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Destre, soldi e complotti negli Epstein files. Seconda parte

Jeffrey Epstein in una foto pubblicata dal dipartimento di giustizia statunitense nel 2025 (US Justice Department/Anadolu/Getty Images)

Nel 2017 l’immagine di Jeffrey Epstein è quella di un finanziere miliardario dall’intensa vita mondana che sembra conoscere tutte le celebrità. Ha anche la reputazione di mecenate delle scienze e delle arti, oltre che di filantropo. Quanti tra i vip che lo frequentano sanno che il suo nome è nel registro dei colpevoli di reati sessuali? E se lo sanno, quanto gliene importa? Poco, a quanto sembra. Ma le cose stanno per cambiare.

Il 15 ottobre l’attrice Alyssa Milano lancia su Twitter la campagna #MeToo per rendere visibili gli abusi e le molestie che le donne subiscono ogni giorno. Scrive: “Se sei stata sessualmente molestata o aggredita scrivi ‘anch’io’ sotto questo tweet”. In men che non si dica rispondono migliaia di donne, parte un dibattito che tracima dai social media e diventa una grande mobilitazione.

Un’onda d’urto senza precedenti travolge Hollywood, facendo cadere uno dei produttori cinematografici più potenti, Harvey Weinstein, poi si propaga alla politica, al giornalismo, al mondo accademico, perfino alle forze armate.

La nuova situazione mette in difficoltà Donald Trump, che è quasi a metà del primo mandato da presidente degli Stati Uniti. Lui stesso deve difendersi da accuse di violenza sessuale, tanto che nel 2023 sarà dichiarato colpevole di abusi e percosse nei confronti della giornalista E. Jean Carroll.

È in questo clima che, nel novembre 2018, una luce abbagliante illumina di colpo Epstein, i suoi abusi e le protezioni di cui ha goduto. Ad accenderla è la giornalista Julie K. Brown, autrice dell’inchiesta “Perversion of justice”, che esce a puntate sul quotidiano Miami Herald. Tempismo perfetto: l’attenzione sulla violenza di genere non è mai stata così alta, l’inchiesta ha una grande circolazione, per Epstein è un colpo durissimo.

Per Trump è un ulteriore motivo di imbarazzo: lui ed Epstein si sono frequentati per molti anni, diverse foto li mostrano insieme a feste e ricevimenti. A Palm Beach, in Florida, un solo miglio separa Mar-a-Lago, la tenuta di Trump con club esclusivo, dalla dimora di Epstein al 358 di El Brillo Way. Nel 2002, inoltre, il New York Magazine ha riportato una frase di Trump che ora torna a tormentarlo: “A Jeffrey piacciono le belle donne almeno quanto piacciono a me, e molte sono sul giovane andante”.

Non bastasse, nell’inchiesta di Julie K. Brown tra coloro che hanno protetto Epstein spicca Alexander Acosta, ex procuratore federale della Florida meridionale, nel 2018 segretario del lavoro del governo Trump.

Il #MeToo affonda Epstein, QAnon salva Trump

Epstein è arrestato per la prima volta a Palm Beach il 23 ottobre 2006. Molte giovani donne, alcune delle quali minorenni, hanno raccontato quel che hanno subìto a casa sua. È accusato di abusi sessuali e induzione alla prostituzione. Il tribunale fissa la cauzione a tremila dollari, per lui una cifra irrisoria. La paga subito ed è di nuovo a piede libero.

In quei giorni la polizia di Palm Beach riceve una telefonata inattesa. “Grazie al cielo lo state fermando”, esordisce Donald Trump. “Lo sapevano tutti che faceva quelle cose”. Poi esorta a indagare sulla “malvagia” Ghislaine Maxwell, l’ex compagna di Epstein che lo segue ovunque come un’ombra. Eppure passa più di un anno prima che Trump tronchi i rapporti con Epstein. Solo nell’ottobre 2007 lo caccia in malo modo da Mar-a-Lago.

Intanto i legali di Epstein trattano in segreto con il procuratore Alexander Acosta, che firma un accordo insolitamente favorevole all’imputato. Epstein si dichiara colpevole della sola induzione alla prostituzione e in cambio la procura fa cadere le imputazioni più gravi, non solo per lui ma per “eventuali co-cospiratori”. In pratica, Acosta pone il veto a ulteriori indagini. E la pena? A dir poco mite: tredici mesi in un carcere di minima sicurezza, con permesso di uscire durante il giorno.

Le vittime, mai informate della trattativa, si trovano di fronte al fatto compiuto: nessun giudice, nessuna giuria le ascolterà. Gli avvocati protestano e ricorrono in appello, ma solo nel 2019 l’accordo sarà dichiarato illegale.

Scontata la blanda pena, Epstein sfrutta i suoi contatti e mette insieme un “consiglio di guerra”, un team di persone fidate che lo aiutano a far cadere nell’oblio la condanna e a ripulirsi l’immagine. L’impresa riesce oltre ogni aspettativa: l’alta società sgomita per partecipare alle sue feste, per volare sul suo jet privato, per passare un weekend sulla sua isola nelle Antille, Little Saint James. Nessuno sa che sta per arrivare il #MeToo.

Quando arriva, Epstein si rende conto del pericolo e chiede consigli a Steve Bannon. Il 24 febbraio 2018 Bannon gli mette a disposizione le sue reti nel mondo Make America great again (Maga), l’anima militante del trumpismo: “Prima i populisti/nazionalisti, poi i cristiani conservatori, evangelici e cattolici (…) Con questa coalizione teniamo a bada Time’s Up almeno per i prossimi dieci anni”. Time’s Up è un ente che raccoglie fondi per le vittime di abusi sessuali. Bannon usa il nome come parte per il tutto: il nemico è il nuovo femminismo.

Anche Trump cerca modi di sbrogliarsela. Quando emergono i rapporti tra Epstein e Bill Clinton li sfrutta per allontanare da sé l’attenzione, ma non basta. A dargli l’aiuto decisivo è QAnon.

Nata nel 2017, proprio come il #MeToo, anche la fantasia di complotto sta diventando un movimento di massa. QAnon dipinge Hillary e Bill Clinton come satanisti e stupratori di bambini, e Trump come il più grande condottiero nella guerra ai pedofili. Immagine che al presidente conviene assecondare. Non accredita QAnon in modo esplicito, ma comincia a strizzargli l’occhio. QAnon crea una bolla informativa intorno ai trumpiani più fanatici, schermandoli da ogni notizia scomoda, e il diversivo aiuta Trump a smarcarsi, almeno per il momento, dall’associazione con Epstein.

Il finanziere nel frattempo è arrestato per la seconda volta. La procura di New York non si ritiene vincolata dall’accordo firmato in Florida e incrimina il finanziere per tratta di minori a scopo di sfruttamento e reati sessuali. Acosta, responsabile di quell’accordo, è ormai indifendibile. Il 9 luglio 2019 si dimette da segretario del lavoro. Un mese dopo, Epstein muore in carcere.

Pubblicare o non pubblicare?

Durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2024 Trump dichiara che se tornerà alla Casa Bianca renderà pubblici i documenti del caso Epstein. Il candidato vicepresidente JD Vance si spinge più in là, accusando l’amministrazione Biden di aver nascosto la presunta “lista dei clienti”, le persone a cui Epstein prestava le sue schiave sessuali. Il messaggio agli elettori è che i documenti, se divulgati, comprometterebbero solo il Partito democratico.

Ma dopo la vittoria la faccenda si complica. Il dipartimento di giustizia (Doj) informa Trump che i documenti includono gravi accuse nei suoi confronti. Sono segnalazioni che l’Fbi ha ricevuto ma non ha ritenuto credibili. Ci sono passaggi scabrosi, pubblicarli potrebbe causare problemi. L’amministrazione tergiversa e il movimento Maga gliene chiede conto: perché non state mantenendo la promessa?

Il 7 luglio 2025 il Doj e l’Fbi dichiarano che il caso Epstein è chiuso. Non c’è nessuna lista dei clienti né alcun bisogno di pubblicare i documenti. La protesta è immediata e trasversale. Per tutta risposta Trump definisce i documenti una “bufala” e attacca i repubblicani che chiedono di pubblicarli, chiamandoli “smidollati” e “miei ex sostenitori che hanno abboccato a questa stronzata ingoiando tutto l’amo”.

Una protesta del gruppo Hot mess contro Jeffrey Epstein, davanti al tribunale federale di New York, Stati Uniti, 8 luglio 2019

Ma le pressioni bipartisan si intensificano. I deputati Ro Khanna, democratico, e Thomas Massie, repubblicano, presentano un disegno di legge per obbligare il governo alla trasparenza sui documenti Epstein. Si uniscono a loro anche esponenti Maga, addirittura persone ritenute vicine a QAnon, come le deputate Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene.

A settembre l’agenzia di stampa Bloomberg News rende pubbliche 18mila email scritte e ricevute da Epstein. La commissione parlamentare per la vigilanza e la riforma del governo ne pubblica altre 33mila. A novembre la legge sulla trasparenza è approvata da entrambi i rami del congresso, camera e senato. Informato che sarebbe passata comunque, Trump ha dato indicazione ai suoi di votare a favore.

Il 19 dicembre 2025, scadenza prevista dalla legge, il Doj pubblica solo qualche decina di migliaia di documenti, quando è noto che ne esistono milioni. Inoltre, più di cinquecento sono interamente oscurati. Piovono critiche: l’amministrazione viola la legge e sta nascondendo qualcosa.

In ogni caso, il nuovo materiale contiene molte rivelazioni. Svela, per esempio, che Steve Bannon era in stretti rapporti con Epstein. Per il mondo Maga è alto tradimento. Enrique Tarrio, fondatore del gruppo di ultradestra Proud boys, rovescia disprezzo su Bannon per aver aiutato “uno dei più ignobili esseri umani che abbiano camminato su questo pianeta”. L’influencer Stew Peters lo chiama “falso patriota che sembra sempre appena uscito da un cassonetto”. Attaccano Bannon anche altri volti noti della destra, come Laura Loomer e Ben Shapiro.

Si arriva così al 30 gennaio, alla desecretazione di milioni di testi e immagini. Trump cerca di gettarsi la faccenda alle spalle, dice che i documenti lo “scagionano totalmente”, ma come scrive Tara Palmeri su Vanity Fair, ormai “Epstein è uscito dalla tomba per possedere la presidenza di Trump e minacciarne l’eredità. Trump può cominciare guerre, schierare truppe, creare crisi… Nulla di tutto questo scaccerà Epstein”.

Come non leggere gli Epstein files

Tre milioni e mezzo di documenti, duecentomila foto, duemila video. È una mole soverchiante e il sito del Doj non brilla per usabilità. Per questo c’è chi mette a punto altri strumenti, come Epstein unboxed, un database potenziato dall’intelligenza artificiale (ia), o Jmail, che ordina i documenti simulando la casella postale di Epstein. Ci sono anche grafici interattivi delle reti sociali di Epstein e vere e proprie guide su come consultare l’archivio.

Ce n’è bisogno, perché già le fantasie di complotto si nutrono di letture senza metodo né contesto. Troppa gente prende un documento e lo interpreta senza confrontarlo con altri o collegandolo in modi arbitrari. L’errore cognitivo più frequente è l’apofenia, la tendenza a vedere schemi che non ci sono.

Il solo ricorrere di un vocabolo non significa nulla, ma l’apofenia gli attribuisce un senso. Se il termine “pizza” appare nei documenti 911 volte, vuol dire che il Pizzagate è reale. E il numero 911 non può essere una coincidenza: è il numero con cui chiami la polizia ed è anche 9/11, l’11 settembre.

L’archivio Epstein contiene moltissimi duplicati, cosa che può irritare ma anche tornare utile. Uno dei consigli più frequenti è infatti: comparate le diverse copie di un documento. È così che si sono scoperti gli errori di scansione. Nella prima puntata ho accennato a “19yo” diventato “=9yo”. Un altro esempio è “bank account” che diventa “baal account”. Baal è una divinità del pantheon fenicio che la Bibbia condanna come falso dio. Nel Secondo libro dei re è chiamato Ba’al Zebub (signore delle mosche), da cui il nostro Belzebù, che è spesso identificato con Satana. Unite i puntini ed eccolo: il conto in banca satanista.

“Hanno mangiato degli umani!”

New York, mezzogiorno del 31 agosto 2019. In un ufficio sulla Federal plaza, a Manhattan, due agenti dell’Fbi ascoltano un giovane che si dice vittima di Epstein. Lo chiameremo Y. Sta raccontando un episodio di quando aveva otto anni.

Una sera del settembre 2000 lo yacht di Epstein è al largo della costa del Rhode Island. A bordo è in corso una festa e ci sono molti vip, tra cui il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il futuro presidente Trump con la sua nuova compagna Melania Knauss, l’ex presidente George H. W. Bush, l’ex segretario di stato Henry Kissinger e il finanziere George Soros.

Y descrive un’orgia che sfocia in violenze e crimini rituali. “Maschi afroamericani” stuprano donne bionde che sanguinano da tagli alla schiena. Y è ferito ai piedi con una scimitarra, ma “in un modo che non lascia segni”, poi è “sodomizzato” da Epstein, Clinton e Bush. Al culmine dell’esaltazione i presenti uccidono e smembrano bambini piccoli, ne rimuovono gli intestini e ne mangiano le feci.

Sono “ricordi soppressi”, dice Y, riemersi nel 2016 grazie alla psicoterapia. Gli agenti gli chiedono se può fornire prove. No. Può indicare altri testimoni? Nemmeno. Chi gli ha detto di rivolgersi all’Fbi? Un certo Michael D. Moore. È il creatore di True Pundit, sito specializzato in fantasie di complotto e notizie false.

Uno degli agenti scrive: “Si raccomanda di non impiegare altre risorse investigative per queste accuse”. Le sue note e un rapporto più formale sono nell’archivio Epstein.

Nel febbraio 2026 qualcuno si imbatte nella testimonianza di Y, la prende o finge di prenderla per vera e la diffonde sui social media. La storia dei bambini sventrati diventa virale, alimentando fantasie sul “cannibalismo” di Epstein di cui i documenti fornirebbero le prove. In realtà Y non ha parlato di cannibalismo, ma di coprofagia. Poco importa: le discussioni online ribollono e in poco tempo riaffiora un video di alcuni anni prima.

Le immagini risalgono alla sera del 3 agosto 2009. Una giovane messicana, in lacrime e sotto shock, grida mentre cammina avanti e indietro di fronte a un hotel di Monterrey, nello stato di Nuevo León. Si chiama Gabriela Rico Jiménez, ha 21 anni ed è una modella. La sua è una disperata e sconnessa invettiva in cui cita fatti di cronaca e denuncia complotti. Nomina il miliardario Carlos Slim Helú, la regina d’Inghilterra, un’ignota “regina di Germania” e perfino Topolino. Un agente di polizia le si avvicina, lei lo accusa di aver ucciso Juan Camilo Mouriño, un politico morto in un incidente aereo. L’istante che diventerà una clip, un meme, un tormentone del cospirazionismo arriva quando Gabriela urla: “Hanno mangiato degli umani! Schifo!”.

Quindici anni dopo, tutto è chiaro: Gabriela era fuggita da una festa di Epstein. Ma è una pura illazione, nessuno sa cosa le sia successo prima del crollo. Nel video dice di essere già stata al commissariato di polizia e in ospedale. E dopo quella sera, di lei si sono perse le tracce. Per forza: è stata uccisa e fatta sparire per aver denunciato i riti satanisti di Epstein. Gli stessi descritti da Y all’Fbi. Ma nel video non dice nulla del genere.

Per provare le accuse di cannibalismo qualcuno pubblica la foto di un corpo umano arrostito, che diventa subito “il tacchino umano di Epstein”. In realtà è un fotogramma del trailer di Thanksgiving, un film dell’orrore del 2023. E questo è solo un assaggio, come ha mostrato Leonardo Bianchi compilando un campionario delle recenti e più morbose fantasie su Epstein.

Vampiri, mostri e cannibali compaiono da sempre nella letteratura marxista, anarchica, anticoloniale, ecologista radicale. Sono metafore dello sfruttamento e della distruzione di vite e risorse da parte del capitale, dell’imperialismo e del colonialismo. Metafore che le fantasie di complotto sembrano prendere alla lettera. Anche grazie a questo sono narrazioni diversive. Rendere il male straordinariamente malvagio assolve l’ordinarietà del sistema che riproduce il male. Suscitare obbrobrio con dettagli ripugnanti distoglie l’attenzione dal quadro d’insieme.

Nel suo saggio La fabbrica dei corpi l’antropologa Giulia Paganelli la chiama “meraviglia nera”: “Un raffinato processo di sabotaggio neurologico e culturale della nostra capacità di indignazione (…) la violenza sessuale ordinaria, lo sfruttamento strutturale e l’oggettivazione quotidiana sono diventati rumore di fondo (…) Per sentire ancora un sussulto morale, per convincerci di possedere ancora una coscienza etica pulsante sotto lo strato di indifferenza digitale, abbiamo bisogno di vette di orrore metafisiche, spettacolari, quasi mitologiche. La meraviglia nera è esattamente questo, lo spostamento dello sguardo dalla catena di montaggio quotidiana verso il mostro eccezionale”.

Le Isole Vergini, le schiave e la razza

Negli anni sessanta lo scrittore danese Thorkild Hansen dedica una trilogia alle responsabilità del suo paese nel traffico atlantico di schiavi. Pagine di storia piene d’orrore, riscoperte grazie a un lungo lavoro sugli archivi e ricerche sul campo in Guinea e nelle Antille. Il terzo volume, Le isole degli schiavi (Iperborea 2010), è dedicato a quelle che un tempo erano le Indie occidentali danesi, e che oggi sono le Isole Vergini degli Stati Uniti. La loro storia è tutt’uno con quella della schiavitù.

Nel diciottesimo secolo l’arcipelago è uno dei vertici della “tratta triangolare”: le navi scaricano schiavi presi in Guinea e caricano zucchero di canna diretto in Danimarca. Per più di cent’anni le piantagioni garantiscono enormi ricchezze ai proprietari e al paese, grazie allo sfruttamento fino alla morte di centinaia di migliaia di esseri umani. Uomini, donne e bambini uccisi dal lavoro, da fame e malattie, dalle percosse, dalle torture. Straziati con tenaglie roventi anche per piccole infrazioni, mutilati di una gamba se ricatturati dopo una fuga, bruciati vivi se colpevoli di ribellione. Solo nel settecento ci sono tre rivolte di schiavi, la più grande scoppia a Saint John nel 1733. A guidarla è Kong Juni (Re Giugno), un capo tribale akwamu.

Nella casa di Jeffrey Epstein a Manhattan, New York, Stati Uniti

Abolita nel 1848 dopo un’ultima grande insurrezione, la schiavitù si riaffaccia nell’arcipelago nei primi anni del ventunesimo secolo, per mano di Jeffrey Epstein.

Le Isole Vergini sono parte degli Stati Uniti dal 1917. Little Saint James è tra le più piccole, misura appena 32 ettari. Epstein possiede anche quella più a nord, Great Saint James, grande più o meno il doppio, e a Saint Thomas, una delle isole maggiori, ha insediato le sue società di comodo, che gli servono a muovere denaro eludendo il fisco. Tra le altre cose, Epstein è un colonialista. E uno schiavista.

Cosa sono se non schiave le donne giovanissime che Epstein e Maxwell adescano, portano a Little Saint James e offrono ai potenti ospiti maschi? Una di loro è Virginia Roberts Giuffre. “Ero una schiava sessuale”, scriverà nel suo libro Nobody’s girl (Bompiani, 2025).

Le schiave sessuali devono essere sempre disponibili. L’ideale di Epstein è che siano sempre anche vogliose, per questo è in contatto con il virologo Nathan Wolfe, che studia il presunto rapporto tra malattie a trasmissione sessuale e desiderio femminile. Wolfe cerca di individuare il “virus dell’arrapamento”, per trarne e brevettare un “viagra femminile”.

Nella mente di Epstein violenza di genere e razzismo vanno sempre insieme. Come quando fantastica di usare il suo dna per creare una super-razza. Il suo sogno è fare del suo ranch nel Nuovo Messico una stazione in cui decine di donne riceveranno il suo sperma e partoriranno i suoi bambini. In un articolo sul manifesto Francesca Coin ha sintetizzato i rapporti tra i progetti di Epstein, la “scienza della razza” riportata in auge dal famigerato saggio del 1994 The bell curve e ideologie della Silicon valley come il transumanesimo.

Di queste idee feroci Epstein discute o scrive circondato dalla bellezza della sua isola, mentre nei bungalow gli ospiti abusano delle schiave. Verso est, solo uno stretto braccio di mare separa Little Saint James da Saint John, dove Kong Juni, con il suo esercito di rivoltosi, tenne in scacco le milizie dei padroni bianchi per sei lunghi mesi. La storia delle isole Vergini ci ricorda che gli schiavi e le schiave possono ribellarsi. A Epstein questo sfugge e la pagherà cara.

La Epstein class e la fine del mondo

Epstein si è fatto largo nel mondo dell’alta tecnologia e delle scienze applicate a forza di donazioni ad aziende e college, e di regali e favori a imprenditori e scienziati. Svariati suoi contatti lavoravano allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Aveva rapporti con grossi nomi della Silicon valley e voce in capitolo sulle scelte della Microsoft.

Scrive Nafeez Ahmed in un’inchiesta su Byline Times: “Questo è il sistema che ha fatto entrare Epstein e lo ha tenuto dentro. Lo stesso sistema che ora è al timone delle più decisive tecnologie del secolo. Dopo la sua morte la convergenza tra l’élite della Silicon valley, la destra tecnoautoritaria e i laboratori che programmano l’ia e le criptovalute non ha fatto che intensificarsi. Le idee che Epstein scambiava in quelle cerchie (chi è degno di avere potere, chi dovrebbe essere migliorato geneticamente e chi può essere scartato) ora danno forme alle tecnologie e alle istituzioni che stanno diventando la spina dorsale di un nuovo ordine politico”.

Oggi quella che Ro Khanna ha chiamato “Epstein class” ha in mano le leve dell’ia e ci impone un mondo infestato di “agenti”, assistenti automatici che dovrebbero renderci più efficienti in tutto, anche nell’autodistruzione. Secondo uno studio del King’s college di Londra, in simulazioni di guerra proposte a diverse ia “nel 95 per cento dei casi si è fatto uso di armi nucleari tattiche, nel 76 per cento si è arrivati a minacciare l’uso nucleare strategico. Soprattutto Claude e Gemini hanno trattato le armi nucleari come un’opzione tra le altre, non come limite morale da non superare, e ne hanno discusso in termini puramente strumentali”.

Il recente scontro tra l’amministrazione Trump e la Anthropic, l’azienda che ha creato Claude, era anche su questo: si può usare l’ia per creare armi completamente autonome, che decidano da sole quando e chi colpire? La risposta di Trump è sì. Non è più tollerabile alcun limite, nemmeno quello che impedirebbe a un bot di annichilire il mondo.

La vera corruzione

Sul New York Times Anand Giridharadas ha descritto “una élite abituata a ignorare il dolore (…) una rete sociale di potenti di cui alcuni (…) erano in grado di distogliere lo sguardo [dagli abusi di Epstein] perché avevano imparato a distoglierlo da tanti altri abusi e sofferenze: le crisi finanziarie che alcuni nella rete hanno contribuito a innescare, le guerre scriteriate che hanno promosso, la crisi degli oppiacei che hanno agevolato, i monopoli che hanno difeso, le disuguaglianze che hanno turbo-accelerato, la crisi abitativa che hanno sfruttato, le tecnologie da cui non hanno protetto le persone”.

Il mondo che vediamo negli Epstein files è orrendo non solo per gli abusi sessuali. È orrendo il sistema che riproduce quella classe, una classe globale di superpadroni che si crede una razza a parte, prospera su esclusione e disuguaglianze, sperpera e inquina usando jet privati con la disinvoltura di chi sale su un monopattino.

Nel suo pamphlet Sarkozy. Di che cosa è il nome? (Cronopio 2008), il filosofo Alain Badiou si chiede cosa significasse, pronunciata da Saint-Just e dagli altri giacobini, la parola “corruzione”. Oggi fatichiamo a capirlo, spiega, perché ci hanno “persuasi che i principali obiettivi di un governo siano la crescita economica, il tenore di vita, l’abbondanza dei consumi, la salita delle quotazioni in borsa, l’afflusso dei capitali e l’eterna prosperità dei ricchi”.

Richiamandosi ai rivoluzionari francesi Badiou definisce la corruzione “non tanto il fatto che questo o quello si arricchisca approfittando della propria posizione di potere”, ma l’opinione generale che “si possa e si debba amare il denaro, senza più vergognarsi di un tale amore”. Negli ultimi decenni troppa gente è stata corrotta, cioè spinta ad amare il denaro e ammirare i ricchi.

Sentendosi lusingati, i ricchi si sono presi sempre più licenze, fino a perdere ogni freno inibitore. I risultati li abbiamo sotto gli occhi, non solo negli Epstein files ma tutt’intorno a noi.

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