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Le radici della crisi nello Xinjiang

Kashgar, nella provincia cinese dello Xinjiang, gennaio 2017. (Kevin Frayer, Getty Images)

Dieci anni fa avevo conosciuto due giovani uiguri. Stavano per finire gli studi universitari e si affacciavano nel mondo del lavoro, uno quasi architetto e l’altro quasi fisico.

Il primo era irrequieto e curioso: sognava di fare un master al Politecnico di Milano, aveva il culto di Renzo Piano, era favorevole al sesso libero e si sentiva troppo ingabbiato sia in Cina, sia nelle costrizioni della cultura tradizionale uigura. Il secondo era diligente e devoto: si svegliava ogni mattina alle cinque per pregare rivolto alla Mecca, poi studiava fino a sera, programmava di sposarsi presto, si diceva cinese, insisteva sul fatto che sua nonna – sia comunista sia musulmana – fosse la prova vivente di un’integrazione possibile tra la cultura uigura e quella del grande impero cinese.

A un certo punto, si misero a discutere. Il secondo accusava il primo di essere “troppo libero”, di non avere rispetto per niente e nessuno; l’altro si difendeva accusando l’amico di essere troppo pavido. Erano così in ebollizione che si dimenticarono di me e cominciarono a litigare in uiguro, io non capivo niente. Quando si ricordarono del sottoscritto, chiesero educatamente scusa e mi fecero il riassunto.

Strategie di sopravvivenza
Erano due giovani globalizzati, ognuno a modo suo, ognuno con una stratificazione di bisogni, desideri, illusioni e miti affastellati in testa, con esiti diversi ma con un minimo comun denominatore: erano partecipi di quel progresso che l’amata-odiata madrepatria cinese sembrava garantirgli. Sentivano di essere nel flusso generale delle cose. La vita poteva solo andare meglio.

Oggi, vivono entrambi all’estero: l’architetto in Europa, il fisico negli Stati Uniti. Sono riusciti ad andarsene prima che le autorità cinesi ritirassero i passaporti agli abitanti dello Xinjiang. Lavorano, stanno apparentemente bene, sono concentrati sulla carriera e tendono a eludere discorsi esplicitamente politici.

Hanno trovato una propria strategia di sopravvivenza. L’architetto ha riscoperto l’islam e si attiene ai suoi precetti in maniera moderata, il fisico ha messo su famiglia. Non so quanto spesso tornino a casa, se mai ci tornano. Dato che io – giornalista straniero – per loro posso essere un problema, comunichiamo raramente e solo se capita l’occasione, di solito attraverso brevi messaggi un po’ criptici: nell’architetto mi pare di cogliere talvolta un po’ di desolazione, nel fisico un’ironia sottile e al tempo stesso amara, quasi rabbiosa, che rivela un universo interiore che ribolle. È lo stesso sarcasmo che ho percepito in un giovane palestinese di Hebron. Il sarcasmo dell’oppresso.

La Cina ha una lunga tradizione ‘imperiale’ di gestione delle minoranze

Con il nuovo anno escono aggiornamenti quasi quotidiani sulla situazione in Xinjiang. L’ultimo è un lungo articolo di James Millward per la New York Review of Books che offre un quadro complessivo servendosi anche di quanto già uscito in precedenza. Jessica Batke, invece, spiega da dove arriva il calcolo riguardo a circa un milione di uiguri (ma ci sono anche kazachi) rinchiusi in campi di rieducazione che le autorità cinesi, dopo avere inizialmente negato la loro esistenza, chiamano “centri di formazione professionale”.

Le cause materiali
Quello che mi sembra mancare nella maggior parte della letteratura corrente è una spiegazione convincente del perché, a un certo punto, la situazione in Xinjiang sia precipitata, cioè come sia cominciato il crescendo di disagio-violenze-repressione. Come spiega Millward, la Cina ha una lunga tradizione “imperiale” di gestione delle minoranze. Perché dunque a un certo punto il Partito comunista abbraccia quello che lui chiama “assimilazionismo etnico han-centrico” (gli han sono il gruppo etnico maggioritario in Cina) a scapito del pluralismo? Cosa è successo tra i giorni in cui due giovani uiguri globalizzati cavalcavano le opportunità offerte dal progresso cinese e la distopia di oggi, per cui se tornassero in Cina finirebbero probabilmente in un campo di rieducazione? Mancano spiegazioni convincenti, cioè le cause materiali del conflitto, le ragioni socioeconomiche.

Reza Hasmath è professore ordinario di scienze politiche all’università di Alberta, in Canada. Qui si trovano le sue ricerche, molte delle quali scaricabili gratuitamente.

Ho seguito una conferenza a Pechino, gli ho fatto qualche domanda, poi ho letto quanto ha scritto sullo Xinjiang e gli ho posto ancora un paio di domande.

Secondo Hasmath alla radice dell’escalation c’è l’ingresso violento dell’economia di mercato in una regione, lo Xinjiang, che è sia multietnica sia in via di sviluppo sul piano economico. C’è un filo conduttore tra l’aumento della disuguaglianza, del risentimento, della ricostruzione dell’identità secondo linee religiose ed etniche, e gli incidenti, la repressione brutale e un tentativo di assimilazione forzoso da parte dello stato cinese.

Questa degenerazione è il frutto dell’avvento della concorrenza laddove un’economia pianificata di stampo socialista garantiva la famosa “ciotola di ferro”, il sostentamento garantito dallo stato, non esorbitante ma livellatore delle differenze. “Nell’attuale mercato del lavoro dello Xinjiang, gli uiguri non ottengono i migliori posti di lavoro in termini di salari e status nonostante abbiano un’istruzione o una formazione comparabili o superiori a quelle dei cinesi han”, spiega Hasmath. “Molti giovani uiguri identificano nella propria appartenenza etnica la causa di questo svantaggio sul mercato del lavoro. Dalle interviste che abbiamo fatto emerge che sono tornati all’etnia o alla religione dopo essere giunti a questa conclusione. Possiamo definirli risorti sul piano etnico o religioso, ed è chiaro che si assiste a una rinascita dei legami etnici”.

La svolta di mercato
“Nel modo di produzione socialista”, scrive Hasmath, “lo stato era tenuto a integrare gli uiguri e fu in grado di realizzare questo obiettivo fornendo occupazione (la ciotola di ferro, tie fan wan) nelle imprese statali e di proprietà collettiva. In sostanza, in Xinjiang come nel resto della Cina, esisteva un sistema istituzionale di ‘dipendenza organizzata’, in base al quale l’individuo restava legato alla propria unità di lavoro per tutta la vita in cambio di un impiego sicuro, indipendentemente dall’etnia. Tuttavia, alla fine degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta, dopo quasi un decennio di riforme del mercato, il sistema fu abbandonato. Le persone furono sollecitate a crearsi un lavoro autonomo e a cercare impiego nel settore privato emergente. In effetti, da allora la maggior parte delle nuove assunzioni in Xinjiang è stata registrata nel settore privato, rendendo le politiche del governo troppo deboli per controllare la stratificazione occupazionale”.

L’economia di mercato separa gli han e gli uiguri sia socialmente sia geograficamente

È qui che il guanxi, la capacità relazionale degli han, diventa una risorsa fondamentale che li avvantaggia sugli uiguri. Non che gli uiguri non abbiano relazioni, ma in genere la loro comunità è circoscritta al livello locale, è omogenea e incentrata sulle produzioni a basso valore aggiunto. Le relazioni han si prolungano invece al di fuori della regione autonoma strettamente intesa, lungo tutta la filiera produttiva. È il capitalismo di relazione che condanna la minoranza etnica alla marginalità. I dati sull’occupazione in Xinjiang che mi ha fornito Hasmath sono abbastanza espliciti. Su cento uiguri, solo nove fanno lavori ad alto valore aggiunto, alto status, alta retribuzione, contro 26 han su cento.

Ben l’80,6 per cento degli uiguri lavora in agricoltura, allevamento e attività forestali, contro il 37,32 per cento degli han (l’alta percentuale di lavori rurali dipende dal fatto che lo Xinjiang resta comunque un’economia in via di sviluppo). Questa situazione corrisponde alla separazione geografica, con gli han concentrati nelle città e nel nord della regione autonoma e gli uiguri nelle campagne e nel sud. “I salari possono anche determinare il luogo di residenza”, scrive Hasmath. L’irruzione dell’economia di mercato separa le due etnie sia socialmente, sia geograficamente.

Ma avere delle aspettative tradite quando ci si affaccia sul mercato del lavoro non è comune a tutta la gioventù globalizzata di oggi? “Sì”, risponde Reza Hasmath, “ma in Xinjiang ci sono due elementi in più: l’assenza di rappresentanza (i rituali della democrazia possono servire da cuscinetto, da camera di decompressione) e la soluzione prêt-à-porter della devozione religiosa o della ricostruzione dell’identità etnica”.

Lo spartiacque del 2009
Sono stato nello Xinjiang nel 2008 e poi nel 2013. Tra la prima e la seconda data è esplosa la rivolta di Ürümqi del 5 luglio 2009, vero e proprio evento spartiacque.

Alla sua origine c’era stato il cosiddetto incidente di Shaoguan, nel Guangdong, dove nella fabbrica di giocattoli Xuri, di proprietà hongkonghese, due operai uiguri erano stati linciati dai colleghi han. Un operaio han, che si era licenziato senza trovare un altro lavoro, aveva diffuso la voce che degli uiguri avevano violentato una ragazza (fatto poi smentito dalla polizia). Negli incidenti erano rimaste ferite altre 118 persone. I lavoratori uiguri erano stati assunti nella fabbrica di Shaoguan per affrontare la scarsità di manodopera e il loro arrivo aveva permesso alla proprietà di tenere bassi i salari di tutta la forza lavoro: 28 yuan al giorno (circa 3,5 euro al cambio di oggi). Questa circostanza, con i problemi di comunicazione e le differenze negli stili di vita, aveva contribuito a esacerbare il clima tra le due comunità di operai.

Il 5 luglio, una manifestazione a Ürümqi per chiedere un’inchiesta imparziale sui fatti di Shaoguan si era trasformata improvvisamente in una rivolta violenta, su cui ancora oggi non è stata fatta chiarezza. Furono aggrediti cittadini han e distrutte le loro proprietà, gli han costituirono gruppi di vigilantes che attaccarono a loro volta gli uiguri. Bilancio finale, secondo le autorità, 197 morti, 1.721 feriti, circa 1.500 arresti.

Ürümqi, nella provincia dello Xinjiang, il 2 luglio 2017.

Quando sono tornato nello Xinjiang nel 2013 era chiaro che il controllo sul territorio era aumentato, con checkpoint da cui gli han e gli stranieri potevano passare, mentre gli uiguri venivano fermati spesso. Ricordo sull’autostrada tra Turpan e Ürümqi la fermata a un posto di blocco. Il gendarme ha guardato il mio passaporto, mi ha sorriso e mi ha detto: “Welcome to Xinjiang”. Intanto, di fianco a me, i suoi colleghi stavano aprendo e sparpagliando sul pavimento tutto il bagaglio di un contadino uiguro.

Il mio amico architetto in quei giorni mi aveva raccontato l’aneddoto di un giovane ingegnere civile uiguro che fa domanda per un buon lavoro in un’impresa di stato a Ürümqi. Ma lo respingono, perché, diceva il mio amico, il funzionario responsabile delle risorse umane gli comunica che non assumono uiguri. Il giovane se ne va quindi a Pechino, dove trova lavoro in una delle più grandi aziende di ingegneria della Cina. Quando torna a Ürümqi per seguire un grande progetto, incontra lo stesso funzionario di diversi anni prima che gli chiede: “Perché i giovani di talento dello Xinjiang non contribuiscono mai allo sviluppo della propria terra?”.

Questa favola di umiliazione e riscatto con chiosa finale – non sapremo mai quanto sia veritiera – ci dice che il risentimento, il vittimismo, la sensazione di non farcela a causa della propria condizione etnica, in quell’autunno del 2013 era già ben radicati. Il mio amico architetto poi ha realizzato il suo sogno di andare al Politecnico di Milano. La maggioranza resta in Xinjiang.

Una settimana dopo il mio ritorno a Pechino, il 28 ottobre 2013, un’automobile con famiglia uigura a bordo si schiantò in piazza Tiananmen, giusto sotto il ritratto di Mao. Morirono gli occupanti e due turisti investiti dal veicolo. Era cominciata lì una catena di violenze proseguite nel 2014 e nel 2015 (rimando all’articolo di Millward sopra per una ricostruzione) che hanno fornito il pretesto alle autorità cinesi per scatenare la guerra contro “i tre mali”: terrorismo, separatismo ed estremismo religioso. E siamo all’oggi.

Approcci imperiali
Come si spiega la reazione cinese? Secondo Hasmath, Pechino ha sempre alternato un approccio morbido a un approccio duro al problema Xinjiang. Il primo, per esempio, consiste nel finanziare la costruzione e il mantenimento delle moschee, perché è dimostrato che la presenza di istituzioni religiose riduce le violenze locali: le moschee forniscono beni alla comunità e incarnano una mediazione tra la popolazione locale e il governo, favorendo la gestione nonviolenta del potenziale scontento. Poi ci sono le politiche di discriminazione positiva nell’istruzione (borse di studio e accesso all’università con voti più bassi agli esami di ammissione per le minoranze etniche). Ma queste sono un’arma a doppio taglio, perché possono creare sia aspettative che saranno poi tradite negli uiguri, sia risentimento tra gli han nei riguardi dei “privilegi” della minoranza.

L’approccio duro è quello all’opera adesso e consiste essenzialmente nel dispiegamento dell’apparato di sicurezza. Ne fanno parte i campi di rieducazione, l’adozione di nuove tecnologie di controllo, una griglia di “gestione sociale” capillare. Oltre a ciò bisogna considerare che i livelli bassi dell’apparato di sicurezza sono quasi tutti occupati da uiguri, così da impiegare persone della minoranza e al tempo stesso fare in modo che il fratello controlli il fratello; il tentativo dello stato di rieducare e riformare i leader religiosi per assicurarsi che non diffondano il cosiddetto radicalismo – così come lo definisce lo stato stesso – e non abbiano rapporti con cellule fondamentaliste internazionali; infine, l’invio di volontari han presso le famiglie uigure per controllarle.

Ma a Pechino sanno che il problema di fondo è la separazione etnica creata dalla diseguaglianza economico-sociale. E così nell’approccio duro è contenuto anche un tentativo di integrazione forzosa “secondo caratteristiche cinesi”, di cui i campi di rieducazione/riqualificazione professionale sono l’esempio più distopico, ma non l’unico. Anche l’invio di volontari cinesi presso le famiglie uigure e l’insegnamento del mandarino a scuola appaiono come tentativi di riavvicinare le etnie separate, in un contesto in cui la devozione religiosa è vista invece come indice di arretratezza. Con l’approccio duro, l’integrazione diventa assimilazione, la cultura dell’altro è infantilizzata.

Sicurezza e disuguaglianza
“Per i circoli politici cinesi, il problema Xinjiang rientra nella voce sviluppo dell’ovest, non in quella problemi delle minoranze. Per cui, le conversazioni tra il centro e la periferia si focalizzano soprattutto sullo sviluppo economico della regione”.

Il governo cinese spera che lavori migliori faranno nascere tra gli uiguri – così come tra gli han e tutti i cinesi – un ceto medio soddisfatto. E così, se la prima generazione mostrerà ancora segni di resistenza, la seconda sarà assimilata.

Subito bisogna però garantire la sicurezza, ed ecco lo stato di polizia. Quanto può durare?

“Le proiezioni suggeriscono che se le autorità cinesi non avessero adottato l’approccio duro, il conflitto etnico in Xinjiang avrebbe potuto degenerare”, dice Hasmath. “Tuttavia, tale strategia funziona nell’immediato, non sul lungo periodo. A un certo punto serve l’approccio morbido, che secondo me ricomparirà presto. Non è possibile forzare l’integrazione in questo modo. È necessaria anche l’integrazione economica a complemento di quella sociale, lo stato deve soprattutto affrontare il problema di disuguaglianza nei salari e nelle risorse economiche a disposizione degli uiguri”.

Cosa a quel punto resterà del pluralismo cinese e della civiltà uigura, è tutto un altro discorso.

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