×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Cos’è oggi la musica di protesta

Massive Attack (Warren Du Preez)

Cos’è oggi la musica di protesta? È Streets of Minneapolis, il brano di Bruce Springsteen contro gli abusi dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione che Donald Trump ha trasformato in uno strumento di terrore? È l’esibizione del portoricano Bad Bunny nell’intervallo del Super bowl, in cui il pop diventa strumento di celebrazione e di rivendicazione di un’identità autonoma dal colonialismo statunitense? È il concerto degli Strokes al Coachella, nel quale la band newyorchese ha proiettato sui megaschermi messaggi di denuncia sul ruolo della Cia nei rovesciamenti politici in America Latina e sui bombardamenti israeliani e statunitensi in Medio Oriente? Tutte queste cose, probabilmente.

Negli ultimi mesi in occidente stiamo assistendo a una rinascita della musica di protesta. Il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca non poteva che avere un effetto simile, dopo che il presidente ha creato instabilità nel suo paese e ancora di più all’estero, tornando a una politica estera aggressiva che non si verificava da tempo.

In questo solco si sono inseriti anche i Massive Attack, una band che dall’inizio della sua carriera ha sempre fatto politica attiva esponendosi su molti temi, dalla crisi climatica alla causa palestinese. L’hanno dimostrato anche di recente: il 12 aprile il leader del gruppo, Robert Del Naja, è stato arrestato a Londra mentre partecipava a una manifestazione di Palestine action.

Il 16 aprile i Massive Attack, dopo sei anni di silenzio discografico, hanno scelto di tornare sulle scene con un colpo di teatro: hanno pubblicato un nuovo singolo, Boots on the ground, registrato insieme a Tom Waits, che ha scritto anche il testo del brano e che a sua volta non pubblicava un pezzo inedito dal 2011. I Massive Attack hanno accompagnato la canzone con un cortometraggio realizzato insieme al fotografo e artista thefinaleye, nel quale la musica è accompagnata da immagini delle proteste e delle violenze avvenute negli Stati Uniti negli ultimi sei anni.


Boots on the ground pesca dal blues e dal gospel. Waits canta come se avesse la voce rotta, come se gli mancasse quasi l’aria, mentre descrive con disperato cinismo un ciclo di violenza che parte dagli Stati Uniti e fa il giro del mondo, tra elicotteri, mitragliatrici e persone di colore che muoiono sputando sangue nero (“I kill a brown man I never ass knew / Choked on spit and then he turned blue / He spouted black blood, he rolled Fin out”).

Evoca squadre della morte che massacrano persone, mentre i mandanti fannulloni se ne stanno seduti sulle loro sedie negli uffici federali con l’aria condizionata (“Air-conditioned fuckstick loafers”). I Massive Attack si limitano ad agire per sottrazione, costruendogli intorno un paesaggio sonoro cupo, con un loop di pianoforte e un beat quasi sfasato rispetto al cantato che rende la narrazione ancora più efficace.

A un primo ascolto Boots on the ground può suonare deludente, perché non ci sono effetti speciali. Ma se la si affronta con più calma, soprattutto guardando il video, si capisce che questo non è un pezzo solo da ascoltare, ma da vedere e da usare come strumento di riflessione. Il fatto che sia musicalmente così minimalista, quasi scostante, rispetta l’intento dei Massive Attack e di Tom Waits, che è anzitutto un intento civile.

Il nuovo singolo del gruppo di Bristol non è sicuramente uno dei più memorabili della sua discografia, ma è un brano necessario in questo momento storico. E la voce di Tom Waits non è mai banale, riesce sempre a tenersi a distanza dall’autocelebrazione per farsi ossa, carne e sangue.

Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.

pubblicità