Urumqi, nello Xinjiang, Cina, giugno 2016.

Pechino impone il suo modello di sicurezza nello Xinjiang

Urumqi, nello Xinjiang, Cina, giugno 2016.
09 maggio 2018 14:02

Pul-yıyish öy in uiguro significa “casa mangiasoldi”. Così Emir descrive l’appartamento dove le autorità vogliono spedirlo. Lì si pagano l’acqua, il riscaldamento, l’elettricità: inconcepibile.

La sua casa invece se l’è costruita tanti anni fa con le sue mani, mattone su mattone, nel quartiere della Montagna nera (Heijiashan) a Urumqi, la capitale dello Xinjiang, territorio autonomo della Cina nordoccidentale, patria degli uiguri, musulmani e turcofoni, oggi insidiati numericamente dai cinesi han (secondo il censimento del 2010 ora il 40 per cento della popolazione locale, contro il 45 per cento di uiguri). La casa ha un solo piano, un cortile, e l’acqua calda si prende da erogatori comuni e gratuiti. Ci si riscalda con il carbone.

Quando Darren Byler, un antropologo statunitense che da anni studia lo Xinjiang e l’Asia centrale, raccoglie la sua storia, Emir è un anziano uiguro che, dopo essere arrivato a Urumqi come guardia rossa negli anni della rivoluzione culturale, è riuscito a mettere su famiglia – ha già sette nipoti – e vive di un’economia povera ma efficiente: un gregge di pecore che pascolano attorno alla casa e il commercio di piccole cose nel bazar a ridosso della moschea locale.

Una storia che finisce male
Ma le autorità hanno deciso di radere al suolo il quartiere della Montagna nera e di sostituirlo con un grande progetto immobiliare con palazzi da trenta piani, di quelli che si vedono in ogni angolo della Cina. Emir è tra gli ultimi a resistere e la sua abitazione è ormai una “casa chiodo” (dingzi hu in cinese), cioè un semirudere tenacemente e sfrontatamente piantato in mezzo alle macerie. Certo, Emir avrebbe diritto a uno sconto sui due grandi appartamenti assegnati a lui e alla sua famiglia allargata nei grandi palazzi che già incombono intorno alla vecchia Montagna nera. Ma i soldi per pagarli non sa proprio come procurarseli, anche perché lì, “nella casa mangiasoldi”, non potrebbe tenere le sue pecore.

Questa storia, che come tutte le storie simili finisce male (Emir e famiglia sono stati sgomberati nel 2015), potrebbe sembrare una delle tante testimonianze di come la modernità capitalista abbia un impatto distruttivo sulle civiltà tradizionali. E in parte lo è: siamo tutti vittime di “case mangiasoldi”.

Ma nello specifico dello Xinjiang, il mercato – in questo caso immobiliare – concorre alla creazione dello “stato di polizia di cui si parla e si scrive ormai da tempo”: quel controllo assoluto, capillare e soffocante che le autorità cinesi hanno instaurato dal momento in cui hanno lanciato la “guerra al terrorismo” nel 2014, dopo i sanguinosi attentati di quell’anno.

Non sono tanto i singoli dispositivi “tecnici” dello stato di polizia a essere interessanti. Ma il contesto in cui sono inseriti e l’ingegneria sociale che va a braccetto con quei dispositivi.

L’ingegneria del controllo sociale
Certo, c’è la tecnologia. Le ultime dal fronte ci parlano di intelligenza artificiale messa al servizio del controllo. Per ottenere la carta d’identità o la yeshil kart (green card), che identifica i migranti rurali con il loro luogo di provenienza, ogni uiguro deve fornire dati biometrici come il dna, le impronte digitali, il gruppo sanguigno, la voce oltre a un’immagine del volto. Questi dati, insieme al curriculum personale – dalla fedina penale alla fede religiosa – e alla comparsa un po’ ovunque di telecamere di sicurezza, checkpoint e stazioni di polizia prefabbricate, non solo permettono una rapida identificazione, ma consentono anche di anticipare i comportamenti delle persone della minoranza etnica.

E se il risultato non è giudicato soddisfacente, si viene sottoposti a “rieducazione” in centri simili a galere. È, questa, una pratica particolarmente oppressiva per l’equivalente uiguro del mingong cinese, il migrante rurale, che qui si chiama musapir o “viaggiatore”. Nella società tradizionale era una specie di nomade senzatetto, di solito aderente alla versione sufi dell’islam. Oggi il termine identifica un migrante urbano-rurale a basso reddito, con conoscenza limitata della lingua cinese, senza hukou (permesso di residenza) urbano, per lo più giovane, maschio e profondamente religioso.

Per il musapir, la comunità che si raccoglie intorno alla moschea è il centro della vita sociale. Emir è arrivato a Urumqi decenni fa, ma resta un migrante che trova sicurezza, conforto e il sostentamento materiale in quella comunità. Darren Byler spiega che prima del 2009 il bazar era il centro della vita sociale e i musapir praticavano un islam all’acqua di rose. Dopo la rivolta di Urumqi del luglio di quell’anno – circa 200 morti e più di 1.700 feriti secondo stime ufficiali – e la repressione successiva, il baricentro si sposta invece verso la moschea, dove i migranti uiguri trovano sempre più conforto negli insegnamenti religiosi.

Dal 2014, cioè dall’inizio della “guerra al terrore” lanciata da Pechino, il governo ha attaccato le pratiche religiose e chiuso parecchie moschee, designando solo alcuni luoghi di culto molto sorvegliati – spesso con metal detector all’ingresso – come gli unici dove è legale pregare. Byler racconta che la moschea della Montagna nera è oggi praticamente inaccessibile, così come le vie limitrofe dove un tempo fioriva il bazar, chiuse da barriere metalliche e passaggi obbligati.

I giovani uiguri trovano impiego soprattutto nel medesimo stato di polizia che li controlla

In questo modo le autorità hanno di fatto spezzato sia l’economia informale sia il senso di comunità che costituivano le strategie di sopravvivenza dei musapir. Il mercato immobiliare arriva poi come dispositivo più efficiente per ridefinire lo spazio urbano.

Il controllo degli individui passa anche attraverso i dispositivi tecnologici di sicurezza e si completa con la cacciata dei “viaggiatori” dalla metropoli, una strategia che somiglia tanto a quello che abbiamo raccontato a proposito dei migranti urbano-rurali di Pechino.

Non è infatti raro che i giovani musapir ricevano telefonate dalle autorità delle località di provenienza, che cercano di convincerli a tornare a casa. Se il funzionario non è convincente, sono spesso i familiari a chiamare, dopo avere subìto pressioni. Quando arrivano a casa, i “viaggiatori” diventano sorvegliati speciali sottoposti a forme sempre più rigide di controllo, sia attraverso riunioni pubbliche collettive sia, se necessario e in base alla propria “classificazione” biometrica, nei centri di rieducazione di cui poco si sa, ma che le sporadiche testimonianze disponibili descrivono come veri e propri centri di detenzione (per approfondire, segnalo il ciclo di reportage scritti da Gerry Shih per Ap).

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Ho chiesto a Darren Byler se per caso le autorità non offrano anche la carota, oltre al bastone. Da almeno trent’anni, il Partito comunista punta infatti soprattutto al benessere diffuso per garantirsi il consenso. Nel momento in cui distrugge l’economia informale del bazar intorno alla moschea, deve per forza pensare a un’alternativa: forse qualche forma di welfare. La risposta è illuminante: “La sicurezza”. I giovani uiguri trovano impiego soprattutto nel medesimo stato di polizia che li controlla.

Sono loro la prima linea della polizia che pattuglia i villaggi a maggioranza uigura, che va nelle case a sorvegliare, blandire e minacciare. Changzhi jiu’an, un termine in voga fin dall’antica dinastia Han, significa “stabilità permanente”, “sicurezza a lungo termine”. Oggi, più che mai, fonde in una sola locuzione i concetti di stato securitario e stabilità personale.

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Claudia Grisanti