Il ponte sulla via della seta a Pechino, durante la Belt and road initiative, il 14 maggio 2017.

La nuova via della seta vista dalla Cina

Il ponte sulla via della seta a Pechino, durante la Belt and road initiative, il 14 maggio 2017.
31 maggio 2017 12:45

Wang Yiwei è il direttore dell’Istituto affari internazionali dell’Università del popolo di Pechino, fa parte di molti think tank cinesi e partecipa regolarmente a missioni diplomatiche. Ha un po’ più di quarant’anni e di solito indossa una zhongshan zhuang, la casacca di Sun Yat-sen che in Italia è nota come “giacca di Mao”; un abbigliamento insolito in una Cina di funzionari-manager-tecnocrati in giacca e cravatta.

Sul suo profilo WeChat – l’app indispensabile per fare qualsiasi cosa in Cina – si vede la wuxing hongqi (la bandiera rossa con le cinque stelle dorate) che sventola sul ponte di una nave sopra il mare blu, presumibilmente il mar Cinese meridionale o orientale.

Wang Yiwei è un intellettuale nazionalista, un uomo dell’apparato, di quelli intervistati puntualmente dal Global Times. Fa innervosire i corrispondenti stranieri a Pechino perché quando gli concede qualche intervista disseziona i loro cliché e li ribalta. Wang Yiwei è il mondo alla rovescia.

La versione di Wang
Ultimamente deve essersi stancato delle polemiche con i giornalisti occidentali: mi ha già negato un paio di interviste, lasciandomi però intuire che avrebbe volentieri parlato del suo libro sulla nuova via della seta, uscito in inglese con un titolo che è già un programma: The belt and road: what will China offer the world in its rise. La pubblicità è l’anima del commercio.

Quando gli ho chiesto di spiegarmi “la globalizzazione con caratteristiche cinesi”, ha accettato solo a patto che gli mandassi le domande attraverso WeChat, regalandomi l’esperienza della mia prima intervista via chat: ho registrato le domande una per una sullo smartphone, ho schiacciato “invio” e piano piano vedevo comparire le sue risposte audio nello scorrere della chat.

Una app cinese globalizzata per un’intervista sulla globalizzazione cinese.

Mano a mano che i “fumetti” bianchi delle risposte di Wang comparivano sul mio schermo, io, ancora una volta, ascoltavo la sua versione della storia.

Dice Wang che l’attuale modello di globalizzazione è stato lanciato dagli Stati Uniti negli anni ottanta secondo i princìpi del neoliberismo: libero mercato e democrazia politica esportata ovunque. “Ha fatto parecchi danni”, dice, “quindi ora tocca ad altri prendere il testimone”. Si tratta insomma di creare un nuovo “stile” di globalizzazione, che può essere solo cinese.

Rispetto al neoliberismo statunitense, secondo Wang Yiwei lo stile cinese presenta tre differenze principali.

La globalizzazione in stile cinese somiglia a una grande città dove vive un signore benevolo che distribuisce benefici per cerchi concentrici

Primo: “Il liberismo statunitense si basa sulla libera circolazione di capitali e crea bolle finanziarie, mentre quello cinese è più basato sugli investimenti che finiscono nell’economia reale”. Il che ovviamente suona bizzarro se si pensa alle varie bolle – immobiliare, finanziaria, delle infrastrutture e perfino del calcio e del vino Bordeaux – che il governo cinese alimenta perennemente con investimenti massicci dall’alto per poi cercare di controllarli. Ma tant’è.

Secondo: il vecchio stile ruota intorno alle imprese statunitensi, mentre il secondo è più inclusivo, dà più peso all’Asia e ai paesi meno industrializzati, è più equilibrato tra nord e sud, incrementa il rapporto sud-sud. E in effetti spesso nei suoi rapporti con l’occidente la Cina si vede come alfiere – anzi capofila – dei paesi meno industrializzati. Ma siamo sicuri che lo “stile cinese” non privilegi le imprese cinesi e non ruoti attorno a esse? Cinesi sono i grandi conglomerati dell’acciaio e del cemento che costruiscono strade e rotaie lungo la nuova via della seta, cinese è buona parte della forza lavoro che mette mattoni e traversine nel sudest asiatico così come in Asia centrale.

Terzo: al livello di istituzioni internazionali, il modello cinese è multilaterale. Questo è un punto che la Cina ribadisce da anni, ritenendosi vittima di un sistema finanziario internazionale, incentrato sul Fondo monetario internazionale e sulla Banca mondiale, che di fatto è unilaterale, cioè ruota attorno agli Stati Uniti, perché garantisce a Washington e ai suoi alleati diritti di voto superiori al loro reale contributo monetario.

Wang spiega che invece ai summit della Belt and road initiative (Bri) – cioè la formula attualmente più in voga per definire la nuova via della seta – sono invitati sia rappresentanti dei singoli paesi interessati dal progetto sia le organizzazioni internazionali, come l’Unione economica eurasiatica e le Nazioni Unite. Insomma, tutti parlano con tutti. Così, nel suo procedere, la Bri cerca di coordinare le leggi locali e regionali con quelle internazionali. E poi – dice sempre Wang – ong e governi locali hanno un ruolo attivo nel definire i progetti.

Sotto il cielo azzurro
Infine, il modello Bri non vuole sostituirsi all’ordine globale creato dagli Stati Uniti, vuole esserne complementare: “Come si fa, per esempio, a sostituire il ruolo del dollaro?”, dice Wang. “Anche la nuova banca creata da Pechino, la Asian infrastructure investment bank (Aiib), opera soprattutto in dollari, non in yuan”.

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Proprio questa banca è un esempio di multilateralismo alla cinese. Tutti sono invitati a partecipare – è sottoscritta da 52 paesi/azionisti – e il diritto di voto è distribuito in base a quanto ciascuno ci investe. Così la Cina può allocare il 26 per cento dei voti – l’India, seconda in classifica, il 7 per cento – ma solo perché ci mette il 30 per cento degli investimenti. Anzi, a vederla tutta, Pechino rinuncia volontariamente al 4 per cento dei voti per ridistribuirli agli altri.

Ecco, la nuova via della seta, cioè la globalizzazione in stile cinese così come la vediamo oggi, somiglia a una grande città dove vive un signore benevolo che distribuisce benefici per cerchi concentrici, sempre di più mano a mano che ci si avvicina alle mura del suo palazzo. Non gli interessa come vivono e cosa pensano quelli intorno, non vuole cambiare il loro stile di vita, gli preme solo che non procurino guai troppo vicino al portone d’ingresso e che gli garantiscano strade sgombre e sicure affinché rifornimenti di ogni tipo continuino a entrare nel palazzo, che altrimenti rischia di diventare una trappola.

Ogni tanto li invita alle feste che organizza all’interno delle mura ed è perfino disposto ad ascoltare quello che hanno da dire. In quelle occasioni, lui di solito si presenta vestito con eleganza e sotto un cielo immancabilmente azzurro.

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Claudia Grisanti