L’uomo che vuole industrializzare l’Africa
A quasi tre anni dall’inaugurazione di quella che è stata definita la “raffineria della salvezza”, il nome dell’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, 68 anni, è sulla bocca di tutti. Con 28,7 miliardi di dollari, è l’uomo più ricco dell’Africa e l’unico africano tra i cento più ricchi del mondo della classifica di Forbes. Nelle ultime settimane ha rilasciato varie interviste ai mezzi d’informazione internazionali, che lo presentano come la chiave di volta della futura, necessaria, industrializzazione del continente. Allo stesso tempo, Dangote ha visto i suoi grandi investimenti nei settori del petrolio e dei fertilizzanti venire ampiamente ripagati, in particolare dopo lo scoppio della guerra in Iran.
Dietro l’idea di aprire una megaraffineria di petrolio a Lekki, vicino a Lagos, la capitale economica della Nigeria, c’era la volontà di garantire al paese nuovi guadagni derivanti dall’esportazione di un prodotto lavorato invece che grezzo. La scommessa è stata vincente, nota Business Insider Africa, visto che in questo momento di grande volatilità dei mercati petroliferi molti governi africani (e non solo) si stanno rivolgendo a Dangote per comprare il suo prodotto.
Quando l’Economist lo incontra nel suo ufficio a Lagos il 12 marzo – mentre infuria la guerra nel golfo Persico e il blocco dello stretto di Hormuz fa salire il prezzo del barile alle stelle – il suo telefono non smette di squillare: a chiamarlo sono potenziali clienti, pronti a pagare qualsiasi cifra per accaparrarsi parte dei 650mila barili al giorno che escono dalla sua raffineria.
Nell’impianto industriale di Lekki non si producono solo carburanti, ma anche polipropilene, un tipo di plastica usata per gli imballaggi, e nel prossimo futuro si aggiungerà un prodotto chimico fondamentale per i detersivi. Inoltre “in un magazzino grande quanto l’hangar di un aeroporto, i nastri trasportatori scaricano cumuli di fertilizzante su camion diretti al porto costruito appositamente da Dangote. La fabbrica produce circa tre milioni di tonnellate di fertilizzanti all’anno, più di qualsiasi altro impianto in Africa. La chiusura dello stretto di Hormuz, da cui passa anche un terzo del commercio mondiale via mare di fertilizzanti, non fa che riaffermare l’importanza di Dangote”.
È dello stesso avviso Jeune Afrique: “Il gruppo Dangote è recentemente entrato nel club dei produttori di urea, un fertilizzante azotato, che esporta soprattutto fuori dal continente (in Brasile e negli Stati Uniti), e ha fatto nuovi investimenti per aumentare la produzione. Potrebbe quindi trarre vantaggio delle difficoltà nel golfo Persico per trovare nuovi clienti in Africa e altrove, approfittando anche dell’aumento dei prezzi”.
La chiave del successo
La fortuna di Dangote, però, inizialmente non era legata al petrolio e ai fertilizzanti. Negli anni settanta, come molti suoi familiari prima di lui, aveva cominciato commerciando prodotti come sale e zucchero, passando poi a cemento e riso. Intorno al duemila, incoraggiato dalle autorità dell’epoca, ha cominciato a produrre cemento, un’attività redditizia che ha portato avanti con successo.
Secondo i suoi critici, questo successo non è dovuto solo ai suoi meriti ma anche ai favori politici. “Nel 2023 le autorità anticorruzione nigeriane hanno accusato il gruppo Dangote, insieme ad altre 51 aziende, di aver beneficiato di tassi di cambio preferenziali, garantiti da un ex governatore della banca centrale. Aliko Dangote non era coinvolto personalmente e la sua azienda ha negato qualsiasi illecito”, scrive il New York Times, che ha intervistato l’imprenditore a inizio marzo e lo descrive come un uomo serio ed estremamente sobrio. Molti “si lamentano che Dangote abbia quasi il monopolio su molti beni di prima necessità. Quasi tutti i cantieri edili del paese sono disseminati di sacchi di cemento a marchio Dangote, gli scaffali dei negozi di alimentari sono riforniti di farina e zucchero a marchio Dangote. La sua ricchezza, sostengono i critici, è stata costruita grazie ai sussidi governativi e alle agevolazioni fiscali”.
Oggi è accusato di ricevere lo stesso trattamento preferenziale per il petrolio. Ma è anche vero che in futuro la sua raffineria arriverà a coprire l’intero fabbisogno nigeriano, mettendo fine alla dipendenza dalle importazioni del prodotto raffinato che il governo sovvenzionava a caro costo (i sussidi sui carburanti sono stati tagliati dal nuovo presidente Bola Tinubu appena entrato in carica nel maggio 2023).
“Dangote insiste nel dire di aver semplicemente approfittato di ciò che i funzionari governativi gli hanno offerto, poiché sta contribuendo allo sviluppo del paese”, nota il New York Times. Allo stesso tempo, ha dichiarato lui stesso, le sue fabbriche contribuiranno a ridurre la disoccupazione in una Nigeria in pieno boom demografico. Nel paese più popoloso del continente, secondo la Banca mondiale, entro il 2030 serviranno posti di lavoro per 40-50 milioni di persone.
Attualmente la raffineria di Dangote impiega trentamila persone, per l’80 per cento nigeriane. Molte posizioni dirigenziali sono ricoperte da stranieri, ma secondo Dangote la situazione cambierà con il tempo. L’obiettivo è dare lavoro a 65mila persone.
Inoltre il gruppo ha progetti che “vanno oltre i confini della Nigeria”, continua l’Economist. “La Dangote è attiva in altri 16 paesi africani. L’anno scorso ha annunciato una joint venture da 2,5 miliardi di dollari con l’Etiopia per costruire un impianto di fertilizzanti grande quanto quello in Nigeria”. Ma ci sono piani anche per Zimbabwe (cemento, energie), Zambia (fosfati, rame), Ghana e Costa d’Avorio (cacao) e per un oleodotto che va dalla Namibia all’Africa centrale.
Lui intanto ha cominciato a fare un passo indietro: secondo The Africa Report, il futuro della Dangote è in mano alle tre figlie Halima, Fatima e Mariya, che hanno già cominciato ad assumere incarichi di responsabilità nelle principali società del gruppo.
Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.
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