La piccola agenzia dietro la vittoria di Zohran Mamdani a New York
Morris Katz ha creduto a lungo che fosse preferibile mentire sulla sua età. “Ho cominciato a occuparmi di politica all’università e una candidata per cui lavoravo mi ha detto: ‘Sei troppo giovane, non sei credibile, di’ che sei più vecchio’, e poi non ho più smesso”, racconta oggi ridendo, in videoconferenza dal suo ufficio di Brooklyn. Morris Katz ha 26 anni. Lo si intuisce dai capelli ricci spettinati e dalla risata facile. Ormai lo sanno tutti.
Ma oggi non si preoccupa più della sua credibilità perché da un anno fa parte dei fondatori di Fight (Lotta), un’agenzia di comunicazione politica dove l’età media non supera i 40 anni e che vuole risvegliare il Partito democratico statunitense, duramente provato dalla sconfitta alle elezioni presidenziali del 2024. Per questo l’agenzia preferisce i candidati non tradizionali, a volte provenienti dalla società civile e di sinistra. Il suo maggior successo è stata l’elezione a novembre del 2025 di Zohran Mamdani alla carica di sindaco di New York. Difficile avere più credibilità.
Fight è nata nel dicembre 2024, durante un pranzo tra Julian Mulvey, Rebecca Katz (nessuna parentela con Morris Katz) e Tommy McDonald. Tutti e tre si conoscevano già di nome o personalmente per aver lavorato ad alcune importanti campagne elettorali: a quella di Bernie Sanders nel 2016 con lo spot America, merito di Julian Mulvey, che aveva suscitato grande interesse; a quella del democratico progressista John Fetterman, eletto senatore della Pennsylvania nel 2022; o a quella di Dan Osborn, meccanico e veterano, candidato indipendente alla carica di senatore del Nebraska nel 2024, mancata di poco.
Ma anche se il progetto si è concretizzato durante quel pranzo a Washington, l’idea in realtà era germogliata fin dal 5 novembre 2024, la sera della sconfitta di Kamala Harris contro Donald Trump. Quella sera Tommy McDonald, 39 anni, era in Nebraska con Morris Katz e seguiva la campagna elettorale di Osborn: “Ho subito pensato che avevamo bisogno di una nuova struttura che non guardasse al passato. Che dovevamo essere più coraggiosi e parlare ai lavoratori”.
Per Rebecca Katz, cinquant’anni, era stata invece una serata di alti e bassi. In Arizona infatti il suo candidato, il democratico Ruben Gallego, era diventato il primo politico latinoamericano eletto senatore dello stato. “Ma presto ci siamo resi conto che la serata non sarebbe stata buona”, sospira. Morris Katz è più radicale: “Era una delusione ma non una sorpresa, e questa era la cosa peggiore, cioè che la sconfitta fosse evidente e che in fondo per quattro anni non avevamo fatto nulla per evitarla”.
Come i dinosauri
Nel gennaio 2025 l’agenzia debutta. Il nome si trova subito: contro le tendenze autoritarie di Donald Trump bisogna lottare, e anche contro l’élite del Partito democratico a Washington, incapace, secondo loro, di aprire una nuova era. Tommy McDonald è il primo a lasciare il suo posto in un’altra agenzia di comunicazione: “Aspettavo questo momento da anni, ma era molto difficile trovare persone che volessero difendere candidati della classe operaia, correre dei rischi”.
Anche se alcuni dei fondatori vivono a Washington o a New York, Fight ha sede a Filadelfia, in Pennsylvania, da dove provengono Rebecca Katz e Tommy McDonald, rispettivamente figlia di un insegnante e figlio di un operaio. “Per noi è importante essere in Pennsylvania, perché è lo swing state per eccellenza (uno degli stati dove il voto è sempre incerto). Si dice spesso che chi vince in Pennsylvania, può vincere ovunque. Inoltre è uno stato socialmente molto vario, dove vivono dei lavoratori. Vogliamo essere vicini a tutte le classi sociali”, afferma Tommy McDonald.
Con un occhio su tutto il paese, quindi, l’agenzia aiuta i candidati democratici o indipendenti ad affinare i messaggi e a fare campagna elettorale sui social media. La specialità sono gli spot pubblicitari – vietati in Francia ma molto importanti negli Stati Uniti – “che devono diffondere il messaggio del candidato, più di quanto potrebbero fare i suoi discorsi”, spiega Julian Mulvey, che, a 53 anni, è il decano del gruppo.
Ovviamente è attraverso un video che Fight ha annunciato il proprio lancio. Un video di un minuto e venti secondi, postato il 27 gennaio, che riunisce tutti i candidati di punta dell’agenzia e somiglia al trailer di un film di rivolta. E che presenta alcune parole chiave come: “costo della vita”, “lotta per un futuro migliore”, “volontà del popolo” e così via. “Le agenzie di comunicazione politica generalmente non hanno un’ideologia ben definita. Difendono i candidati che le assumono”, osserva Rebecca Katz. “A Fight piacciono i candidati a cui non c’è bisogno di dire in cosa credere, cosa difendere. Queste cose le sanno già”. Alcuni la cercano per i suoi servizi, altri sono direttamente contattati dall’agenzia.
I fondatori di Fight non temono di mettersi contro i responsabili del Partito democratico. “Penso che Donald Trump sia il risultato di decenni di errori del nostro partito”, afferma senza mezzi termini Morris Katz. “Possiamo prendercela solo con noi stessi per aver lasciato la rust belt (’cintura della ruggine’, cioè la regione industriale del nordest degli Stati Uniti) ai repubblicani. Se avessimo dato l’impressione di preoccuparci dei lavoratori, non saremmo arrivati a questo punto. Oggi a Washington c’è qualcosa di profondamente guasto e dobbiamo riconoscere che c’è un’economia distorta a favore dei ricchi e della corruzione”.
Curvo davanti al suo monitor a Filadelfia, Tommy McDonald approfondisce: “C’è molta rabbia in giro. I democratici devono sentirla e ascoltarla, altrimenti finiranno come i dinosauri”.
Secondo Julian Mulvey, gli argomenti verso cui si orientano i candidati sostenuti da Fight ricordano quelli di Bernie Sanders, dieci anni fa. “Quando nel 2015 Bernie parlava di disuguaglianze strutturali, questo argomento era tabù. Prima della crisi finanziaria del 2008 e prima di Bernie, si pensava che se eri povero, era colpa tua. Ci è voluto tutto questo tempo perché il messaggio sulle disuguaglianze diventasse mainstream. Nel frattempo però Donald Trump ha polverizzato il Partito repubblicano e se ne è impossessato, e Bernie non è riuscito a reinventare il Partito democratico. Già all’epoca e ancora oggi, il Partito democratico aveva difficoltà con voci come quelle di Bernie Sanders o di Alexandria Ocasio-Cortez”.
Complessi e contraddittori
Morris Katz è oggi una stella nascente della comunicazione politica. Ha imparato tutto, dice, durante la sua prima campagna elettorale. Nel 2022 lavorava con Erica D. Smith, candidata nella Carolina del Nord: “Smith era un’insegnante che viveva in una zona rurale, prevalentemente nera e povera. Abbiamo fatto il giro di cento contee in cento giorni. È lì che ho capito che molti statunitensei rifiutavano il ‘linguaggio politico di sinistra’ ma volevano comunque politiche di sinistra. Non ne possono più dello slogan ‘Medicare per tutti’ o del green new deal, ma sarebbero felici di avere accesso a una copertura medica indipendente dalle grandi case farmaceutiche e a servizi pubblici finanziati collettivamente. Il problema non erano le nostre idee, ma il nostro modo di comunicarle”.
Due anni dopo, per la campagna di Dan Osborn, il newyorkese Morris Katz si è trasferito due mesi in Nebraska per capire le questioni locali: “Andando sul terreno, ci si ricorda che gli elettori sono esseri umani come noi, complessi e a volte contraddittori. Ci sono persone che vogliono possedere un’arma, che chiedono un confine sicuro e che allo stesso tempo coltivano marijuana e sono favorevoli ai matrimoni gay. Non serve a nulla cercare di applicare una visione rigida, inventata in un ufficio a Washington”.
Nella primavera del 2024 Morris Katz ha ricevuto una telefonata: una persona che conosceva, colpita dalla campagna elettorale di Osborn, gli ha chiesto se poteva rientrare a New York per incontrare un potenziale candidato alle municipali. Uno sconosciuto per la carica di sindaco di New York? Morris Katz ha sospirato: valeva la pena?
Ma quando ha conosciuto Zohran Mamdani, 33 anni, in un caffè del Queens, è stato “amore a prima vista”. “Zohran è il vero talento della sua generazione. È come vantarsi di aver allenato Michael Jordan”, si entusiasma.
Fight, in qualità di responsabile dei video del candidato, ha creato gli spot innovativi della sua campagna elettorale: Mamdani sulla spiaggia di Coney Island che si tuffa nell’oceano gelido per illustrare il suo slogan “Freeze the rent” (congelare gli affitti); la parodia del reality show The bachelor (”Meriti di poter crescere la tua famiglia qui, di spostarti gratuitamente, meriti un sindaco che pensi a te ogni giorno. New York, accetti questa rosa?“); le sequenze in cui attraversa la città da parte a parte, a piedi, per incontrare gli abitanti, o in cui va dai tassisti dell’aeroporto LaGuardia nel cuore della notte.
“Le persone si connettono su Internet o accendono la tv per sentirsi bene, non per essere colpevolizzate o demoralizzate. Zohran è un ottimista e abbiamo cercato di fare video che diano speranza, e che vadano in direzione degli elettori con i loro codici”, analizza Morris Katz. “È stata una liberazione quando mi sono detto che, se volevamo portare a casa questa elezione quasi impossibile da vincere, bisognava inventare qualcosa di nuovo”.
Sul fatto che il suo candidato, ormai eletto, non abbia un sostegno unanime all’interno del Partito democratico, Morris Katz dice solo una cosa: “Sinceramente penso che, se sei del Partito democratico e hai troppa paura di congratularti con Zohran Mamdani, allora non hai nessuna possibilità di essere un candidato del partito nel 2028”.
Temi universali
Dopo questo successo, Fight non smette di ricevere messaggi da tutto il paese e anche dall’estero. “Tutti studiano la campagna di Mamdani e cercano di trovarvi ingredienti da riprodurre. Vogliono discuterne con noi”, racconta Julian Mulvey, che preferisce non dire se lo fanno anche dei politici francesi.
Ma sarebbe possibile riprodurre la vittoria di Mamdani fuori da New York, una città storicamente progressista? “I temi affrontati da Mamdani sono universali: ovunque negli Stati Uniti le persone parlano del costo della vita troppo alto, della crisi degli alloggi, delle disuguaglianze”, assicura Rebecca Katz.
L’obiettivo di Fight è riprodurre questo successo, in particolare nel Maine con Graham Platner, 41 anni, veterano della guerra in Iraq e ostricoltore, candidato alle primarie democratiche per il senato nel 2026. Un candidato che rappresenta una spina nel fianco dei democratici di Washington, che gli preferiscono la governatrice dello stato Janet Mills, 77 anni.
Il suo primo video firmato Fight, che lo mostra mentre lavora sulla sua barca indossando una felpa con cappuccio, mentre porta a spasso il suo cane sulla spiaggia o taglia la legna nel suo giardino, denunciando al tempo stesso “l’oligarchia, i miliardari, i politici corrotti”, ha fatto 2,5 milioni di visualizzazioni in ventiquattr’ore.
Tre mesi dopo i sondaggi lo danno in vantaggio, e questo nonostante alcune difficoltà impreviste, in particolare un tatuaggio fatto da ragazzo che somiglia a un simbolo nazista, scelto senza saperlo e coperto tardivamente, e vecchi messaggi online in cui si dichiarava “comunista” e criticava la polizia.
Morris Katz liquida la polemica sui messaggi: “Gli elettori vogliono autenticità, non persone che prevedono di diventare presidente da quando hanno cinque anni. Quindi, sì, l’autenticità significa anche non essere perfetti. Graham era traumatizzato e arrabbiato quando è tornato dall’Iraq. Ma questo non gli impedisce di difendere persone che sono raramente difese dal senato o da Washington”.
In Graham Platner vede il politico perfetto per riportare al Partito democratico una parte importante dei suoi elettori: i giovani di sesso maschile, che nel 2024 hanno votato in massa per Donald Trump.
Morris Katz ammette di “riflettere molto” sulla “crisi della mascolinità”, a cui si attribuisce la svolta a destra dei giovani statunitensi. “I repubblicani sono riusciti a far credere ai giovani che il loro partito rappresentasse la cattedrale della mascolinità. È questo che mi irrita ancora di più nel rifiuto di Washington di sostenere Platner, perché questi politici passano il tempo a chiedersi: ‘Come faremo con questi giovani arrabbiati?’. Graham è stato uno di loro, può capirli”.
Il 2026, con le elezioni di metà mandato a novembre, sarà una tappa determinante per il Partito democratico e per Fight, che, in un anno, ha già raddoppiato il numero di dipendenti con una quindicina di persone sparse in tutto il paese. L’agenzia sosterrà dei candidati che di mestiere fanno il pompiere, il medico o l’attivista. Ma la battaglia politica che si giocherà in futuro è un’altra: quella per determinare l’immagine del Partito democratico. Morris Katz incrocia le dita: “Nel 2026 speriamo di far vincere il maggior numero di candidati non tradizionali, della classe operaia, progressisti, per cambiare l’immagine del partito e obbligare l’élite di Washington ad adeguarsi”. Con l’obiettivo, ovviamente, delle elezioni presidenziali del 2028.
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(Traduzione di Andrea De Ritis)