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Fischi contro il potere

Uno studente regge un cartello di protesta durante il discorso di David Zaslav, presidente della Warner Bros, nel 2023 a Boston, Stati Uniti (Steven Senne, Ap/LaPresse)

Immaginiamoci questa scena: sei negli Stati Uniti e stanno per consegnarti il diploma di laurea, in una di quelle cerimonie che hai visto un sacco di volte nelle serie tv o nei film. Per laurearti hai fatto un sacco di debiti (in media fra i venti e i trentamila dollari) che dovrai restituire lavorando per anni, mentre probabilmente farai altri debiti, a meno che tu non provenga da una famiglia ricca.

Una persona più famosa, più vecchia e più ricca di te è stata invitata, come ogni anno, alla cerimonia di laurea: deve farti un discorso motivazionale. Fra i più celebri discorsi che hai ascoltato in passato ci sono quelli dello scrittore David Foster Wallace, della calciatrice Abby Wambach, del tennista Roger Federer, della giornalista Norah Ephron.

Solo che questa volta, quel qualcuno, viene a dirti, proprio il giorno della tua festa, che tutto quello che hai studiato non serve più a niente e che devi semplicemente farci i conti tu. Devi rimboccarti le maniche e trovare il modo per rimediare a questo problema che non hai creato tu. Che fai?

Come minimo ti arrabbi.

È esattamente quel che è successo quando l’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt ha parlato all’università dell’Arizona.

“Il suo discorso è stato incredibilmente irrispettoso nei confronti degli studenti”, ha detto la neolaureata Olivia Malone. “Ci sconsigliano di usare le ia, ci penalizzano se le usiamo e poi arriva come oratore un paladino delle ia? Perché?”.

Un copione simile si è visto altrove: Gloria Caulfield, vicepresidente dell’immobiliare Tavistock Development Company, all’università della Florida centrale; Scott Borchetta, fondatore della Big Machine Records (e noto anche per una disputa con Taylor Swift), in un’università del Tennessee; Chris Duffey della Adobe in un’università privata del Wisconsin. Tutti sono stati fischiati durante i loro discorsi.

I fischi sono diventati cronaca perché rivolti, secondo le interpretazioni più diffuse, alla tecnologia delle intelligenze artificiali. Scavando un po’, però, scopriamo qualcosa di molto più profondo.

Non al servizio dei miliardari

In tutti i casi, come ha raccontato il Guardian, i presenti hanno avuto la sensazione di non essere ascoltati e considerati e di aver semplicemente subito affermazioni che arrivavano dall’alto di posizioni privilegiate.

Non solo. In almeno un paio di situazioni, gruppi organizzati di studenti avevano protestato prima ancora dei discorsi perché non volevano quel tipo di oratori, chiedendo addirittura la loro rimozione dal programma della cerimonia.

Arian Chavez, uno studente dell’università dell’Arizona, ha detto al Guardian: “Stanno mettendo i desideri e le esigenze dei miliardari al di sopra dei nostri. Sta a noi, come studenti di ingegneria, usare le nostre conoscenze al servizio del pianeta e non dei miliardari”.

Sarah Kreps, professoressa alla Cornell university, che studia le reazioni della società alle nuove tecnologie, ha detto che queste persone “non capiscono la situazione. Questi ragazzi hanno speso centinaia di migliaia di dollari per una laurea che non sanno se sarà loro utile”.

Il disagio profondo, l’ansia economica e per il lavoro futuro, il rigetto per i ricchi che spiegano la vita a chi non ha ancora iniziato la propria carriera lavorativa sono elementi molto interessanti che vengono oscurati nella cronaca degli eventi: la lettura che si sta affermando è che questi giovani abbiano protestato, genericamente, contro le ia.

Approfondendo un po’, però, questa sembra una proiezione di chi vede nelle tecnologie il nemico e dunque esulta quando sembra che anche altri la pensino così. Meglio ancora se sono i giovani, che si vogliono sempre proteggere dalle nuove tecnologie.

Leggendo le testimonianze scopriamo che i giovani vogliono usare le tecnologie, ma come dicono loro e per le cause che ritengono giuste, senza farsi insegnare cos’è giusto da qualche privilegiato e senza sottostare “ai capricci di persone esaltate e senza scrupoli come Elon Musk, Sam Altman e Mark Zuckerberg” come scrive Nitish Pahwa su Slate in un articolo tradotto da Internazionale, dove si dice anche che “una quota consistente di studenti di tutte le discipline ha ammesso di aver ampiamente usato ChatGpt nei suoi percorsi di studio”.

Se proprio vogliamo relazionarci con una coscienza politica e di classe negli Stati Uniti – a cui guardiamo ossessivamente, spesso dimenticandoci quanto siano enormi, lontani, diversi da noi e differenziati al loro interno – forse dovremmo cercarla nel movimento No kings: lì convergono le istanze sociali e culturali di cui stiamo parlando. E la resistenza non è genericamente contro le tecnologie ma contro la loro imposizione e contro il modello estrattivo che non ridistribuisce né ricchezza né potere.

Pensare a questo è anche un modo per restituire dignità al luddismo storico, che non era un movimento contro gli strumenti ma contro lo sfruttamento, contro le condizioni di lavoro disumane, contro l’uso delle macchine per aggirare le tutele salariali, contro la sostituzione degli operai specializzati con manodopera non qualificata, donne e bambini.

Se poi i fischi alle intelligenze artificiali sono davvero la grande occasione per avere, anche in Italia, una convergenza di idee anticapitaliste, antispeciste e intersezionali, e un discorso sano contro i privilegi e sulla ridistribuzione della ricchezza, allora credo che in molti accoglieremo la cosa con piacere. Fino a prova contraria, però, non mi sembra che sia così. Anzi.

Come scrive il professore di sociologia Tiziano Bonini, “la critica delle ia che domina il dibattito pubblico italiano ci rende stupidi, atrofizza il pensiero critico, minaccia la creatività. È una critica che ha i suoi meriti e le sue radici nobili, ma che manca sistematicamente il nodo strutturale del problema” e cioè, appunto, la critica a “un apparato socio-tecnico costruito, finanziato e controllato da sei o sette aziende private che attraverso di essa esercitano un potere inedito sulla produzione della conoscenza, sull’organizzazione del lavoro, sui processi democratici e sull’immaginario collettivo globale”.

È questo potere che dovremmo fischiare e che, probabilmente, è stato fischiato dagli studenti negli Stati Uniti.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Artificiale.

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Cosa succede nel mondo dell’intelligenza artificiale. Ogni venerdì, a cura di Alberto Puliafito.
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