Il porto di Haifa, Israele, il 15 marzo 2018.

La via della seta arriva fino in Israele e in Palestina

Il porto di Haifa, Israele, il 15 marzo 2018.
14 novembre 2018 12:43

Appesi alla grata ci sono una tuta e un’abaya, il caffettano nero e rosso da donna. Stanno in bella mostra dietro al banchetto del venditore. Al di là della grata, reticoli di filo spinato, poi una terra di nessuno di pochi metri e quindi un muro che divide il suq palestinese dall’insediamento israeliano. Al mercato della città vecchia di Hebron, anche la struttura metallica simbolo della divisione e dell’occupazione può diventare architettura commerciale.

“Vedi tutta questa roba?”, dice Abdallah, la guida che organizza delle visite nel centro della città formalmente palestinese ma progressivamente erosa dall’insediamento israeliano. “Al 90 per cento viene dalla Cina. Là ci sono aziende di import-export con a capo un cinese e un palestinese, sono loro che ci inondano con questa merce a buon mercato”.

Poco prima avevo visto delle cover per smartphone di pelo rosa e perline inequivocabilmente made in China.

“Anche a me avevano offerto di andare in Cina a lavorare per una di quelle imprese”, racconta Abdallah. “Ma dicevano che se poi non mi fosse piaciuto avrei dovuto pagarmi il biglietto di ritorno in Palestina. E allora ho capito che non era un gran lavoro”. E ride.

Tra il 24 e il 27 ottobre, il vicepresidente cinese Wang Qishan ha visitato Israele e Palestina. C’è una foto in cui sembra pregare al muro del pianto.

In Israele, Pechino cerca innovazione, ma anche il segreto del suo successo

Cosa sta succedendo? Dopo tutto, un uomo del Partito comunista deve essere ateo e dare “il buon esempio”. Il partito-stato spesso perseguita le religioni se si sente minacciato da un’autorità morale che sfugge al suo controllo, come per l’islam in Xinjiang e la demolizione delle chiese protestanti nel sud della Cina. Ed ecco che anche il plenipotenziario di Xi Jinping si fa fotografare in atteggiamento raccolto, se non in preghiera, al muro del pianto. Diciamo allora che se in Italia si dice “Parigi val bene una messa”, per il vicepresidente Wang “Gerusalemme val bene un pianto”.

Nei suoi tre giorni in Israele e in Palestina, ha infatti partecipato al vertice israeliano per l’innovazione con il primo ministro Benjamin Netanyahu, un evento a cui partecipavano anche Jack Ma di Alibaba, Eric Schmidt di Google e David Marcus di Facebook. Lo scopo era quello di rafforzare la collaborazione tra Cina e Israele, in particolare nel campo dell’information technology. Proprio mentre si inasprisce la guerra commerciale con gli Stati Uniti, per Pechino è fondamentale rafforzare la cooperazione in ambito tecnologico con altri partner.

La Cina cerca in Israele non solo innovazione, ma anche il segreto in base al quale un paese meno popolato di una città cinese di medio livello – poco più di otto milioni di abitanti – ha un tale successo tecnologico, che si basa su una osmosi estremamente efficiente tra università e mondo degli affari, scrive The Diplomat, tralasciando però il fatto che “il settore dell’innovazione israeliano è legato a doppio filo a sicurezza e difesa, è funzionale a Israele sia sullo scacchiere geopolitico, sia all’occupazione dei Territori palestinesi, e per questo riceve una gran quantità di fondi pubblici”, come mi dice un’operatrice della cooperazione internazionale a Gerusalemme. “Se dovessimo trovare un paese dove l’industrializzazione e l’innovazione militare all’ombra del conflitto abbiano un impatto positivo sulla crescita del pil, questo sarebbe Israele”, scrivono Mark Broude, Saadet Deger e Somnath Sen sul Journal of Innovation Economics & Management.

Anche da questo punto di vista, la Cina, che si sente accerchiata dal containement statunitense e al tempo stesso crea uno stato di polizia in Xinjiang, vede in Israele un modello potenzialmente simile al proprio, solo più efficiente.

Il South China Morning Post di Hong Kong ha scritto che Israele produce start-up, la Cina le compra. È questo per esempio il caso di Alibaba, che lo scorso maggio ha investito 26,4 milioni di dollari in Sqream, un sistema innovativo di gestione dei dati (database management system) nato a Tel Aviv. Secondo The Diplomat, Pechino è particolarmente interessata a tecnologie mediche, al cosiddetto settore cleantech (depurazione delle acque, desalinizzazione e gestione dei rifiuti), nonché ai software e alle tecnologie collegati alla produzione automobilistica. Circa un terzo degli investimenti nel settore hi-tech israeliano proviene dalla Cina continentale e da Hong Kong, dicono funzionari di Tel Aviv.

Il vicepresidente cinese Wang Qishan durante una commemorazione per l’olocausto a Gerusalemme, il 24 ottobre 2018.

Ma non di sola tecnologia si tratta. Tre anni fa l’impresa cinese Sipg ha vinto il bando per l’espansione del porto di Haifa, riporta Haaretz. Sarà inaugurato nel 2021 e l’azienda cinese, che controlla anche il porto di Shanghai, lo gestirà per 25 anni. Un’altra impresa cinese, la Pmec, ha vinto la gara per costruire un nuovo porto ad Ashdod e lo sta finendo prima del previsto, scrive il Jerusalem Post. Sono due tasselli importanti lungo la One belt one road, la nuova via della seta, a due passi dal canale di Suez e a tre dal Pireo, il porto greco che la Cina controlla già.

Ci sono poi i turisti cinesi, il cui numero in Israele è costantemente aumentato. Nel 2017, sono stati 114mila, il 41 per cento in più rispetto al 2016.

La scommessa geopolitica
Infine, Tel Aviv può essere anche un mediatore politico tra Pechino e Washington.

Pallottoliere alla mano, il commercio bilaterale tra Cina e Israele ha superato nel 2017 i dieci miliardi di dollari, per un aumento del 200 per cento negli ultimi venticinque anni.

Wang non ha però dimenticato i palestinesi, con cui la Cina ha relazioni fin dai tempi di Mao. A Pechino c’è un’ambasciata di Palestina nonché palestinesi ormai di una certa età, venuti qui negli anni settanta-ottanta grazie a borse di studio e mai più ripartiti.

Nel 1965, la Cina riconobbe l’Organizzazione per la liberazione della Palestina e Mao ricevette a Pechino i suoi rappresentanti con tutti gli onori, consentendogli di aprire un ufficio diplomatico.

Fin dal 1988, la Cina ha riconosciuto lo stato di Palestina, con i confini del 1967 e con capitale Gerusalemme Est. Questa formula è stata ribadita nel 2017 da Xi Jinping. Arafat aveva visitato la Cina ben 14 volte ma non solo: a tutt’oggi, Pechino non considera Hamas un’organizzazione terroristica e all’Onu ha condannato gli insediamenti israeliani. Se le relazioni diplomatiche tra la Cina e Israele risalgono al 1992, quelle tra Pechino e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina sono dunque ben precedenti, scaturite spontaneamente dalla comune frequentazione del movimento dei non allineati.

Che ne è oggi di tutto ciò?

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Wang Qishan è andato a Ramallah e, con il primo ministro dell’Anp Rami Hamdallah, ha dato il via libera ai negoziati per stabilire un’area di libero scambio tra la Cina e la Palestina.

Gli accordi commerciali bilaterali sono il modo in cui la Cina si rapporta al mondo esterno e i mezzi d’informazione di stato cinesi hanno ovviamente enfatizzato l’importanza di questo memorandum d’intesa: hanno sottolineato che, nel 2017, il volume degli scambi tra la Cina e la Palestina ha raggiunto i 69,28 milioni di dollari, un aumento del 16,2 per cento rispetto a un anno prima. E con il libero scambio aumenteranno ancora, dicono trionfanti a Pechino.

Tuttavia non è possibile mettere sullo stesso piano i rapporti sino-israeliani e quelli sino-palestinesi, al di là dei volumi di scambio così diversi.

Karim Al Jaadi è nato a Damasco, figlio della diaspora palestinese, ma vive a Pechino da 40 anni, spedito lì da studente con una borsa di studio dell’Olp e mai più ripartito. Oggi commercia in caffè, olive e generi alimentari di ogni genere che produce e rivende in Cina ma, prima che le autorità cinesi chiudessero tutti i locali della Sanlitun Lu, Karim gestiva il Dareen cafè, il locale dove si mangiava forse il miglior cibo mediorientale di Pechino.

Per lui, la ratio di un futuro libero commercio sino-palestinese è chiara: “Molti qui pensano alla mia terra solo in termini di conflitto e povertà, quando invece cominceranno a vedere sui prodotti l’etichetta Made in Palestine, scopriranno una diversa Palestina, saranno interessati e compreranno. Cosa? Soprattutto articoli in pelle e anche tessili. Il fatto è che la forza lavoro cinese costa sempre di più, quindi perché non delocalizzare anche nei Territori?”.

I Territori palestinesi rischiano di diventare solo terra di sbocco per merci made in China

Ragionamento errato, secondo Clara Capelli, economista dello sviluppo che vive a Gerusalemme: “I lavoratori palestinesi costano meno solo per gli israeliani e infatti è dall’occupazione – cioè da sempre – che lavorano per loro, perché conviene. Ma la loro economia in realtà è drogata di aiuti e rimesse, usano la stessa valuta degli occupanti, lo shekel, e tutto questo ha un effetto inflattivo. Quindi non è vero che sia in assoluto economico delocalizzare lì”.

Insomma, Karim pensa che anche i palestinesi possano beneficiare di ciò che un po’ tutto il mondo spera: ritagliarsi una fetta dell’enorme mercato cinese, dove si stima che la fascia di popolazione “ad alto reddito” arriverà a 480 milioni di persone entro il 2030. Ma quel ceto medio sarà davvero interessato ai prodotti in pelle delle piccole manifatture palestinesi?

Il punto è che da un lato c’è “l’unica democrazia in Medio Oriente” – come recitano gli stessi israeliani – e quindi l’unica fonte di stabilità regionale, perfetta per soddisfare le aspettative di una superpotenza di nuovo conio come la Cina, interessata a tecnologia, commercio e investimenti.

Dall’altro c’è invece una terra che ha lavoro in eccesso, un’economia legata all’agricoltura e ai servizi a basso valore aggiunto, che importa prodotti manifatturieri e tecnologie e che ha pochi capitali. Con queste caratteristiche legate alla particolare situazione politica che vivono, i Territori palestinesi rischiano di diventare solo terra di sbocco per merci a basso valore aggiunto made in China, così come già lo sono per quelle made in Israel.

Lo scenario che abbiamo già visto a Hebron.

In Palestine ltd. Neoliberalism and nationalism in the Occupied territory, Toufic Haddad scrive che “secondo la camera di commercio di Hebron, tra il 1970 e il 1990, circa 40mila persone – fino a un terzo dei residenti a Hebron – lavoravano in 1.200 piccoli calzaturifici. Nel 2013 ne rimanevano solo 250 che impiegavano quattromila lavoratori. La maggiore concorrenza arrivava dalla Cina”.

Chiedo a Karim, il palestinese-ormai-pechinese, come può funzionare un accordo di libero scambio in un paese che tra l’altro non ha il controllo dei propri confini, dato che eventuali merci passeranno comunque per Israele, che gestisce le dogane e di fatto il 70 per cento degli introiti dell’Autorità palestinese. Annuisce, aggiungendo: “Israele controlla perfino tutta l’acqua che entra nei Territori”.

Tuttavia – mi lascia intendere – al di là di quel pellame che i cinesi forse compreranno e forse no, lui ritiene che un trattato di libero scambio con la Cina sia soprattutto un dispositivo politico, una specie di garanzia implicita da parte di Pechino che di fatto sancisce, una volta di più, che la Palestina esiste. Un riconoscimento importante, anche a costo di farsi invadere dalle merci cinesi. La Cina, con il suo peso politico da nuova superpotenza, può forse tenere aperto il rubinetto della metaforica acqua.

Qui sta la responsabilità di Pechino.

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La Cina propone da tempo la formula onnicomprensiva della Belt and road initiative, cercando di coinvolgere tutti i partner in una strategia win-win – dove vincono tutti – basata su accordi bilaterali di libero scambio. Nei più scottanti dossier internazionali, cerca di recitare la parte di “potenza responsabile”, equidistante e amica di tutti. Ma, si chiede un recente articolo di Al Jazeera, in Palestina si può davvero essere equidistanti e amici di tutti?

Il caso palestinese, nei suoi contrasti accentuati, rende ancora più evidente quanto avevamo già visto in Kirghizistan e più in generale in tutti i luoghi attraversati dalla nuova via della seta: il “libero scambio” non è necessariamente una ricetta “buona” per definizione, può tradursi in un miglioramento o una sciagura a seconda delle circostanze particolari. Basti pensare che i due terzi dei proventi dell’Autorità nazionale palestinese arrivano dai dazi doganali.

Certo, il libero scambio di cui parla Pechino è sempre “con caratteristiche cinesi”, non corrisponde necessariamente a standard internazionali, si adatta alle circostanze, è più che altro una formula flessibile. Si auspica così che la Palestina non diventi solo terra di conquista.

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