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L’uomo forte della Libia

Il generale Khalifa Haftar, in una località vicino ad Al Merj, in Libia, il 25 novembre 2014. (Gabriele Micalizzi, Cesura)

Questo articolo è uscito il 27 febbraio 2015 nel numero 1091 di Internazionale. L’originale era uscito sul settimanale statunitense The New Yorker, con il titolo The unravelling.

All’inizio del 2014 il generale libico Khalifa Haftar ha lasciato la sua casa nel nord della Virginia, negli Stati Uniti – dove aveva passato gran parte degli ultimi vent’anni, collaborando almeno per un periodo con la Cia – ed è tornato a Tripoli per lanciare la sua ultima guerra per il controllo della Libia. Haftar, un settantenne dall’aria mite, ha combattuto come avversario e come alleato di quasi tutte le più importanti fazioni coinvolte nei conflitti libici, guadagnandosi la reputazione di grande esperto militare, ma con un senso della leal­tà molto flessibile. L’anno scorso Haftar ha stabilito il suo quartier generale in una vecchia base aerea sul Jebel Akhdar (montagna verde), in Cirenaica, un tradizionale nascondiglio per ribelli e insorti.

Lanciando un’offensiva chiamata operazione Dignità, le forze di Haftar, da lui ribattezzate Esercito nazionale libico, hanno conquistato quasi tutto l’est del paese. Il resto della Libia, compresa la capitale Tripoli, è nelle mani di Alba libica, un’ampia coalizione di milizie, molte delle quali hanno stretto un’alleanza tattica con i gruppi jihadisti. Come il presidente Abdel Fattah al Sisi in Egitto, Haftar si propone di sconfiggere le forze islamiche e di riportare pace e stabilità nel suo paese.

Quando quest’inverno ho visitato il quartier generale di Haftar, sono passato davanti a un elicottero da guerra di fabbricazione russa e sono stato accolto da un gruppo di miliziani che stavano scaricando delle munizioni. Dato che Haftar è uno dei principali bersagli delle milizie di Alba libica, che lo vorrebbero morto, la base è in stato di allerta costante. Nel giugno del 2014 un attentatore suicida ha fatto esplodere una jeep davanti alla casa del generale vicino a Bengasi, uccidendo quattro guardie. Il livello di sorveglianza intorno a lui è sempre altissimo. I suoi uomini perquisiscono i visitatori e gli sequestrano le armi. Pochi mesi fa qualcuno ha cercato di ucciderlo con dell’esplosivo nascosto in un telefonino e da allora i suoi soldati requisiscono anche i cellulari.

Il generale mi ha ricevuto in un ufficio immacolato, arredato con divani beige e moquette in tinta. Con i suoi baffi vecchio stile e l’impeccabile uniforme color kaki, sembra più un insegnante in pensione che il despota appoggiato dagli Stati Uniti di cui parlano i suoi nemici. Con un tono calmo e determinato Haftar mi ha spiegato perché è tornato in Libia a combattere. Dopo aver partecipato alla rivolta del 2011 contro l’ex dittatore Muammar Gheddafi, ha cercato di inserirsi nella nuova scena politica libica. Ma non c’è riuscito ed è tornato per un po’ in Virginia “a godersi i suoi nipoti”. Da lontano ha visto la situazione libica deteriorarsi a causa di governi deboli e milizie sempre più potenti.

Nell’estate del 2014 alcuni gruppi estremisti islamici hanno attaccato Bengasi. In una spietata campagna che mirava a eliminare quel che restava della società civile, sono stati uccisi circa 270 avvocati, giudici, attivisti, ufficiali dell’esercito e delle forze dell’ordine, tra cui alcuni vecchi amici di Haftar. “Non c’era più giustizia né sicurezza”, mi ha detto il generale. “La sera la gente aveva smesso di uscire di casa. Tutto questo mi addolorava profondamente”.
Haftar ha ripreso contatti con i suoi amici tra le forze armate, la società civile, i gruppi tribali e i politici di Tripoli.

“Tutti mi dicevano la stessa cosa: ‘Abbiamo bisogno di un salvatore. Cosa aspetti?’. E io rispondevo: ‘Agirò solo con il consenso del popolo’. Quando ho visto le manifestazioni in cui mi si chiedeva di intervenire, ho accettato volentieri, anche se sapevo che avrei rischiato la vita”.

Luci e ombre
Come molti di coloro che si autoproclamano salvatori, Haftar parlava con un fatalismo carico di ammirazione per se stesso. Ma la sua storia è molto più complessa di quanto sia disposto ad ammettere. Nel 1969, quando era ancora un cadetto militare, partecipò al colpo di stato di Muammar Gheddafi per far cadere la monarchia e diventò uno dei principali collaboratori del colonnello.

Nel 1987, quando la Libia scese in guerra contro il Ciad per il controllo di un’area di confine, Gheddafi scelse Haftar come ufficiale di comando. Ma la sua base fu invasa dai ciadiani, che uccisero migliaia di soldati libici e lo fecero prigioniero insieme a quattrocento dei suoi uomini. Quando Gheddafi si rifiutò di riconoscere l’esistenza dei prigionieri di guerra, Haftar cercò di organizzare un colpo di stato contro il colonnello e nel 1988 si schierò con il Fronte nazionale per la salvezza della Libia, un gruppo d’opposizione al regime di Tripoli con sede in Ciad e appoggiato dalla Cia. Poco dopo Haftar uscì di prigione.

Come comandante militare del Fronte nazionale, Haftar progettò di invadere la Libia, ma Gheddafi sventò il complotto appoggiando un golpe interno all’organizzazione. La Cia dovette trasferire Haftar e 350 dei suoi uomini prima in Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) e poi negli Stati Uniti, dove il generale ottenne la cittadinanza e rimase a vivere per i successivi vent’anni.
Per un certo periodo il generale collaborò con la Cia e fu coinvolto nei tentativi di far cadere Gheddafi, compreso un complotto che portò all’arresto e all’uccisione di alcuni dei suoi uomini. Secondo Ashur Shamis, un ex leader del Fronte nazionale, in Virginia Haftar viveva nella ricchezza, anche se nessuno sapeva da dove gli arrivassero i soldi.

Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, Gheddafi improvvisamente accettò di rinunciare al suo programma nucleare e tentò un riavvicinamento con Washington. A quel punto, evidentemente, i rapporti tra Haftar e la Cia si erano allentati, e quando il generale è tornato in Libia, nel marzo del 2011, non godeva più di nessuna protezione. Eppure i suoi nemici continuano ad accusarlo di essere un infiltrato della Cia, un traditore e un feroce assassino, e di voler diventare un nuovo Gheddafi.

Alla caduta del dittatore – favorita dagli attacchi aerei guidati dalla Nato – è seguita la dittatura di una pericolosa e dilagante instabilità

Oggi la Libia è nel caos. Due governi si contendono la legittimità. Le milizie armate vagano liberamente per le strade. Manca spesso l’elettricità e quasi tutte le attività economiche sono sospese. I proventi del petrolio, la principale fonte di ricchezza del paese, sono diminuiti di almeno il 90 per cento. Nell’ultimo anno circa tremila persone sono morte nei combattimenti e quasi un terzo della popolazione è fuggito in Tunisia. Alla caduta del dittatore – favorita dagli attacchi aerei guidati dalla Nato – è seguita la dittatura di una pericolosa e dilagante instabilità.

Per Haftar era scontato lanciare la sua offensiva nella Libia orientale: “Bengasi era la principale roccaforte dei terroristi, quindi abbiamo cominciato da lì”. Secondo un vecchio detto libico, tutte le cose importanti succedono a Bengasi. Nel 1937 Benito Mussolini cominciò da quella città il viaggio per consolidare il suo potere coloniale. Nel 1951 il nuovo re Idris I pronunciò da Bengasi il discorso radiofonico con cui proclamò l’indipendenza del paese. Quando Gheddafi guidò il suo colpo di stato contro la monarchia, era un giovane ufficiale di stanza a Bengasi. Nel febbraio del 2011 da questa città è partita la rivolta contro il colonnello e, un mese dopo, la Nato è intervenuta per impedire alle truppe di Gheddafi di massacrare i rivoluzionari e i civili di Bengasi. La coalizione internazionale guidata dalla Nato ha continuato a combattere per sette mesi, con gli Stati Uniti in un ruolo di secondo piano rispetto alla Francia e al Regno Unito.

L’11 settembre 2012 Bengasi ha assistito a un altro evento d’importanza storica: un gruppo jihadista ha attaccato il complesso del consolato degli Stati Uniti, uccidendo l’ambasciatore John Christopher Stevens e altri tre statunitensi. A Washington è scoppiato un acceso dibattito sulle circostanze della morte di Stevens. Obama ha ridimensionato la presenza diplomatica statunitense in Libia, rinunciando al ruolo svolto fino ad allora nei tentativi di ricostruire e promuovere la democrazia nel paese nordafricano.

Senza un piano
In un certo senso, la rovina della Libia è cominciata con la sua “liberazione”. È stato chiaro fin dall’inizio che le milizie sarebbero state un elemento di forte turbolenza dopo la caduta di Gheddafi. Il fronte dei ribelli si era formato molto velocemente, mettendo insieme gruppi disparati: alcuni erano ben disposti nei confronti dell’occidente, altri coltivavano il sogno di creare un nuovo califfato. Per esempio, mentre i governi occidentali stavano ancora discutendo se appoggiare o no i ribelli libici, i jihadisti della città di Derna si erano già distinti sul campo di battaglia.
Alla fine dell’agosto del 2011, quando Gheddafi è fuggito da Tripoli, la città è stata conquistata da due milizie: una proveniente da Zintan, una città dell’ovest, l’altra da Misurata. I due gruppi si erano alleati contro il dittatore, ma già mentre si affrettavano a occupare i punti strategici della capitale, tra loro è scoppiata una forte rivalità. L’arsenale di Gheddafi è stato saccheggiato, e i combattenti originari di Misurata si sono impadroniti di centinaia di carri armati russi. Quelli di Zintan hanno occupato l’aeroporto internazionale. Altri gruppi armati islamici hanno conquistato diverse posizioni chiave.

Dopo un attentato contro l’ambasciata egiziana a Tripoli, il 13 novembre 2014.

Alla vista di tutti quei combattenti, il parlamentare britannico Rory Stewart, che nel 2011 si trovava in Libia per raccogliere informazioni, era molto preoccupato. In quei giorni ho raggiunto Stewart a Tripoli. Dopo che un gruppo armato ci ha fermato a un posto di blocco, mi ha detto: “Mi piacerebbe sapere chi disarmerà tutte queste milizie”. Ma, soprattutto, si chiedeva chi avrebbe rimesso in sesto il paese e crea­to posti di lavoro per tutti quei giovani.

Stewart è tornato in Libia nel marzo del 2012 e ha notato che, dopo l’intervento militare, la Nato stava facendo ben poco. “Al ministero dell’interno libico era stato assegnato un poliziotto britannico che doveva occuparsi da solo del programma di disarmo e smobilitazione promosso da Londra”, mi ha raccontato in seguito. “Molti deputati libici si chiedevano: ‘Qual è il piano di ricostruzione?’. Ma all’epoca il mio istinto mi diceva che eravamo già rimasti abbastanza scottati dall’esperienza in Iraq”. Sembrava che le potenze occidentali avessero in mente un piano meno impegnativo.

Secondo Stewart, “l’idea era quella di ottenere una risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzasse un intervento umanitario, per potersi liberare di Gheddafi senza mandare soldati sul campo e poi convincere potenze come la Turchia e il Qatar a firmare sostanziosi assegni, ed essere liberi di tornare a casa. Nessuno pensava che sarebbe stato facile, ma neanche che sarebbe andata a finire così male”.

In una prima fase ci sono stati dei segni di speranza. Nel luglio del 2012 i libici hanno votato per la prima volta in sessant’anni per eleggere il congresso nazionale generale (Cng). La coalizione di partiti di centro e progressisti ha sconfitto i candidati vicini ai Fratelli musulmani. Come primo ministro è stato scelto Ali Zeidan, un avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani. Ma il voto non è servito ad arginare le milizie. Anzi le decine di migliaia di thuwar (ribelli) libici sono diventati sempre più potenti: invece di trovargli un’altra occupazione e di costringerli a rinunciare alle armi, il governo li ha assoldati. Frederic Wehrey, un esperto di Libia del Carnegie endowment for international peace, mi ha detto: “Probabilmente solo un terzo dei miliziani libici ha partecipato davvero alla guerra. Il problema è che quando il governo ha deciso di pagare uno stipendio a ogni combattente il loro numero è cresciuto sempre di più. Non esisteva un registro dei pagamenti e c’erano combattenti che percepivano più salari”.

Nel frattempo gli attacchi contro obiettivi e personalità occidentali sono diventati più frequenti. A Bengasi, nel gennaio del 2013, un gruppo armato ha sparato contro l’auto di un diplomatico italiano, che è uscito illeso dall’incidente. Nell’aprile dello stesso anno un’autobomba ha danneggiato gravemente l’ambasciata francese a Tripoli, un attentato rivendicato da Al Qae­da nel Maghreb islamico (Aqmi).

Pur avendo perso le elezioni, i candidati islamici hanno trovato il modo di affermare il loro potere. A maggio hanno presentato al Cng un progetto di legge che vietava a tutti quelli che avevano collaborato con il regime di Gheddafi di ricoprire incarichi pubblici. Durante la votazione alcuni miliziani armati hanno fatto irruzione nei ministeri per imporre l’approvazione del provvedimento. L’effetto immediato dell’operazione è stato neutralizzare una parte degli avversari degli islamici, perlopiù politici moderati e tecnocrati che erano in servizio alla fine del regime di Gheddafi. Il presidente del Cng si è dimesso. Nel dicembre del 2013 l’assemblea ha decretato che la sharia dev’essere la fonte di ogni legge e ha votato per prolungare di un anno il suo mandato.

Haftar ha assistito con rabbia a quello che stava succedendo nel suo paese. Il 14 febbraio 2014 è passato all’azione annunciando alla tv libica lo scioglimento del Cng e l’istituzione di una “commissione presidenziale” e di un gabinetto che avrebbero governato fino a nuove elezioni. Ma Haftar non aveva abbastanza potere per imporre la sua decisione ed è stato deriso pubblicamente per la sua arroganza. Il premier Zeidan ha definito il suo tentativo di colpo di stato “ridicolo”. Il generale, però, aveva una strategia. Da tempo aveva cominciato a condurre una serie di incontri pubblici nelle città di tutto il paese e aveva messo insieme un esercito con l’aiuto di vecchi amici. A maggio ha lanciato l’operazione Dignità attaccando le milizie islamiche di Bengasi con l’obiettivo dichiarato di “eliminare i gruppi terroristici”. Poco dopo le sue truppe hanno occupato la sede del parlamento a Tripoli.

L’offensiva di Haftar è stata ben accolta da molti libici, stanchi del Cng e delle continue violenze. Il congresso ha accettato di sciogliersi per consentire l’elezione di un nuovo organo legislativo, la camera dei rappresentanti. Anche alle elezioni di giugno del 2014 i gruppi islamici non hanno avuto molto successo. Ma, prima che il nuovo parlamento potesse entrare in carica, le milizie a loro vicine, con l’aiuto dei combattenti di Misurata, hanno attaccato l’aeroporto di Tripoli per strapparlo ad Haftar. I combattimenti hanno causato la morte di centinaia di uomini, la distruzione dell’aeroporto e di aerei per un valore di mezzo miliardo di dollari. Quando anche Tripoli è diventata un campo di battaglia, gli Stati Uniti hanno trasferito la loro ambasciata a Malta.

Lo stato libico è collassato ed è stato sostituito da una serie di città-stato in guerra tra loro

Con l’inizio dei combattimenti a Tripoli, si sono formati due schieramenti. La coalizione Alba libica è un’alleanza precaria: comprende ex qaedisti che avevano combattuto contro Gheddafi negli anni novanta, milizie berbere, simpatizzanti dei Fratelli musulmani e una rete di commercianti conservatori di Misurata, che controlla il blocco di combattenti più numeroso di Alba libica. L’esercito di Haftar, invece, è composto essenzialmente da militari dell’era di Gheddafi e da federalisti dell’est che vorrebbero maggiore autonomia per la Cirenaica, insieme ai combattenti tribali delle regioni occidentali e meridionali.

Nell’agosto del 2014 Alba libica ha assunto il controllo di Tripoli, praticamente spaccando il paese tra est e ovest. I deputati islamici, in minoranza nella nuova camera dei rappresentanti, hanno insistito sul fatto che l’unico governo legittimo era quello scelto dal congresso nazionale generale. In un contesto d’instabilità crescente, la neoeletta camera dei rappresentanti si è trasferita a Tobruk, 1.200 chilometri più a est, autoproclamandosi l’unico “vero governo” libico. Le Nazioni Unite e buona parte della comunità internazionale hanno riconosciuto la camera dei rappresentanti, ma la corte suprema libica ha decretato che il parlamento legittimo è il congresso nazionale generale. In pratica lo stato libico è collassato ed è stato sostituito da una serie di città-stato in guerra tra loro.

In questa situazione di stallo sono entrate in gioco le potenze regionali. Secondo alcune fonti l’esercito di Haftar riceve armi e denaro dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e soprattutto dall’Egitto, il cui presidente è uno strenuo oppositore dei partiti islamici. Alba libica, invece, è appoggiata dal Qatar e dalla Turchia, vicini ai Fratelli musulmani. Il coinvolgimento dei governi stranieri ha dato al conflitto le dimensioni di una guerra per procura.

La disgregazione della Libia potrebbe avere conseguenze gravissime per il resto della regione. La mancanza di controlli nel deserto del sud lascerebbe aperto il confine con paesi come l’Algeria, il Niger, il Ciad e il Sudan, favorendo il passaggio di bande armate, come i trafficanti di esseri umani e i jihadisti di Al Qaeda nel Maghreb islamico. Attualmente un enorme numero di migranti, soprattutto africani ma anche mediorientali, passa attraverso la Libia per imbarcarsi su navi sovraffollate dirette in Italia, dove i più fortunati vengono soccorsi dalla guardia costiera o da qualche mercantile di passaggio. Nel 2014 il numero dei migranti arrivati in Italia sui barconi è salito a 170mila e si stima che più di tremila persone siano annegate in mare.

La paura di Ansar al sharia
La Libia è sempre stata un paese isolato e dopo la rivoluzione le cose non sono cambiate. Da luglio del 2014 l’unico aeroporto funzionante di Tripoli è quello di Mitiga, un’ex base aerea statunitense di cui Gheddafi prese il controllo nel 1970. Anche Mitiga ha subìto i bombardamenti di Haftar e per un certo periodo non sono partiti voli neanche da lì.

Molti giovani libici che ho conosciuto durante la rivoluzione del 2011 oggi vivono in Tunisia, in Egitto, in Bulgaria o a Londra. Gli esuli che erano tornati per ricostrui­re la Libia sono già quasi tutti ripartiti. Le uniche persone rimaste sono quelle che non hanno i mezzi per lasciare il paese, e di solito non si allontanano molto dalle loro case. Del resto non hanno molto da fare. Molti negozi di giorno restano chiusi e aprono per qualche ora dopo la preghiera serale. Per strada non si vedono donne. Ogni tanto si sente il rumore di armi da fuoco o di un’esplosione, ma è impossibile capire se è in corso una sparatoria o se qualcuno sta semplicemente pulendo una pistola sul balcone. Nessuno fa domande. I libici si sono assuefatti alla guerra e, in ogni caso, dopo essere stati sorvegliati per anni dalla polizia segreta, si sono abituati a non indagare sulle origini della violenza.

Nonostante lo sfarzo esibito da Gheddafi, la Libia contemporanea non ha mai dato troppo valore all’estetica. Le nuove case sono costruite con blocchi di cemento grezzo e la spazzatura è gettata per strada. Quando i rivoluzionari sono entrati con i bulldozer nel palazzo di Gheddafi hanno distrutto molte insegne del vecchio regime, e oggi gli estremisti islamici stanno saccheggiando il resto. In una fontana di Tripoli c’era la statua di una donna nuda che abbraccia una gazzella, ma è stata rimossa. Tra le rovine greche e romane di Cirene quasi tutte le statue degli dei sono state sfigurate.

Una parata militare all’aeroporto di Mitiga, vicino a Tripoli, il 12 novembre 2014.

I Fratelli musulmani e i leader di Misurata hanno preso le distanze dalle atrocità dei jihadisti, ma sul campo di battaglia gli estremisti sono sempre più numerosi. A Bengasi, dove i soldati di Haftar si sono scontrati con i gruppi islamici per il controllo della città, i combattimenti hanno provocato gravi danni e molte vittime. Haftar sostiene di controllare gran parte della città, ma afferma che i cecchini stanno rallentando la sua avanzata. Il suo principale nemico è Ansar al sharia, il gruppo jihadista che ha rivendicato l’assassinio dell’ambasciatore Stevens e che molti sospettano sia responsabile della serie di omicidi che ha devastato la società civile di Bengasi. Un mese fa il leader di Ansar al sharia, Mohamed al Zahawi, è morto a causa delle ferite subite in battaglia, ma i suoi uomini hanno continuato a combattere.

Dopo la caduta di Gheddafi centinaia di ribelli di Derna, una città associata da tempo all’estremismo islamico, sono partiti per la Siria per andare a combattere contro il presidente Bashar al Assad. Molti si sono uniti al Fronte al nusra, il ramo siriano di Al Qaeda, altri al gruppo Stato islamico. Negli ultimi mesi molti sono tornati a casa per combattere contro le forze di Haftar. Nell’ottobre del 2014 una formazione jihadista di Derna ha dichiarato fedeltà al gruppo Stato islamico e, qualche mese dopo, un’altra unità dell’organizzazione ha rivendicato l’esecuzione di una decina di soldati libici. Con un audace attacco in pieno giorno alla fine di gennaio, un terzo gruppo armato ha fatto irruzione nell’hotel Corinthia, un albergo a cinque stelle nel centro di Tripoli, uccidendo almeno otto persone. Poche settimane dopo il gruppo Stato islamico ha preso il controllo di un villaggio vicino a Bin Jawad, una città sulla costa.

Haftar promette che un giorno si libererà dei jihadisti di Derna, ma solo dopo aver conquistato Bengasi. “Useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per sterminarli”, mi ha assicurato. Haftar dispone anche di una piccola forza aerea – un grosso vantaggio rispetto ad Alba libica, che ha a disposizione due aerei al massimo – e ogni tanto manda i suoi Mig antiquati a effettuare raid aerei su Bengasi, su Ajdabiya, Misurata, Sirte e Tripoli.

Haftar vorrebbe continuare la guerra attaccando Tripoli e Misurata. Secondo lui l’operazione non sarà un massacro: “Tripoli cadrà in poco tempo, perché sarà la popolazione a insorgere. Del resto, in città sono già presenti alcuni dei miei uomini”, mi ha detto.

“Perché non dialogare?”.

“Non si discute con i terroristi”, mi ha risposto. “Il terrorismo dev’essere combattuto fino alla fine”.

A Washington l’assolutismo di Haftar è fonte di disagio. Un alto funzionario dell’amministrazione statunitense mi ha rivelato: “Il governo degli Stati Uniti non ha niente a che fare con il generale Khalifa Haftar. Sta ammazzando la gente, sostiene di prendere di mira solo i terroristi, ma la sua definizione di terrorismo è troppo ampia. È un vigilante. E con questo comportamento otterrà un unico risultato: spingere i suoi avversari a unirsi contro di lui, fornendo una causa comune ai moderati e alle frange più radicali di Alba libica”.

Benjamin Rhodes, viceconsigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama, ha ammesso che la situazione in Libia è terribile. “Far dialogare i tecnocrati e i gruppi armati è molto difficile”, dice. “Innanzitutto bisogna costringerli a incontrarsi e convincerli che possiamo aiutarli. Ci stiamo provando con un’iniziativa promossa dall’Onu e con un po’ di diplomazia dietro le quinte”.

Rhodes è stato uno dei collaboratori di Obama a fare pressioni a favore della partecipazione statunitense all’intervento della Nato. E, nonostante il caos attuale, non ha cambiato idea. “Abbiamo salvato molte vite a Bengasi e nel resto del paese”, afferma. “Se Gheddafi fosse entrato a Bengasi, credo che oggi la Libia somiglierebbe alla Siria. In cosa abbiamo sbagliato? Perfino il presidente riconosce che è stato estremamente difficile riempire il vuoto lasciato dal regime. Volevamo che fossero i libici a prendere in mano la situazione. Conosciamo tutti i pericoli di una fase postbellica completamente gestita dagli Stati Uniti. Avremmo potuto usare la mano pesante, ma non c’è nessuna garanzia che una scelta del genere avrebbe fatto la differenza”.

Informazioni confuse
Nelle due settimane che ho trascorso in Libia alla fine del 2014 ho attraversato il paese da est a ovest. Gli unici occidentali che ho incontrato sono stati alcuni consulenti sulla sicurezza britannici e due giornalisti tedeschi. Dovunque andavo i libici mi guardavano meravigliati. Ogni tanto un ragazzo mi chiedeva da dove venivo. Quando rispondevo che ero statunitense, faceva una battuta sui jihadisti e sul rischio che fossi rapito o decapitato. Quando sono arrivato a Susa, vicino a Derna, le autorità hanno rimproverato i miei accompagnatori libici per aver portato lì un occidentale: “E se gli succede qualcosa?”.

Diversamente da altre città piccole e grandi, a Tripoli l’atmosfera sembrava normale. Il traffico scorreva e gruppi di giovani sedevano all’aperto bevendo caffè nei bicchierini di carta. A volte nei complessi dei ministeri, si vedevano gruppi di uomini barbuti e armati, ma non i carri armati e i mezzi corazzati che circolavano nella capitale dopo la caduta di Gheddafi. Ma in realtà la tranquillità di Tripoli nascondeva una tensione che mi è apparsa evidente appena ho potuto parlare con chi è incaricato di amministrare la città.

Mentre Haftar è convinto che tutti i suoi oppositori siano terroristi, i leader di Alba libica insistono che tra loro non ci sono estremisti. Ma nessuna delle due affermazioni è completamente vera. Jamal Zubia, che dirige il dipartimento per i rapporti con i giornalisti stranieri, mi ha assicurato che, fino a quando Haftar non ha cominciato ad attaccarla, Ansar al sharia somigliava più a una società di mutuo soccorso che non a un’organizzazione terroristica. Zubia, un uomo imponente con la barba bianca che è tornato in Libia dopo aver vissuto per sedici anni nel Regno Unito, parlava un ottimo inglese con l’accento di Manchester. “Se chiedete di Ansar al sharia ai cittadini di Bengasi, vi risponderanno che il gruppo ha sempre fatto del bene, si occupa della sicurezza degli ospedali e delle strade. Se qualcuno vuole che un luogo sia protetto, si rivolge ad Ansar al sharia”.

Zubia ha paragonato la Libia di oggi all’Algeria degli anni novanta: secondo lui le accuse di terrorismo rivolte ad Ansar al sharia ricordano i tentativi dei militari algerini di impedire ai rappresentanti islamici, regolarmente eletti, di andare al potere. “Se Haftar volesse davvero combattere il terrorismo”, ha detto Zubia, “sarebbe più logico che attaccasse Derna, non Bengasi. A Bengasi non c’è mai stata Al Qaeda, mentre a Derna ci solo almeno cinquanta persone che dicono di appartenere al gruppo Stato islamico”. Poi ha assunto un’espressione sprezzante: “Haftar sostiene che a Bengasi sono state uccise centinaia di persone. Ma dove sono le prove? Alla fine scopriremo che è stato lui a ucciderle”.

Le parti in conflitto sono d’accordo sun un punto: l’importanza del petrolio

In Libia è difficile ottenere informazioni affidabili. Tutti consultano freneticamente internet, dove vengono pubblicate foto, commenti e proclami. Ma buona parte di quello che viene spacciato per informazione è solo propaganda politica. L’operazione Dignità ha una tv, che trasmette filmati di Haftar impegnato a ispezionare il campo di battaglia a Bengasi al ritmo di una musica marziale e immagini raccapriccianti delle vittime del nemico. Anche Alba libica ha un canale simile, che presenta la visione opposta del conflitto. Entrambe le parti smentiscono le notizie riportate dall’altra e, in mancanza di informazioni affidabili, anche i pettegolezzi più stupidi sono generalmente presi per buoni.

Nella Libia orientale molti sostenitori di Haftar pensano che i Fratelli musulmani siano coinvolti in un complotto internazionale appoggiato dagli Stati Uniti per impossessarsi di tutto il Medio Oriente. Quando gli ho chiesto quali erano le prove a sostegno della loro tesi, molti hanno citato il discorso di Obama al Cairo del giugno del 2009, quando annunciò un “nuovo inizio” nei rapporti tra gli Stati Uniti e il mondo musulmano. Quando sono andato a trovarlo nel suo ufficio, Haftar ha ipotizzato che fosse questo il vero motivo per cui Washington non lo appoggiava: “Forse è per colpa dei Fratelli musulmani. Hanno parecchia influenza e mettono in circolazione molte bugie”.

L’unico punto su cui le due parti, l’operazione Dignità e Alba libica, potrebbero essere d’accordo è l’importanza del petrolio per il futuro del paese. Da quando si contendono il controllo dei giacimenti, la produzione è nettamente diminuita, passando da 1,6 milioni a 300mila barili al giorno. Un paio di giorni prima del nostro incontro, i jet di Haftar avevano bombardato una colonna di mezzi corazzati che da Misurata si dirigeva verso i giacimenti in mano ai suoi uomini. Il generale ha definito quell’avanzata un affronto morale. “Tra un po’ sentirete parlare della nostra reazione”, mi ha garantito. Due settimane dopo i suoi Mig hanno attaccato l’aeroporto di Misurata. E, a proposito degli abitanti di quella città, Haftar ha aggiunto: “Se oseranno avanzare ancora, la pagheranno cara”.

Durante una conferenza stampa a Tripoli il generale Obeidi, il capo di stato maggiore di Alba libica, ha parlato dei tentativi delle sue truppe di “riprendere i giacimenti petroliferi” occupati dai soldati di Haftar. “Lo stato siamo noi”, ha detto. “È nostro dovere strappare i giacimenti ai banditi”. Successivamente il generale Mohammed al Ashtar, un alto ufficiale di Alba libica, mi ha rivelato che i suoi uomini stavano avanzando verso il terminal petrolifero di Ras Lanuf. Aveva ordinato alle sue truppe di ritirarsi per evitare danni all’impianto, ma i suoi soldati avevano circondato quelli di Haftar. “Aspettiamo che accettino le nostre condizioni per ritirarsi e consegnarci il terminal”, mi ha detto.

Secondo l’analista Frederic Wehrey, nelle settimane successive è nata un’impasse: “Le due parti sono rimaste ferme sulle loro posizioni e non hanno fatto altro che lanciarsi razzi a vicenda”. Mentre i combattimenti proseguono, quel poco che resta dei proventi del petrolio finisce nelle casse della banca centrale, che li distribuisce alle milizie e alle bande criminali di entrambe le parti.

Quando ho chiesto al generale Ashtar come pensava che sarebbe andato a finire il conflitto, mi ha risposto che poteva concludersi solo con una vittoria totale. “Non è possibile che la Libia si spacchi in due”, ha detto. “Il paese è uno solo”.

“E Haftar?”, gli ho chiesto.

“Farà la fine di Gheddafi”.

Il generale Al Ashtar ha sorriso, e anche i suoi uomini.

L’unica speranza di una soluzione politica al conflitto libico passa per l’assemblea costituzionale, che ha sede ad Al Bayda, una cittadina nel nord della Cirenaica dove i palazzi dell’epoca di Gheddafi si alternano a costruzioni di cemento grezzo circondate da cumuli di spazzatura. La sede dell’assemblea è un’eccezione allo squallore della città. Costruita nel 1964 per ospitare il parlamento libico, è un modesto edificio con il tetto a cupola circondato da prati e alberi. Da aprile dell’anno scorso l’assemblea è riunita lì per redigere la bozza della nuova costituzione. Tra i suoi 56 componenti ci sono rappresentanti sia dell’operazione Dignità sia di Alba libica. Il presidente dell’assemblea, Ali Tarhouni, è una delle personalità più rispettate del paese. Dovrà spronare i partecipanti a portare a termine il loro compito e ad assicurarsi che il conflitto rimanga fuori da quelle mura.

Da settembre del 2014 Bernardino León, l’inviato speciale dell’Onu in Libia, fa la spola tra le due fazioni. León mi ha rivelato di rendersi perfettamente conto che la sua missione è quasi disperata: “Ha una sola possibilità di successo, contro molte di fallimento”. Finora non è stato fortunato. Dopo l’interruzione dei primi colloqui in Libia, ha annunciato un secondo round a Ginevra ma né Haftar né i suoi nemici hanno accettato di partecipare.

Continuare a combattere
Alla camera dei rappresentanti di Tobruk, il deputato Abubakr Buera ha stilato un elenco degli interlocutori inaccettabili: il governo di Tripoli, il congresso nazionale generale e qualsiasi rappresentante di Alba libica. “Se ci sono loro, noi non parteciperemo ai colloqui”, ha dichiarato. “E non vogliamo un intervento della comunità internazionale. Non è ancora arrivato il momento di mettere fine ai combattimenti. Finora continuare la guerra è l’unica soluzione”. Perfino il moderato Ali Tarhouni ha ammesso con riluttanza che è favorevole a proseguire la lotta armata: “La situazione militare deve ancora maturare prima che si creino le condizioni per il dialogo”.

All’inizio di febbraio i rappresentanti dei parlamenti di Tripoli e di Tobruk hanno dato il via a una nuova tornata di colloqui, ma Haftar e i suoi avversari non hanno partecipato. Molti uomini del generale vogliono ancora combattere. In una grande base alla periferia di Tobruk ho parlato con il colonnello Abdul Raziq al Nadori, il capo di stato maggiore di Haftar. “L’operazione Dignità è nata perché i nostri soldati venivano massacrati e decapitati”, mi ha spiegato. “Non avevamo intenzione di scontrarci con i nostri fratelli rivoluzionari, ma loro si sono schierati con i terroristi e non ci hanno lasciato scelta”. Come Haftar, anche Nadori è convinto che la battaglia finale della guerra si svolgerà a Tripoli. Gli dispiace che l’amministrazione Washington sia restia a schierarsi con Haftar. “Vogliamo essere in buoni rapporti con gli Stati Uniti. È stato Gheddafi a impedircelo. Ma gli Stati Uniti considerano i Fratelli musulmani una forza moderata, mentre per noi sono delle serpi”. Nadori ha cercato, senza successo, di incontrare David Rodriguez, il capo dell’Africom, il comando africano dell’esercito statunitense. “In Libia ci sono dei campi di addestramento del gruppo Stato islamico: l’ha detto lo stesso Rodriguez. E allora cosa aspettano gli Stati Uniti? Devono darci l’equipaggiamento militare e il sostegno di cui abbiamo bisogno, come stanno facendo in Iraq”, ha dichiarato Nadori.

Dopo la caduta di Gheddafi, Obama si era congratulato con il popolo libico e l’aveva invitato a “cogliere l’opportunità per decidere il proprio destino in una nuova Libia democratica”. Ma aveva aggiunto un avvertimento: “Non facciamoci illusioni. La Libia dovrà percorrere una strada lunga e difficile per arrivare alla piena democrazia”. Haftar non combatte per la democrazia, è un militare. Eppure la sua offensiva è forse l’unica speranza di riportare un po’ di stabilità in un paese pieno di milizie e sempre più ospitale nei confronti degli estremisti islamici. Se la pressione militare riuscirà a convincere Alba libica ad allontanare le frange più estreme, potrebbero nascere due fazioni disposte a trovare un accordo. Ma molti libici mi hanno avvisato: se Haftar non sconfiggerà i jihadisti di Bengasi e di Derna, il paese rischia di diventare, come dice l’inviato speciale britannico Jonathan Powell, “la Somalia del Mediterraneo”.

Il 22 gennaio 2015 gli uomini di Haftar sono improvvisamente riusciti ad avanzare su Bengasi, occupando la sede della banca centrale e quasi tutto il porto. Quando avevo incontrato Haftar nella sua base, mi aveva parlato del suo piano per “ripulire il paese”. Ma c’era ancora da combattere e si lamentava del mancato sostegno degli Stati Uniti. Gli aiuti dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita erano modesti, ma il suo esercito stava crescendo. “Il nostro è un paese ricco”, mi ha ricordato. “Vogliamo che il nostro popolo abbia belle case e buone scuole. Speravamo che la Libia sarebbe diventata un paradiso terrestre. Ma abbiamo bisogno di infrastrutture, case, fabbriche. Abbiamo il petrolio, l’oro, l’uranio e mari di sabbia. Però bisogna che una grande potenza ci aiuti. La Libia non può farcela da sola”. E ha aggiunto con una certa ostentazione: “Chi si schiererà ora al nostro fianco ne trarrà grandi vantaggi”.

Quando gli ho chiesto quali fossero le sue ambizioni personali, ha risposto: “L’unica cosa che mi interessa è il bene del popolo”.

“Quando avrà ripulito il paese e riportato la pace, accetterà di diventare presidente se sarà il popolo a chiederglielo?”.

“Non avrei problemi a farlo”, ha detto sorridendo.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito il 27 febbraio 2015 nel numero 1091 di Internazionale. L’originale era uscito sul settimanale statunitense The New Yorker, con il titolo The unravelling.

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