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Internet ha bisogno di nuove regole

Jurgen Ziewe, Getty Images

Sarà una vera soddisfazione vedere l’enfant prodige scorticato vivo. I politici, alla ricerca di un momento di gloria, fustigheranno Mark Zuckerberg all’interno del tribunale. Metteranno all’angolo il fondatore di Facebook e cercheranno di attribuirgli tutti i peccati del mondo. Sarà uno spettacolo incredibile, ma lo spettacolo è solo un effimero sostituto della politica.

Mentre emergono gli scandali di Facebook, le critiche nei confronti dei giganti tecnologici si intensificano a ritmo stupefacente. La rabbia ha preso il posto della riflessione. La proposta che raccoglie più consensi, tra quelle che circolano nel congresso, chiede di regolamentare la pubblicità di tipo politico che può circolare su Facebook, una legge che non ridurrebbe affatto il potere o i profitti dell’azienda. E sarebbe anche una legge che non fa nulla per attaccare il cuore del problema: la mancanza di protezione dei dati personali da parte del governo degli Stati Uniti.

L’elemento che determina il mondo digitale è il fatto che il web è nato durante l’ondata libertaria degli anni novanta. Privatizzando la rete, sottraendola alle agenzie governative che l’avevano gestita, abbiamo abbandonato il pensiero civico. Invece di trattare la rete come il sistema finanziario, l’aviazione o l’agricoltura, abbiamo evitato di creare delle regole solide che ci avrebbero garantito la sicurezza e avrebbero fatto rispettare i valori costituzionali del paese.

Ambiente e privacy sono beni che rischiano di essere distrutti da un mercato senza freni

Gli attivisti che portano avanti questo dibattito conoscono da tempo questa debolezza, e ora i pericoli sono probabilmente chiari anche alla maggior parte degli utenti di Facebook. Ma una cosa è sapere cos’è lo sfruttamento dei dati, un’altra è vedere chiaramente come i nostri dati possono essere trasformati in un’arma contro noi stessi.

Il risveglio è avvenuto dopo le rivelazioni sulla complicità di Facebook nel disastro dell’ultima campagna presidenziale. Il fatto che Facebook sia riluttante ad assumersi pienamente la sua responsabilità getta ulteriori dubbi sulle sue motivazioni e sui suoi metodi. E mentre seguono il dibattito sull’argomento, i cittadini potrebbero arrivare alla conclusione che sia stata la debolezza delle nostre leggi ad aver gettato le basi per l’incredibile successo di Facebook.

Se facciamo un passo indietro, ce ne rendiamo conto chiaramente: il modello economico di Facebook si fonda sullo sfruttamento della privacy. L’azienda spinge i suoi utenti a condividere sempre più informazioni personali (ciò che che Facebook ha definito “trasparenza radicale”), poi li sorveglia per capire come farli rimanere più a lungo sul sito, per poi mostrargli annunci pubblicitari adatti al loro profilo.

Anche se Zuckerberg sosterrà di essere un difensore della riservatezza, ha già rivelato cosa pensa veramente. Nel 2010, per esempio, ha dichiarato che la privacy non è più una “norma sociale” (tanto tempo fa, in uno slancio di trionfalismo giovanile, aveva detto che chi si fidava di lui e gli consegnava i suoi dati era “un povero idiota”). Anche i dirigenti dell’azienda conoscono le conseguenze del loro metodo: di recente, durante una conferenza, mi sono seduto accanto a un rappresentate di Facebook, il quale ha ammesso di non usare il sito da anni per proteggersi da “forze invasive”.

Bisogna sempre ricordare questa indifferenza ideologica alla privacy, perché non dovrebbe esserci niente di scioccante a proposito delle negligenze emerse dallo scandalo Cambridge Analytica. A quanto pare Facebook non ha avuto scrupoli a permettere l’accesso ai nostri dati a ciarlatani che lavoravano per conto di Cambridge Analytica, senza spendere neppure un minuto di tempo per capire di chi si trattasse o per preoccuparsi di quali secondi fini avessero nel raccogliere così tante informazioni sensibili.

E non è stato un incidente isolato. Facebook ha dato libero accesso ai raccoglitori di dati, nel quadro di un patto con il diavolo stretto insieme agli sviluppatori di app. L’azienda aveva bisogno di stringere rapporti con questi sviluppatori, perché le loro applicazioni spingevano gli utenti a trascorrere ancora più tempo su Facebook. Come ha scritto Alexis Madrigal sull’Atlantic, Facebook ha mantenuto standard molto permissivi per la raccolta di dati, anche in presenza di varie voci che ne criticavano pesantemente l’attività.

Mark Zuckerberg forse crede che il mondo sia un posto migliore senza la riservatezza. Ma adesso vediamo il costo della sua visione. Le nostre informazioni più intime sono state messe a disposizione di individui malintenzionati, che vogliono manipolare l’opinione politica, le nostre abitudini intellettuali e i nostri modelli di consumo. I proprietari di Cambridge Analytica hanno potuto accedervi facilmente. Facebook ha trasformato i dati – una specie di radiografia del nostro io interiore – in un bene mercificato senza il nostro consenso.

In passato, di fronte a sfruttatori simili, gli statunitensi hanno chiesto allo stato di proteggerli. La legge ci protegge dalle banche che vogliono sfruttare le nostre carenze o debolezze, e impedisce la mercificazione dei nostri dati finanziari. Quando i produttori di cibi lavorati hanno riempito i loro prodotti di sostanze terribili, lo stato li ha obbligati a rivelare con trasparenza la lista completa degli ingredienti.

Dopo aver creato dei sistemi di trasporti, lo stato ha imposto limiti di velocità e cinture di sicurezza. In tutti questi sistemi ci sono scappatoie legali, ma comunque sono migliori del niente assoluto. Dobbiamo estendere questo nostro modello consolidato al nostro nuovo mondo.

Fortunatamente non dobbiamo legiferare nel buio. A maggio l’Unione europea comincerà a far rispettare una serie di leggi chiamate Regolamento generale sulla protezione dei dati. Nel corso del tempo, in Europa gli stati hanno creato le loro agenzie e limitazioni contro gli eccessi delle aziende tecnologiche.

Ma questo regime, che entrerà presto in vigore, crea un unico standard per tutta l’Unione europea, in un lodevole tentativo di obbligare le aziende tecnologiche a spiegare in modo chiaro come vogliono usare le informazioni personali che raccolgono. In questo modo offre ai cittadini più potere sull’uso dei loro dati personali, tra cui la possibilità cancellarli.

Come in Europa, i cittadini dovrebbero avere il diritto di cancellare i dati che rimangono nei server

È arrivato il momento di creare negli Stati Uniti un’infrastruttura di regolamentazione, in linea con i valori e le tradizioni del paese: un’autorità di protezione dei dati. Questa denominazione, come ho scritto nel mio libro World without mind (Mondo senza mente), ricorda un po’ l’ufficio governativo incaricato di far rispettare le misure di protezione ambientali.

C’è un parallelo tra ambiente e privacy: sono entrambi beni che rischiano di essere distrutti da un mercato senza freni. È vero, permettiamo alle aziende di rovinare l’aria, l’acqua e le foreste. Tuttavia imponiamo anche serie limitazioni allo sfruttamento ambientale e dobbiamo fare lo stesso per quanto riguarda la riservatezza. Esattamente come in Europa, i cittadini dovrebbero avere il diritto di cancellare i dati che rimangono nei server. Le aziende dovrebbero essere obbligate a stabilire delle opzioni predefinite in modo che i cittadini scelgano volontariamente di essere sorvegliati, invece di accettare passivamente la perdita della privacy.

Naturalmente creare un’autorità di protezione dei dati solleverebbe molte questioni. Ed esiste una paura fondata che i ricchi e i potenti cerchino di usare queste regole per indebolire i giornalisti a loro sgraditi. Fortunatamente, abbiamo un corpus di giurisprudenza più favorevole ai mezzi d’informazione rispetto all’Europa, e possiamo concepire la nostra legge in modo da proteggere il giornalismo.

Anche perché lo status quo pone rischi molto più gravi per i valori democratici. Una volta che la privacy è scomparsa, non è più possibile recuperarla. Mentre i demagoghi sfruttano le debolezze del nostro sistema, le nostre norme politiche potrebbero non riprendersi mai più.

Quando ha sviluppato un’applicazione per raggirare gli utenti di Facebook e spingerli a cedere i loro dati, Cambridge Analytica si è concessa una diabolica ironia. Ha dato al suo cavallo di battaglia un nome che sembrava ammettere l’esistenza di un ampio e terribile piano di sfruttamento. L’azienda ha infatti chiamato il prodotto “thisisyourdigitallife” (questa è la tua vita digitale). Se agiremo concretamente, non sarà per forza così.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato da The Atlantic. Leggi la versione originale.
© 2018. Tutti i diritti riservati. Distribuito da Tribune Content Agency.

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