Volontari contano i voti a Des Moines, Iowa, 3 febbraio 2020. (Al Drago, Bloomberg via Getty Images)

I democratici danno una mano a Donald Trump

Volontari contano i voti a Des Moines, Iowa, 3 febbraio 2020. (Al Drago, Bloomberg via Getty Images)
04 febbraio 2020 17:27

Il 2 febbraio di ogni anno negli Stati Uniti è il giorno della marmotta. A Punxsutawney, in Pennsylvania, una marmotta di nome Phil fa la sua previsione sull’arrivo della primavera: se uscendo dalla tana vede la sua ombra e rientra, vuol dire che l’inverno durerà altre sei settimane; se invece resta fuori significa che la primavera arriverà presto (per quest’anno ha previsto una primavera precoce). Nel 2020 il giorno della marmotta si è chiuso alla vigilia delle primarie del Partito democratico in Iowa, e tutti si aspettavano che, come Phil, gli abitanti di questo piccolo stato del midwest degli Stati Uniti si trasformassero in oracolo e sfornassero la loro solita previsione sulle sorti future della politica americana.

Ma quest’anno l’oracolo è rimasto muto, almeno per ora. Parecchie ore dopo la chiusura dei caucus – le assemblee in cui gli elettori esprimono pubblicamente il sostegno per i candidati – non c’è ancora un risultato. Secondo i candidati la colpa è del cattivo funzionamento dell’applicazione che i rappresentanti degli oltre 1.600 seggi dello stato avrebbero dovuto usare per comunicare i risultati alla sede centrale del partito. Alcuni funzionari del partito hanno invece sostenuto che il ritardo è dovuto alle incongruenze tra i dati arrivati al sistema. Hanno aggiunto che i numeri definitivi dovrebbero arrivare entro martedì 4 febbraio, senza specificare a che ora.

Nel frattempo tutti i comitati elettorali hanno cercato di riempire il vuoto d’informazioni rivendicando i grandi risultati dei loro candidati: secondo quello di Bernie Sanders, che i sondaggi davano per favorito, il senatore del Vermont avrebbe ottenuto il 30 per cento dei consensi, classificandosi al primo posto; Pete Buttigieg, il giovane candidato moderato, ha cantato vittoria; la senatrice Elizabeth Warren si è detta fiduciosa; la sua collega Amy Klobuchar ha rivendicato un risultato superiore alle attese; l’ex vicepresidente Joe Biden, probabilmente il grande sconfitto, ha cercato di spostare l’attenzione sui voti per le primarie delle prossime settimane.

Un partito sempre più debole
Insomma, mentre tutto il paese si aspettava dai democratici una risposta su chi potesse essere la persona meglio posizionata per battere Donald Trump alle presidenziali di novembre 2020, il partito sembra più debole, diviso e disorganizzato che mai.

Il tempismo del caos democratico non potrebbe essere peggiore. Tra poche ore Trump terrà il suo discorso annuale sullo stato dell’unione. Tre anni dopo aver esordito alla presidenza promettendo di mettere fine al “massacro americano”, affermerà di aver rimesso gli Stati Uniti sul binario giusto, rivendicato dei risultati che, per quanto discutibili, hanno indubbiamente cambiato il volto della politica e della società sulla base delle promesse fatte al suo elettorato quattro anni fa.

Trump sosterrà di essere riuscito a dare il via alla costruzione di un nuovo muro al confine con il Messico e a fermare l’immigrazione irregolare nel paese (le sue politiche su questo tema, dal travel ban alle norme per tenere fermi in Messico i richiedenti asilo, sono state contestate nei tribunali, ma per il momento sono in vigore); rivendicherà il successo della sua strategia sul commercio internazionale, in particolare il fatto di aver costretto Messico e Canada a firmare un accordo sulle importazioni più vantaggioso del Nafta (in vigore dal 1994 e contestato da molti elettori di entrambi i partiti) e il fatto di essere riuscito a costringere la Cina a negoziare nuovi accordi bilaterali che alla lunga avvantaggeranno i produttori e i consumatori statunitensi; si prenderà tutto il merito della crescita economica e degli ottimi indici sull’occupazione (due tendenze in verità cominciate sotto la presidenza di Barack Obama); si vanterà di essere riuscito a togliere di mezzo il leader del gruppo Stato islamico Abubakr al Baghdadi; sbandiererà il successo della sua strategia in Medio Oriente, in particolare di essere riuscito a fare la voce grossa contro il nemico iraniano.

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A questo si aggiunge il fatto che in tre anni Trump sa di aver stravolto con successo il sistema giudiziario secondo le priorità politiche del sue elettorato, nominando due giudici conservatori alla corte suprema e riempiendo i tribunali federali con giudici che hanno impostazioni particolarmente conservatrici. Trump sosterrà di aver ottenuto tutti questi risultati nonostante l’ostracismo del congresso.

E, soprattutto, il presidente è pronto a incassare un’enorme vittoria politica dopo il fallimento della procedura di impeachment nei suoi confronti. Dopo che i repubblicani hanno bloccato i tentativi dei democratici di ascoltare nuovi testimoni al senato, neutralizzando di fatto qualsiasi possibilità di un processo equo, il 4 febbraio Trump sarà assolto dai senatori. Dirà che i democratici hanno provato a destituirlo attraverso l’impeachment pur non avendo le prove perché sanno di non poterlo sconfiggere alle urne. La ciliegina sulla torta per il presidente sono i nuovi sondaggi Gallup sull’operato del presidente, secondo cui la sua popolarità è ai massimi storici.

In sintesi, Trump sta dimostrando ai suoi sostenitori di avere una visione politica chiara che sta sistematicamente mettendo in atto, in un momento in cui i suoi avversari non sembrano capaci di definire le loro priorità politiche. E, quanto pare, neanche di contare i voti dei loro elettori.

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