miniera che alimenta il mondo delle nuove tecnologie”, perché il coltan lì estratto viene esportato in Asia e processato per ottenere il tantalio, un metallo resistente al calore che viene venduto a più di 300 dollari al chilogrammo perché molto richiesto dai produttori di smartphone, computer, componenti per l’industria aerospaziale e turbine a gas. A Rubaya si produce il 15 per cento del coltan mondiale, estratto a mano da lavoratori locali sfruttati per pochi dollari al giorno, e questa è una delle principali fonti di finanziamento del movimento ribelle. Secondo i rapporti degli investigatori dell’Onu, dai siti congolesi controllati dall’M23 i sacchi pieni di minerali vengono contrabbandati su camion in territorio ruandese, dove poi vengono mischiati con la produzione locale per occultarne la provenienza prima dell’esportazione.
Sempre secondo gli esperti dell’Onu la ribellione ha conquistato anche la miniera d’oro di Twangiza, nel Sud Kivu, e centri minerari strategici come Nzibira, che dista una cinquantina di chilometri da Bukavu. L’M23 ormai controlla quasi la metà della produzione di cassiterite e di coltan del Sud Kivu e più dei due terzi di quella di wolframite (che è fonte di tungsteno, un metallo usato nell’elettronica).
Per fare tutto questo l’M23 ha creato un’amministrazione parallela che si occupa non solo dell’estrazione, ma anche degli scambi commerciali, del trasporto e della tassazione dei minerali. Per esempio, rivela la Reuters, ha imposto una tassa del 15 per cento sul coltan che gli intermediari comprano dai minatori informali.
In un’intervista alla Reuters rilasciata il 26 gennaio Corneille Nangaa, il leader politico dei ribelli, ha criticato duramente l’accordo firmato lo scorso 4 dicembre dai rappresentanti di Kinshasa e di Washington, che garantisce agli Stati Uniti un accesso privilegiato ai minerali congolesi in cambio di investimenti e cooperazione nella sicurezza. “Buona parte dei minerali strategici della Rdc, tra cui il coltan, si trova nelle aree controllate dall’M23”, precisa la Reuters. E Nangaa ha fatto notare che le miniere “offerte” da Kinshasa a Washington “potrebbero essere già state promesse ad altri partner”.
Oltre a occuparsi di questo settore, i ribelli hanno nominato un governatore del Nord Kivu e nuovi sindaci, scelto altri leader tradizionali (mwami, re in swahili) organizzato dei concorsi per i giudici, introdotto un sistema alternativo per il rilascio di visti agli stranieri (compresi gli operatori umanitari) e creato una nuova forza di polizia, di cui secondo il gruppo di esperti dell’Onu farebbero parte anche soldati ruandesi. Tutto questo, riporta Radio France Internationale, ha avuto un costo sulla popolazione: arresti arbitrari, coscrizioni forzate, torture e altre violazioni dei diritti umani. L’aggravarsi del conflitto in questa regione, denuncia Human rights watch, ha causato anche un aumento delle violenze sessuali contro le donne commesse dai combattenti di diversi gruppi armati, in un momento in cui i tagli statunitensi agli aiuti allo sviluppo complicano l’assistenza alle sopravvissute.
L’ascesa dell’M23 non sarebbe stata possibile senza il sostegno materiale del Ruanda. Per lungo tempo Kigali ha negato di sostenere i ribelli ma negli ultimi giorni ha cambiato rotta. Come scrive il sito Afrikarabia, specializzato in Rdc, “in un documento pubblicato dall’ambasciata ruandese a Washington, Kigali ha ammesso per la prima volta che ‘il Ruanda partecipa al coordinamento in materia di sicurezza con l’Afc/M23’”. Finora i ruandesi avevano riconosciuto, con una formulazione vaga, di aver messo in atto “misure difensive” nei Kivu, nonostante decine di rapporti dell’Onu avessero documentato le ingerenze dell’esercito ruandese nell’est della Rdc, con migliaia di soldati schierati oltre confine.
A un anno dalla presa di Goma, perciò, qualcosa è cambiato, ma la strada verso la pace sembra ancora lontana, nonostante tre diversi tentativi di mediazione. “Mentre il dialogo tra sordi prosegue, il bilancio umanitario si aggrava”, conclude Jeune Afrique. “Secondo Kinshasa circa 1.500 civili sono stati uccisi negli scontri avvenuti dal 2 dicembre. I combattimenti avrebbero inoltre causato 250mila sfollati, molti dei quali si sono rifugiati in Burundi, alleato di Kinshasa. E alla situazione di insicurezza si aggiunge la crisi sanitaria legata al preoccupante aumento di casi di colera nel Sud Kivu”.
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Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.