Tom Waits ad Amsterdam, il 19 novembre 2004.

Farsi disorientare da Tom Waits, ancora una volta

Tom Waits ad Amsterdam, il 19 novembre 2004.
26 ottobre 2016 17:30

Non c’è niente di rassicurante nella musica di Tom Waits. Quando la ascolti, hai come la sensazione che da un momento all’altro qualcosa di surreale stia per capitarti. “Io credo nel mistero delle cose, riguardo a me stesso e a ciò che vedo”, ha detto lui stesso durante un’intervista nel 1987. “Mi piace essere disorientato e arrivare alle mie conclusioni sbagliate”.

Uno dei tanti meriti del collettivo quebecchese L’orchestre d’hommes-orchestres, che si esibirà al Monk il 28 e 29 ottobre nell’ambito del Romaeuropa Festival, è quello di ridare vita a questo straniamento, mettendo in scena i brani del cantautore di Pomona in un’esibizione a metà tra musica e teatro dell’assurdo.

Nello spettacolo, che si intitola Performs Tom Waits, L’orchestre d’hommes-orchestres crea una continuità con l’universo cantautoriale del musicista statunitense usando degli strumenti particolari: una valigia diventa una batteria, un cucchiaio di legno messo tra i denti dà un ritmo sincopato, delle caramelle effervescenti producono la sensazione di una registrazione analogica. E poi ancora bottiglie, pipe, arance, chitarre e violini.

Fondato nel 2002, il gruppo canadese si definisce una “one man band”, ironizzando su una presunta mancanza di talenti specifici all’interno del collettivo, a parte la capacità di imparare tutto in una sola volta.

L’orchestre d’hommes-orchestres collabora con artisti provenienti dalle arti visive, dal teatro e dalla danza. Ha già lavorato a diversi progetti, omaggiando tra gli altri il compositore Kurt Weill e il dadaismo.


Per capire lo spettacolo dell’Orchestre d’hommes-orchestres però dobbiamo partire dalle origini, dagli Stati Uniti degli anni sessanta e settanta.

Il pianoforte ha bevuto, non io
Tom Waits è nato il 7 dicembre 1949 a Pomona, una città nella contea di Los Angeles. Figlio di due insegnanti, Alma Fern McMurray e Jesse Frank Waits, racconta di essere nato sul sedile di un taxi di fronte a un ospedale, ma probabilmente se l’è inventato. I suoi genitori divorziarono nel 1960 e lui andò a vivere con la madre a Nation City, al confine con il Messico.

Il cantautore sostiene di aver imparato a suonare da autodidatta, strimpellando il pianoforte del suo vicino di casa, come racconta Barney Hoskyns nel libro Tom Waits. Dalla parte sbagliata della strada. Waits, sempre stando alle sue fantasiose e mai verificate ricostruzioni, da giovane fece un po’ di tutto: barista, commesso in un negozio di gioielli, gommista, autista di taxi e camion dei gelati e venditore di enciclopedie.

Quello che sappiamo per certo è che firmò il suo primo contratto con il manager Herb Cohen nel 1971 e il primo contratto discografico nel 1972 con la Asylum Records, con la quale un anno dopo pubblicò il suo disco d’esordio, Closing time. Da lì in poi ci ha regalato una delle carriere più ricche, spiazzanti e longeve della musica statunitense.

Gli anni settanta furono per Waits il periodo più duro. Nonostante un discreto successo (soprattutto di critica, le vendite dei suoi dischi non sono mai state stratosferiche), la vita on the road lo metteva a dura prova, soprattutto a causa dei suoi abusi alcolici, da lui raccontati in chiave ironica nel brano The piano has been drinking (not me). “Stavo male tutto il tempo, vivevo negli hotel, mangiavo male e bevevo tanto. Troppo”, ha detto il cantautore ricordando il periodo in cui accompagnava in tour Bonnie Raitt.

Proprio in quegli anni, in cui giocava a fare il cantante confidenziale e il piccolo Bukowski, Waits dimostrava che dietro le sue pose c’era già grande sostanza. Basta riascoltare le ballate struggenti cantate con la sua voce impregnata di whisky, a metà strada tra Howlin’ Wolf e Captain Beefheart.


Una dei pezzi più commoventi del Waits prima maniera è Tom Traubert’s blues. Come racconta Barney Hoskyns nel suo libro, il pezzo fu scritto dopo una visita a Skid Row, il quartiere dei senzatetto di Los Angeles.

Il produttore Bones Howe ha raccontato: “Un giorno Tom mi disse che aveva bisogno di passare del tempo a Skid Row. Disse: ‘Ognuno di quei ragazzi ha una storia’. Più tardi mi chiamò e mi disse: ‘Ho preso l’autobus fino a là, ho trovato un negozio di liquori, ho comprato una bottiglia di rye whisky in un sacchetto di cartone, sono sceso in strada e ho parlato con tutti quelli che incontravo. Sono tornato a casa, ho vomitato e ho scritto Tom Traubert’s blues’”.

A ispirare il brano fu anche un viaggio in Danimarca per un tour, durante il quale Waits incontrò la giovane cantante Mathilde Bondo. Il ritornello cita esplicitamente Waltzing matilda, un pezzo folk australiano di fine ottocento. Il cantautore comunque era già in grado di scrivere versi poetici come:

Sono la vittima innocente di un vicolo cieco
E sono stufo di tutti questi soldati
Nessuno parla inglese e tutto è a pezzi
E le mie scarpe Stacy sono bagnate fradicie

Insomma, Waits non era solo un giovane bohémien, ma un musicista colto, una voce autorevole della musica statunitense in grado di legare la tradizione a una prospettiva nuova e personale.

Tromboni e pesci spada
Negli anni ottanta Tom Waits ha trovato la serenità, in particolare dopo aver conosciuto e sposato Kathleen Brennan, diventata negli anni anche coautrice delle sue canzoni. La sua musica si è fatta sempre più complessa, accentuando dei tratti che erano già nascosti dietro le sue ballate blues: l’amore per il vaudeville, per il teatro e per le opere di Bertolt Brecht.

È da questo momento in poi che ha fatto i suoi dischi migliori, accompagnati dall’inconfondibile chitarra di Marc Ribot: da Swordfishtrombones a Rain dogs, da Franks wild years a Mule variations.


Il cantautore di Pomona ha fatto dell’alterità una bandiera. Prendete Eyeball kid, pezzo pubblicato nel 1999 proprio sul disco Mule variations. Tom Waits voleva scrivere un brano sul mondo dello show business. La maggior parte dei suoi colleghi avrebbe scelto di parlare di sé, del successo visto dal proprio camerino fumoso.

Lui ha scelto la strada più tortuosa. Ha preso un personaggio di Bacchus, fumetto di culto creato dal disegnatore Eddie Campbell, e l’ha trasformato nel protagonista del suo sghembo blues postmoderno. Il cantante alla ricerca del successo diventa Eyeball kid, il ragazzo muto che ha un occhio gigante al posto della testa e per questo è diventato un fenomeno da circo.

Quando il suo manager incontra per la prima volta il ragazzo in una prigione di Saigon, lo convince così a fargli firmare il contratto:

So che non puoi parlare
So che non puoi firmare
Quindi piangi proprio qui
Sopra la linea tratteggiata

Cantante confidenziale, musicista sperimentale, bluesman atipico. Tom Waits è invecchiato bene, preservando la sua musica dalle interferenze del mondo esterno. Non ha mai concesso una canzone alla pubblicità, non ha mai cercato l’autocelebrazione. Non ha fatto dischi ruffiani né cercato il successo facile, mantenendo un’ironia e un understatement invidiabili in tutte le sue apparizioni pubbliche.

Per questo ha conservato intatta la sua reputazione come pochi. E continua a ispirare gli altri musicisti. Lo spettacolo dell’Orchestre d’hommes-orchestres è l’ennesima prova di quanto sia importante la sua eredità.

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