Kashgar, nella regione autonoma cinese dello Xinjiang, il 30 giugno 2017. (Kevin Frayer, Getty Images)

I campi di detenzione cinesi raccontati da chi ci ha lavorato

Kashgar, nella regione autonoma cinese dello Xinjiang, il 30 giugno 2017. (Kevin Frayer, Getty Images)
27 agosto 2018 12:41

Lo Xinjiang è tornato prepotentemente alla ribalta. Al centro dell’attenzione, ancora una volta, la trasformazione della regione più occidentale della Cina in un vero e proprio “stato di polizia”, attraverso la repressione della minoranza uigura. Ora ci sono però due novità.

Per la prima volta, un’agenzia dell’Onu si è espressa sulla questione stimando a circa un milione gli uiguri detenuti in “centri di rieducazione” cinesi che, da tutte le testimonianze finora pervenute, sembrano veri e propri campi di prigionia.

E poi c’è stata la storia di Sairagul Sawytbai, una donna che in quei centri ha lavorato. Scappata in Kazakistan, messa sotto processo per immigrazione illegale con il rischio di essere estradata in Cina, Sairagul ha raccontato cosa succede nei campi di rieducazione. La sua testimonianza non aggiunge molte informazioni a quanto già si intuiva o si sapeva, ma è più potente in quanto resa nel contesto formale di un’aula giudiziaria.

Mantenere viva l’attenzione
In un incontro con attivisti locali avvenuto prima del processo, avrebbe raccontato che l’attuale sistema di campi di rieducazione sarebbe previsto per una durata di 30 anni. Inoltre avrebbe riferito dell’esistenza di una vera e propria lista di 32 motivi specifici che giustificano l’arresto di qualcuno in Xinjiang (per esempio avere un coniuge straniero o essere stati all’estero). Ma queste indiscrezioni non sono verificabili, perché ora la donna è nelle mani delle autorità kazache.

Parlarne, scriverne, serve a mantenere viva l’attenzione intorno a lei. A proteggerla. Per questo motivo ricostruiamo qui l’intera vicenda.

Sairagul Sawytbai è nata nel nord dello Xinjiang ed è cittadina cinese di etnia kazaca. È – o era – iscritta al Partito comunista cinese. Nel 2016, suo marito e i suoi due figli si sono trasferiti in Kazakistan dopo che le autorità cinesi gli avevano chiesto di restituire i passaporti, e nel paese centroasiatico hanno ottenuto la cittadinanza. Si ipotizza che lei non abbia potuto seguirli perché i suoi documenti erano già in mano alle autorità cinesi, in quanto direttrice di un asilo nido e quindi dipendente pubblica.

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Quest’anno, a primavera, è stata trasferita a lavorare in un “centro di rieducazione”. Appena arrivata, si è resa conto che si trattava in realtà di una “prigione in montagna”. Secondo lei, ospitava 2.500 kazachi di nazionalità cinese. A questo punto è fuggita dalla Cina attraverso la zona economica speciale di Khorgos, usando documenti falsi e mischiandosi ai turisti. Le è costato 40mila renminbi (circa cinquemila euro), ma non è chiaro se questo fosse il costo dei documenti o la mazzetta allungata a qualche funzionario della dogana.

Sairagul ha ottenuto lo status di richiedente asilo. Adesso è praticamente irraggiungibile

Appena arrivata in Kazakistan, ha chiamato il marito dal telefono di un tassista e l’ha raggiunto. Dopo circa un mese, è stata arrestata dalle autorità kazache per aver attraversato illegalmente il confine.

Il suo processo è cominciato il 9 luglio, a Zharkent, una piccola città non lontana da Khorgos e dal confine cinese. Sairagul era rappresentata dal suo avvocato, Abzal Kuspan, sostenuta dalle associazioni degli oralman locali (cioè i kazachi di ritorno, quelli rimpatriati dopo l’indipendenza del 1991) e da un gruppo di attivisti di nome Atazhurt. Erano presenti anche diversi giornalisti stranieri e i rappresentanti dell’ambasciata cinese.

Si è dichiarata colpevole, ma la difesa ha chiesto che non fosse estradata in Cina perché avrebbe rischiato la pena di morte. Alla fine, il diritto internazionale ha prevalso sulla legge kazaca e la corte le ha inflitto una condanna sospesa di sei mesi, senza estradizione. Pochi giorni dopo, Sairagul ha anche ottenuto lo status di richiedente asilo. Però da allora è praticamente irraggiungibile.

Difesa da posizioni opposte
Abbiamo parlato del suo caso con Gene Bunin, un ricercatore e attivista che ha seguito di persona, a Zharkent, il processo a Sairagul. Bunin è autore di una guida ai ristoranti uiguri in Cina e attraverso il suo lavoro di ricerca è entrato in contatto con i problemi della minoranza musulmana dello Xinjiang, raccontati poi in un lungo resoconto, parzialmente ripreso in seguito dal Guardian.

“Le uniche persone che sembrano attualmente in stretto contatto con Sairagul sono il suo avvocato, Kuspan, e Saule Abedinova, una giornalista freelance che in precedenza ha lavorato per Atazhurt”, spiega Bunin. “In un video su Facebook e poi in un’intervista alla tv kazaca, Abedinova ha annunciato che lei e l’avvocato non avrebbero permesso a Sairagul di parlare con i giornalisti o di vedere nessuno fino a quando non avrà ottenuto asilo, ma sono circolate foto di Abedinova e Kuspan in compagnia dei rappresentanti dell’associazione di amicizia Cina-Kazakistan Jebeu, nota per avere stretti legami con l’ambasciata cinese. Molti attivisti pensano che Abedinova e Kuspan si siano venduti e abbiano messo Sairagul sotto il controllo di Jebeu e quindi della Cina. Si ritiene ci sia dietro un accordo, secondo cui Sairagul può rimanere in Kazakistan in cambio del suo silenzio”.

Secondo Bunin, sia Kuspan e Abedinova sia il gruppo Atazhurt vogliono proteggere Sairagul, ma da posizioni opposte: i primi accettano il compromesso con Pechino e mettono la donna in quarantena; i secondi vogliono invece che parli. Perché si sa che i simboli diventano inattaccabili. Quasi sempre.

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