Rischiano concretamente di morire. Tre persone detenute in carcere nel Regno Unito con accuse legate alle attività del gruppo di protesta Palestine action sono in sciopero della fame da 49, 63 e 70 giorni. Una quarta prigioniera, Teuta Hoxha, ha interrotto il suo sciopero questa settimana, dopo 58 giorni. Potrebbe aver subito danni permanenti alla salute. Gli altri partecipanti allo sciopero della fame, Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello, potrebbero morire da un momento all’altro. Nel 1981 dieci persone dei movimenti indipendentisti irlandesi Ira e Inla morirono per a uno sciopero della fame durato tra i 46 e i 73 giorni. Muraisi, quella che per prima ha smesso di mangiare, secondo i suoi sostenitori fa ormai fatica a respirare e soffre di spasmi muscolari incontrollabili, possibili sintomi di un danno neurologico. Eppure, il governo britannico si rifiuta di trattare.
È stato proprio il governo a creare questa situazione. Il crown prosecution service (che svolge il ruolo di pubblico ministero) afferma che un detenuto può trascorrere un massimo di 182 giorni (sei mesi) in custodia cautelare. Eppure, Muraisi e Ahmed sono stati arrestati nel novembre 2024 e il loro processo è previsto non prima di giugno, il che significa che la loro carcerazione preventiva durerà venti mesi. Chiaramello, che è stato arrestato nel luglio 2025, ha un’udienza provvisoria fissata a gennaio del 2027, quindi passerà diciotto mesi in carcere senza processo.
Il limbo della custodia cautelare è spesso devastante per il benessere dei detenuti. I dati del governo mostrano che il tasso di suicidi tra i carcerati in attesa di giudizio è più del doppio di quello tra i detenuti condannati. Periodi estremamente lunghi di custodia cautelare come questi sono un oltraggio alla giustizia.
È un aspetto di quello che gli attivisti chiamano “processo come pena”, il metodo oggi più usato contro gruppi di protesta. Anche se non vieni mai condannato per un reato, la tua vita può diventare un inferno se osi manifestare pubblicamente il dissenso.
I tre detenuti, e altri accusati degli stessi reati, sono sottoposti a un regime di carcere duro riservato ai terroristi. Quindi le visite e le comunicazioni consentite sono ridotte al minimo. Non possono lavorare in carcere per “motivi di sicurezza”, gli è vietato accedere a libri e giornali, alla biblioteca e alla palestra, e sono soggetti a “ordini di non associazione”.
A ottobre Muraisi è stata improvvisamente trasferita dal carcere di Bronzefield, a 28 chilometri da Londra (dove vive la sua famiglia), al penitenziario di New Hall nello Yorkshire, troppo lontano per poter ricevere le visite della madre, che è malata. In seguito le è stato comunicato che il trasferimento era stato motivato dal rischio di associazione con un altro prigioniero presente nello stesso braccio a Bronzefield.
Responsabilità morale
Eppure, finora nessuno dei detenuti in sciopero della fame è stato incriminato né tanto meno condannato per reati di terrorismo. Sono accusati di reati comuni, come furto con scasso, danneggiamento e rivolta violenta. Muraisi e Ahmed sono accusati di aver fatto irruzione in una fabbrica gestita dalla Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano, e di aver danneggiato dei macchinari, mentre Chiaramello è accusato di essere entrato nella base dell’aeronautica di Brize Norton durante una protesta in cui Palestine action ha imbrattato di vernice alcuni aerei da guerra.
I fatti sono avvenuti prima che Palestine action fosse dichiarata un’organizzazione terroristica, una decisione molto contestata che è stata impugnata in tribunale: il verdetto è atteso a breve. Ma a chi importa della presunzione di innocenza, a chi importa che la legge non si applica in modo retroattivo: siccome il crown prosecution service dice che c’è una “connessione terroristica”, sono trattati come se fossero stati condannati per terrorismo.
Il 26 dicembre un gruppo di relatori delle Nazioni Unite– qualcosa a cui un tempo i governi davano ascolto – ha espresso grave preoccupazione per il modo in cui sono trattati questi prigionieri, citando “ritardi nell’accesso alle cure mediche, uso di mezzi di contenzione eccessivi durante la degenza ospedaliera, negazione dei contatti con i familiari e del ricorso all’assistenza legale, e assenza di regolari controlli sanitari indipendenti, soprattutto per detenuti con gravi patologie”.
I relatori hanno messo seriamente in dubbio che il governo britannico stia rispettando i diritti umani riconosciuti dalle norme internazionali, “tra cui l’obbligo di proteggere la vita e impedire trattamenti crudeli, inumani o degradanti”. A quanto pare, però, una volta che hai etichettato qualcuno come terrorista puoi fargli qualsiasi cosa, senza conseguenze. Il silenzio di quasi tutti i mezzi d’informazione su questa faccenda è impressionante.
Il governo ha la responsabilità morale di questi prigionieri, ma non sembra avere alcuna intenzione di esercitarla. Avvocati, parlamentari e medici hanno ripetutamente implorato i ministri di occuparsi della questione. Loro rispondono con un rifiuto categorico, affermando che questo equivarrebbe a “creare perversi incentivi che incoraggerebbero altre persone a mettersi a rischio con lo sciopero della fame”. Non ci sono prove in questo senso e, considerata la natura estremamente insolita della protesta (si tratta dello sciopero della fame in carcere più lungo, vasto e coordinato dopo quello dell’Ira nel 1981), sembra altamente improbabile.
Il governo ha cercato di alimentare l’idea che eventi di questo tipo siano comuni (“Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto una media di duecento episodi di sciopero della fame ogni anno”, ha detto il ministro per le prigioni James Timpson) e che quindi non sarebbe necessaria alcuna risposta straordinaria. Tuttavia, chi fa queste affermazioni sembra riferirsi a brevi digiuni di singoli detenuti, una situazione completamente diversa da un rischio imminente di morte per inedia.
Richieste ragionevoli
Il 27 novembre più di cento operatori sanitari hanno firmato una lettera indirizzata al segretario alla giustizia David Lammy avvertendo che i prigionieri si trovano in una situazione di “emergenza medica” che si sta “affrontando nel modo sbagliato”. Un’altra lettera del 17 dicembre è stata firmata da più di ottocento esperti di medicina, giuristi e altri. Il governo non ha ancora risposto a nessuna delle due.
Anzi, sembra ridicolizzare la grave situazione dei detenuti in sciopero della fame. Quando il deputato Jeremy Corbyn ha chiesto al ministro della giustizia Jake Richards, in parlamento, se aveva intenzione d’incontrare i loro avvocati per provare a risolvere la situazione, Richards ha risposto con un secco “No”, suscitando risate in aula. A dicembre il presidente della camera dei comuni ha osservato che la mancata risposta di Lammy alle richieste dei deputati di incontrarlo per discutere la questione era “totalmente inaccettabile”. Eppure, questo rifiuto continua.
Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame a me sembrano ragionevoli: il rilascio su cauzione; il diritto a un giusto processo (sostengono che il governo abbia nascosto alcuni documenti chiave); la revoca della messa al mando per Palestine action e la chiusura nel Regno Unito della Elbit Systems (che ha fornito armi a uno stato responsabile di genocidio). Ritengo che tutte queste cose dovrebbero avvenire comunque. Naturalmente, si tratta di posizioni negoziali. Fino a quando il governo non avvierà una trattativa non sapremo se per mettere fine allo sciopero della fame sarà necessario venire incontro a tutte le rivendicazioni. Il rifiuto di dialogare potrebbe condannare a morte i prigionieri in sciopero della fame.
Non dovrebbe essere necessario rischiare la vita per chiedere un trattamento equo e decisioni giuste. Tuttavia, quando chi è al potere smette di ascoltare restano poche opzioni a disposizione.
(Traduzione di Francesco De Lellis)
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