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Per Trump è il momento della vendetta e dell’impunità

Donald Trump entra alla camera dei rappresentanti per il discorso sullo stato dell’unione, a Washington, il 4 febbraio 2020. (Leah Millis, Getty Images)

Era il 24 gennaio 2016 quando Donald Trump, durante un comizio in Iowa, disse che avrebbe potuto uscire sulla Fifth avenue di New York, “sparare a qualcuno e non perdere neanche un voto”. All’epoca sembrava solo la provocazione di un megalomane, visto che Trump era sì in testa nei sondaggi per le primarie del Partito repubblicano, ma non aveva ancora mai vinto un’elezione in vita sua. Eppure evidentemente era già consapevole del fatto che le regole tradizionali della politica non si applicano a lui.

Nei quattro anni seguenti Trump ha messo continuamente alla prova la sua teoria dell’impunità, sia come candidato sia come presidente, e il più delle volte ne è uscito non solo indenne ma anche rafforzato. Ogni scommessa vinta ha alimentato in lui e nella sua cerchia la convinzione di essere al di sopra non solo delle leggi della politica ma anche di quelle dello stato, e oggi quest’atteggiamento è alla base di una teoria politica che praticamente non concepisce limiti al potere esecutivo (a ottobre dell’anno scorso, durante un processo a New York William Consovoy, uno degli avvocati personali di Trump, ha detto che il presidente non potrebbe essere processato da un tribunale locale “neanche se sparasse a qualcuno sulla Fifth avenue”). E ora, dopo essere stato assolto dal senato nel processo di impeachment avviato dai democratici, con un indice di popolarità in aumento e trovandosi di fronte un’opposizione debole e divisa, il presidente si sente più onnipotente che mai.

L’11 febbraio, mentre l’attenzione dei mezzi d’informazione era tutta sulle primarie del Partito democratico in New Hampshire, è successo qualcosa di inusuale: tutti i procuratori che rappresentavano l’accusa nel processo contro Roger Stone, un noto e controverso consulente politico che ha cominciato a far parlare di sé ai tempi di Richard Nixon, hanno lasciato l’incarico. A quanto pare l’hanno fatto in protesta contro la decisione del ministro della giustizia William Barr di chiedere per Stone una condanna più clemente di quella che loro avevano proposto. Stone, che per breve tempo ha collaborato con il comitato elettorale di Trump e resta uno dei suoi più fedeli alleati, era finito a processo per aver mentito al congresso sui suoi rapporti con i funzionari russi durante la campagna elettorale del 2016 e per aver cercato di sabotare l’indagine del procuratore speciale Robert Mueller sul comitato elettorale di Trump. A novembre del 2019 era stato giudicato colpevole per tutti i capi d’imputazione.

In poco tempo Trump è riuscito a politicizzare il sistema amministrativo

In sintesi, Trump ha chiesto al dipartimento della giustizia di scavalcare la decisione di un tribunale per aiutare un amico che era finito nei guai mentre cercava di dargli una mano, e che una volta a processo aveva dimostrato lealtà incondizionata nei suoi confronti. A confermare che le cose siano andate così è stato il presidente stesso, che il giorno dopo l’intervento di Barr ha twittato: “Congratulazioni al ministro della giustizia per essere intervenuto in un caso che era totalmente fuori controllo e che forse non sarebbe mai dovuto finire a processo”.

Quest’intervento spudorato è la dimostrazione di come in poco tempo Trump sia riuscito a politicizzare il sistema amministrativo. Se il potere può essere usato per proteggere e gratificare i propri alleati, viene da sé che può anche essere piegato per punire gli oppositori o semplicemente chi non mostra sufficiente gratitudine verso il presidente. È quello che sta succedendo in queste settimane. Dopo che il senato ha assolto Trump dalle accuse di aver commesso abuso di potere (minacciando il governo ucraino di bloccare gli aiuti militari se non avesse aperto un’inchiesta sul politico democratico Joe Biden) e di aver ostacolato l’indagine nei suoi confronti, la Casa Bianca ha licenziato e minacciato i funzionari che in questa vicenda si sono comportati come testimoni di un processo e non come tirapiedi del capo.

Ecco alcune delle persone allontanate dall’amministrazione:

  • Alexander Vindman, colonnello dell’esercito che faceva parte del consiglio per la sicurezza nazionale, è stato licenziato la settimana scorsa e scortato immediatamente dalla sicurezza fuori dagli uffici della Casa Bianca. Durante le audizioni per l’impeachment alla camera ha confermato di aver partecipato a riunioni in cui alcuni collaboratori del presidente chiedevano di fare pressioni sul governo ucraino perché aprisse un’inchiesta su Biden. Anche suo fratello Yevgeny, che non ha avuto niente a che fare con l’impeachment, è stato allontanato dal consiglio per la sicurezza nazionale.
  • Gordon Sondland è stato licenziato dall’incarico di ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite. Durante le udienze aveva raccontato che era stato il presidente in persona a chiedere a lui e ad altri funzionari di cercare di convincere il governo di Kiev. Aveva anche detto che tutti i principali funzionari dell’amministrazione, dal segretario di stato Mike Pompeo al vicepresidente Mike Pence, erano a conoscenza di questa strategia e del ruolo di Rudy Giuliani, avvocato personale del presidente.
  • Inoltre Trump ha ordinato personalmente di cancellare il nome della procuratrice Jessie Liu dalla rosa dei candidati a sottosegretario del dipartimento del tesoro. Questo perché Liu aveva supervisionato i procuratori che si occupavano dell’accusa nei confronti di Roger Stone, Michael Flynn (ex consigliere per la sicurezza nazionale) e Paul Manafort (ex direttore della campagna elettorale di Trump).

A questo si aggiungono gli attacchi e le intimidazioni per procura, quelli portati avanti dai politici del Partito repubblicano, che ormai somiglia sempre di più a una sorta di guardia pretoriana del presidente. È il caso delle minacce al funzionario che ha denunciato anonimamente la telefonata di Trump che ha dato il via al processo di impeachment e degli attacchi a Mitt Romney, l’unico senatore repubblicano che ha votato per la destituzione di Trump.

Dimostrando di essere disposto a usare i suoi poteri presidenziali per punire singoli individui, Trump manda dei messaggi chiari. Innanzitutto ai suoi collaboratori e sottoposti, quelle persone che, come Sondland e Vindman, potrebbero ritrovarsi in futuro nella posizione difficile di assistere a comportamenti controversi, e magari illegali, del presidente; e come se Trump gli dicesse: se sarete leali e omertosi verrò in vostro soccorso quando sarete in difficoltà, ma se mi tradirete sarete messi alla porta e dovrete affrontare la mia ira e quella dei miei alleati. In secondo luogo, è un messaggio ai procuratori di tutto il paese, che in futuro potrebbero essere più timorosi nell’indagare sugli affari degli amici e alleati del presidente.

Durante il processo d’impeachment al senato, la senatrice repubblicana Susan Collins ha spiegato che avrebbe votato per assolvere Trump perché confida nel fatto che il presidente ha imparato la lezione dell’impeachment, implicando che d’ora in poi sarà più moderato nella gestione del potere.

Ma le ultime settimane dimostrano che sta succedendo l’esatto contrario. E nei prossimi mesi, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, la deriva autoritaria di Trump sembra destinata ad accentuarsi.

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