La rotonda del Campidoglio degli Stati Uniti, il 16 gennaio 2020. (Chip Somodevilla, Getty Images)

Cosa aspettarsi dal processo del senato contro Donald Trump

La rotonda del Campidoglio degli Stati Uniti, il 16 gennaio 2020. (Chip Somodevilla, Getty Images)
21 gennaio 2020 15:10

Dopo che a fine dicembre la camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha incriminato Donald Trump, al senato sta per cominciare il processo per la destituzione del presidente. Trump è accusato di abuso di potere perché avrebbe chiesto al presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj di aiutarlo a raccogliere informazioni compromettenti su Joe Biden – vicepresidente tra il 2009 e il 2017 e oggi candidato democratico alle primarie democratiche in vista delle elezioni presidenziali del novembre 2020 – e di aver cercato di ostacolare l’inchiesta del congresso.

Il mese di attesa si spiega con il fatto che Nancy Pelosi, la presidente democratica della camera, ha tenuto in sospeso l’invio dei capi d’imputazione al senato nella speranza di strappare condizioni favorevoli sulle regole del processo. In particolare, i democratici chiedevano ai repubblicani di ammettere nuovi testimoni rispetto a quelli già sentiti alla camera, a cominciare da John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente.

La strategia di Pelosi non ha funzionato. Il 20 gennaio Mitch McConnell, leader della maggioranza repubblicana al senato, ha reso note delle regole che sembrano scritte per garantire un processo veloce e sbrigativo: l’accusa e la difesa avranno a disposizione solo 24 ore ciascuna per presentare i loro casi; inoltre, per ammettere nuove testimonianze servirà un voto separato a maggioranza semplice (un’eventualità difficile considerando che i democratici sono in minoranza al senato).

Sicuro di essere assolto
Per questo molti commentatori, e anche gli stessi parlamentari democratici, sono convinti che non ci sia da aspettarsi grandi sorprese durante il processo e che nel giro di pochi giorni Trump sarà assolto (alcuni commentatori ipotizzano che i repubblicani vogliano chiudere il processo entro il 4 febbraio, quando il presidente terrà il suo discorso sullo stato dell’unione). Com’è successo alla camera a dicembre, i senatori democratici e repubblicani si esprimeranno su Trump in base alla loro affiliazione partitica. Considerando i numeri al senato, Trump è praticamente sicuro di essere assolto: i repubblicani possono contare su 53 voti, i democratici su 47, quindi per ottenere la destituzione del presidente dovrebbero portare dalla loro parte venti repubblicani (serve una maggioranza dei due terzi). Una possibilità più che remota, visti i toni dello scontro e l’aumento della polarizzazione politica.

Vantaggio politico personale
Ma anche se l’esito giudiziario sembra già scritto, la trama politica di questa procedura d’impeachment potrebbe ancora riservare qualche sorpresa. Nelle ultime settimane, dopo la chiusura delle indagini alla camera, sono emerse nuove prove a conferma dei tentativi di Trump di usare i suoi poteri in politica estera per ottenere un vantaggio politico personale. Ormai non ci sono dubbi sul fatto che nell’estate del 2019 Rudy Giuliani, avvocato personale del presidente (quindi teoricamente senza voce in capitolo sulla politica estera), abbia fatto di tutto per convincere il governo ucraino ad annunciare un’inchiesta su Biden.

In particolare, alcuni documenti resi noti negli ultimi giorni rivelano che questo sforzo fu portato avanti da Lev Parnas, un controverso imprenditore statunitense di origine russa molto vicino a Rudy Giuliani. Parnas ha detto di aver sentito Trump chiedere a un collaboratore di licenziare l’ambasciatrice statunitense in Ucraina, che secondo l’accusa fu rimossa dal suo incarico perché si opponeva alle pressioni sul governo di Kiev. All’inizio del 2020 si è anche saputo che Bolton era preoccupato per le posizioni di Trump sull’Ucraina, in particolare del fatto che in quel periodo la Casa Bianca avesse bloccato gli aiuti militari a Kiev, usandoli come arma di ricatto nella vicenda Biden. Una strategia che d’altra parte è stata anche confermata da Mick Mulvaney, il capo dello staff della Casa Bianca.

Se, come è molto probabile, queste nuove informazioni saranno escluse dai dibattimenti al senato, i democratici andranno all’attacco, accusando i repubblicani di aver trasformato l’impeachment, uno strumento concepito per salvaguardare la repubblica, in una farsa politicizzata. Quindi nelle prossime settimane gli sforzi dei democratici, soprattutto di quelli impegnati nelle primarie per scegliere il candidato alle presidenziali del 2020, non saranno tanto rivolti a smuovere i senatori repubblicani dalle loro posizioni quanto a convincere l’opinione pubblica (soprattutto gli elettori moderati che sostengono Trump ma sono infastiditi dalle accuse di corruzione contro di lui) che il presidente ha ancora molto da nascondere, e sperare che arrivi alle elezioni con un livello di popolarità sotto il 40 per cento (attualmente è al 42 per cento).

Cos’è l’impeachment
È una procedura prevista dalla costituzione degli Stati Uniti per destituire i funzionari governativi che sono accusati di “tradimento, corruzione, altri crimini gravi e illeciti”. Si sviluppa in due fasi: nella prima la camera avvia l’indagine contro il funzionario e decide se incriminarlo (basta una maggioranza semplice); a quel punto si apre un processo al senato (dove servono due terzi dei voti favorevoli per decretare la destituzione).

Nei circa 240 anni di storia degli Stati Uniti la procedura di impeachment è stata aperta 19 volte: 15 volte contro giudici federali (tra cui un giudice della corte suprema), una volta contro un segretario di gabinetto, una volta contro un senatore e due volte contro un presidente.

Il primo presidente a essere incriminato e processato fu Andrew Johnson nel 1868, tre anni dopo la fine della guerra civile. Era accusato, tra le altre cose, di aver licenziato il segretario alla guerra contro il volere del congresso. Johnson si salvò per un solo voto. Il suo processo ebbe importanti implicazioni sul rapporto tra potere esecutivo e legislativo, che è un tema di scontro ancora oggi negli Stati Uniti.

Il secondo presidente sottoposto a impeachment è stato il democratico Bill Clinton, che tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999 era stato incriminato e processato per aver mentito sulla sua relazione con Monica Lewinsky e per aver cercato di ostacolare la giustizia. I repubblicani, che chiedevano la rimozione di Clinton, andarono molto lontani dalla maggioranza dei due terzi. Richard Nixon, l’ultimo presidente a lasciare la Casa Bianca prima della fine del mandato, si dimise, nel 1974, prima che la camera aprisse una procedura d’impeachment contro di lui.

Di cosa è accusato Donald Trump?
Nella risoluzione approvata dalla commissione giustizia della camera la scorsa settimana compaiono due capi d’imputazione: abuso di potere e intralcio alla giustizia.

La prima accusa ruota intorno a una telefonata, che risale al luglio 2019, in cui Trump sembra chiedere al presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj di aiutarlo a raccogliere informazioni compromettenti su Joe Biden – vicepresidente tra il 2009 e il 2017 e oggi candidato democratico alle primarie democratiche in vista delle elezioni presidenziali del novembre 2020 – e su suo figlio Hunter, che tra il 2014 e il 2019 è stato nel consiglio d’amministrazione di un’importante azienda energetica ucraina. Per convincere Zelenskyj ad assecondare la sua richiesta, Trump avrebbe bloccato temporaneamente gli aiuti militari all’Ucraina (che è ancora in guerra con i separatisti filorussi nell’est del paese); inoltre avrebbe promesso al presidente ucraino di invitarlo alla Casa Bianca se avesse annunciato l’apertura dell’inchiesta contro Biden.

In pratica, i democratici sono convinti che Trump abbia usato i poteri che derivano della sua carica per colpire un avversario politico interno, quindi mettendo il suo interesse al di sopra di quello della nazione e commettendo un abuso di potere. Questa versione sembra essere stata confermata dalle testimonianze alla camera di attuali ed ex collaboratori di Trump, tra cui Gordon Sondland, ambasciatore statunitense all’Unione europea, e Fiona Hill, che per quasi due anni ha lavorato nell’amministrazione Trump come consigliera per la sicurezza nazionale sulla Russia e l’Europa. Nelle loro deposizioni hanno anche confermato che alcune persone vicine a Trump, tra cui il suo avvocato personale Rudy Giuliani, portavano avanti una politica estera parallela sull’Ucraina, e che le più importanti figure dell’amministrazione, tra cui il vicepresidente Mike Pence e il segretario di stato Mike Pompeo, ne erano a conoscenza. A ottobre sono stati arrestati due collaboratori di Giuliani che lo avrebbero aiutato a raccogliere informazioni su Biden.

La seconda accusa, l’intralcio alla giustizia, è dovuta al modo in cui Trump ha affrontato l’inchiesta aperta alla camera. Secondo i democratici, la Casa Bianca avrebbe ordinato ai funzionari dell’amministrazione di non testimoniare davanti alle commissioni della camera e di non fornire i documenti che gli inquirenti avevano chiesto.

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