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Ci vuole più arte nella nostra vita

Andy Ryan, Getty Images

Quando ti chiedono se ti piace l’arte, probabilmente rispondi di sì, almeno in teoria. Secondo l’associazione Americans for the arts, più di due terzi degli adulti negli Stati Uniti affermano che l’arte li distrae dalla vita di ogni giorno. Eppure solo il 30 per cento ha assistito a un concerto, il 23 per cento ha visitato un museo, il 6 per cento ha partecipato a un evento letterario. E meno della metà si è dedicato in prima persona a una qualsiasi attività artistica.

Stando al National endowment for the arts (un’agenzia federale statunitense che sovvenziona e promuove progetti in campo artistico), la ragione principale della mancata corrispondenza tra i nostri interessi e le nostre azioni è che non abbiamo tempo da dedicare all’arte, perché siamo schiacciati dalle incombenze quotidiane. Magari ascoltiamo un po’ di musica in sottofondo mentre lavoriamo o sbrighiamo le faccende di casa, ma anche prima della pandemia raramente andavamo a uno spettacolo dal vivo, figuriamoci a visitare una galleria d’arte o a teatro. E le poesie? Probabilmente non ne leggiamo dai tempi delle superiori.

Troppo spesso lasciamo che la monotonia della vita si metta tra noi e l’arte, che in confronto può sembrare frivola. Ma è un errore. L’arte non è una distrazione dalla realtà, al contrario: potrebbe essere il nostro sguardo più realistico sulla natura e sul senso della vita. E se trovi del tempo per dedicarti all’arte – così come lo trovi per il lavoro, per l’attività fisica e per gli impegni familiari – la tua vita diventerà più completa e più felice.

“Il mondo sta troppo con noi; prima o poi, / Guadagnando e spendendo, sprechiamo le nostre energie”, scrisse William Wordsworth in una poesia del 1807. “Nella natura vediamo poco di nostro; / Abbiamo dato via i nostri cuori, una immonda benedizione!”. Wordsworth intende che, lasciate a se stesse, molte persone permettono alla vita di trasformarsi in una obnubilante routine lavorativa per guadagnare e ottenere sempre di più, alla ricerca di un appagamento che sembra non arrivare mai.

Le minuzie dell’io
Nel 1818 il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ritornò sulla questione. Quella che oggi potremmo chiamare la “ruota del criceto”, lui la definì in modo più altisonante come la “ruota di Issione”, dal re della mitologia greca che tentò di sedurre la moglie di Zeus, Era, e che per punizione fu legato a una grande ruota infuocata destinata a girare per l’eternità. Secondo Schopenhauer questa ruota era la metafora della vita frenetica governata da quella che lui chiamava wille, “volontà”, ovvero la nostra spinta insensata al successo mondano. La volontà ci soggioga, ci trasforma in Homo economicus e condanna i nostri giorni e i nostri anni alla fatica.

Per alcuni aspetti, la volontà è una resa alla realtà, una risposta alla necessità che abbiamo di soddisfare i nostri bisogni fondamentali. Ma Schopenhauer sosteneva che, di fatto, la volontà ci porta a una forma di delirio che restringe così tanto la nostra attenzione da non farci percepire più la realtà oggettiva. Siamo ossessionati dalle nostre esperienze quotidiane, che sono piccole e soggettive, e oscilliamo in modo sconsiderato tra il desiderio e la noia. L’arte, al contrario, ci costringe a smettere di guardare attraverso il pertugio della vita di ogni giorno e a vedere il mondo com’è veramente. Entrando in contatto con l’arte, contempliamo e assorbiamo idee universali, anziché fissarci sulle stucchevoli minuzie dell’io, io, io.

Allargare la nostra prospettiva riduce lo stress e ci rende maggiormente consapevoli che il mondo è più vasto

Misurarsi con l’arte dopo essersi concentrati sui dettagli insignificanti della routine è come guardare l’orizzonte dopo aver passato troppo tempo a fissare intensamente un particolare oggetto: la nostra percezione del mondo esterno si espande. Questa rimessa a fuoco attiva quella che il neuroscienziato di Stanford Andrew Huberman chiama “visione panoramica”, amplia la nostra prospettiva sulla vera realtà e ci permette di vedere di più. Huberman sostiene che la visione ristretta aumenta la nostra reazione alla paura, mentre allargare la nostra prospettiva riduce lo stress e ci rende maggiormente consapevoli che il mondo è più vasto.

L’arte apre la nostra mente e ci dona sollievo dalla noia angusta della volontà. “La vera opera d’arte ci guida (…) [verso] ciò che esiste in eterno e ogni volta lo fa con innumerevoli segni”, scriveva Schopenhauer nel 1851.

Pensa a quel brano musicale che ti ha commosso. Oppure al battito del tuo cuore mentre guardavi una scultura delicata e incredibilmente realistica. O alla vertigine che ti ha colto quando sei sbucato da una stradina laterale in una città sconosciuta e ti sei ritrovato in una bellissima piazza; a me è successo con piazza San Marco a Venezia, e la sua architettura rinascimentale splendidamente conservata. È probabile che tutta quella bellezza non ti abbia intorpidito come un narcotico. Piuttosto, all’improvviso potrebbe averti risvegliato nel profondo, un po’ come lo shock che dà una boccata d’ossigeno puro dopo aver respirato aria piena di smog.

L’arte trascende i buoni sentimenti puri e semplici. Può farci vivere ogni tipo di esperienza ed emozione. Una canzone malinconica può indurre tristezza, e questa può rivelarsi inaspettatamente estatica. Perfino la paura può far sembrare l’arte ancora più sublime. Niente di tutto ciò sembrerebbe paradossale a Schopenhauer: la verità può essere triste o spaventosa, ma porta sempre un grande appagamento.

Se, come il 73 per cento degli statunitensi, anche tu pensi che l’arte sia “puro piacere da provare e a cui prendere parte”, potresti metterla sullo stesso piano di una cena al ristorante, o del paracadutismo: un lusso che trova poco spazio nella tua limitata disponibilità di tempo e denaro. Quindi, forse, la tratteresti al pari di un qualsiasi hobby di scarsa importanza.

Ma non commettere questo errore. Considera l’arte meno come un piacevole diversivo e più come l’esercizio fisico, il sonno o le relazioni amorose: cioè un elemento necessario per avere una vita piena di grandi soddisfazioni. Non sto dicendo che devi abbandonare il lavoro e diventare un poeta. Ma dovresti sforzarti ogni giorno di scendere dalla ruota di Issione.

Tutti potremmo trarre vantaggio dall’apertura della nostra coscienza alla consapevolezza cristallina che risiede nell’atto creativo

Inizia a inserire nella tua agenda un momento dedicato all’arte, magari quindici minuti prima o dopo il pranzo, se puoi. Scrivi una lista di brani musicali, poesie, libri e opere che vorresti goderti e conoscere meglio. Giorno dopo giorno, spunta una voce della lista. Ti stupirà quante cose puoi fare in una breve finestra di tempo, e ancora di più come questo cambierà il tuo modo di apprezzare la vita, anche in aree in apparenza scollegate dall’arte.

In seguito, cimentati tu stesso in qualche forma artistica. Iscriviti a un corso di ceramica o acquerello, oppure scrivi delle poesie. Anche se non esistono studi empirici sulla quantità di consapevolezza esistenziale che si ricava dalla pratica dell’arte, alcune ricerche suggeriscono che porti profondi benefici psichici.

Cerca di non concentrarti troppo sul risultato. L’obiettivo non è quello di diventare un grande artista; è comprendere che tutti potremmo trarre vantaggio dall’apertura della nostra coscienza alla consapevolezza cristallina che risiede nell’atto creativo.

Gli insegnamenti sui benefici morali ed emotivi dell’arte probabilmente sono vecchi quanto le antiche scritture sacre dell’umanità. Per esempio, la routine del duro lavoro e della volontà che anestetizza l’anima viene sintetizzata nella Genesi. È la punizione di Adamo per aver mangiato il frutto proibito: “Maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita”.

Ma in nessun passo della Bibbia Dio dice ad Adamo che non può cercare sollievo da questa fatica. I cristiani credono che gli esseri umani siano stati fatti a immagine di Dio, che ha creato un mondo dove i frutti erano certo “buoni da mangiare e gradevoli agli occhi”. Per un credente non è una forzatura pensare che l’arte sia un ricordo della beatitudine persa con la caduta dell’umanità.

Non è detto che se dedichi una parte del tuo tempo all’arte raggiungerai il giardino dell’Eden, ma vale la pena provare. Non hai niente da perdere, se non qualche giro sulla ruota di Issione.

(Traduzione di Davide Musso)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell’Atlantic.

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