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“Marty Supreme”, il mago del ping-pong impossibile da amare

Marty Supreme. (Dr)

Marty Supreme di John Safdie sta andando alla grande e sta ottenendo ottime recensioni. A quanto pare sarà un trionfo per la A24, che ha scommesso settanta milioni di dollari su questa stravagante commedia drammatica su Marty Mauser (Timothée Chalamet), un prodigio del ping-pong di umili origini che con qualsiasi mezzo possibile prova a finanziarsi il viaggio per partecipare a importanti tornei internazionali.

Negli Stati Uniti è stato senza dubbio favorito da una crescita delle presenze al cinema durante le festività, che ha dato una spinta a diverse uscite come Avatar. Fuoco e cenere, Song sung blue e Anaconda. Forse però Marty Supreme è tra tutte l’opera più difficile da vendere e il passaparola entusiasta la sta davvero aiutando.

Il film vanta una sceneggiatura vivace firmata da Safdie e dal suo collaboratore abituale Ronald Bronstein. I due hanno anche montato il film insieme, dandogli un ritmo serrato che mantiene i nervi tesi. Ci sono avvincenti gare di ping-pong e le interpretazioni taglienti di Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler Okonma (alias Tyler, the Creator), Abel Ferrara e Fran Drescher. La fotografia, splendidamente sporca, è di Darius Khondji (lo stesso di Eddington, Mickey 17, Diamanti grezzi). La colonna sonora, assolutamente eclettica e anacronistica, di Daniel Lopatin. E la scenografia, magnificamente elementare, soprattutto nella rappresentazione della New York degli anni cinquanta, è firmata da Jack Fisk, le cui collaborazioni con Terrence Malick, David Lynch, Brian De Palma e Martin Scorsese lo hanno reso un leggendario ottantenne nel suo campo.


Tutti concordano nel dire che Marty Supreme è un film da non perdere. Io l’ho detestato con forza, ma indubbiamente va visto. Perché un’opera che mi dovrebbe piacere tantissimo, fatta da persone dal talento incredibile, non mi è piaciuta? Un film che parla della lotta delle classi popolari contro ostacoli impossibili, in un mondo progettato per ostacolare i lavoratori a ogni passo, ossia la mia più grande ossessione? È da giorni che mi arrovello su questa stessa domanda.

Prima però vi dico qualcosa di più della storia. Marty Supreme è liberamente ispirato alla vita eccentrica di Marty Reisman, che è stato davvero un campione statunitense di ping-pong in un paese a cui del ping-pong non importava niente. Per poter partecipare a tornei importanti, Reisman ha viaggiato in Asia, in Europa e nel Regno Unito, dove subito dopo la seconda guerra mondiale questo sport era in rapida ascesa.

Per finanziarsi gli è servita una notevole dose di ingegno. Uno dei tanti modi in cui raccoglieva soldi, di cui si parla anche nel film, era spennare la gente nelle sale di ping-pong di New York, praticamente l’unica città in cui se ne trovavano all’epoca. Negli Stati Uniti il ping-pong era confinato sui terrazzi, nei garage e nei seminterrati adibiti a sale gioco.

Sfida alla logica

All’inizio del film Marty è un riluttante commesso di scarpe in un negozio gestito dallo zio Murray (Larry “Ratso” Sloman), che fa di tutto per non mollarlo, visto che è il suo miglior venditore, e arriva perfino a tenersi i settecento dollari di cui Marty ha bisogno per andare a Londra e partecipare al British open. Per Marty però il lavoro nel negozio è solo temporaneo e finalizzato a racimolare il denaro necessario a disputare tornei all’estero.

In questo suo tentativo è ostacolato anche dalla madre oppressiva (Fran Drescher), da Rachel (Odessa A’zion), sposata con un altro ma con cui ha una relazione e che dice di essere incinta di suo figlio, e dalle tante persone ricche a cui chiede aiuto, ma che si rifiutano di finanziarlo se non imponendo condizioni estremamente punitive.

Di fronte a tutti gli ostacoli che incontra sulla sua strada Marty ricorre a stratagemmi sempre più disperati, come “rapinare” la cassaforte del negozio di scarpe. Una volta arrivato al British open, le sue abilità nel ping-pong sono così straordinarie che sembra sul punto di realizzare tutti i suoi sogni: sconfigge il campione in carica Béla Kletski (Géza Röhrig), va a letto con Kay Stone, un’algida diva del cinema ormai in là con gli anni (Gwyneth Paltrow), stringe una conoscenza potenzialmente molto redditizia con il suo ricco marito, l’uomo d’affari Milton Rockwell (Kevin O’Leary), e fa tutto questo alloggiando nell’esclusivo Royal suites, un lusso sfacciato che tenta di farsi pagare dall’organizzazione del British open.

Le cose prendono una brutta piega quando Marty si trova ad affrontare il campione giapponese Koto Endo (Koto Kawaguchi), che gioca una partita devastante con una racchetta in spugna capace di neutralizzare la consueta brillantezza di Marty.

Perché Marty non resta nel Regno Unito, non se ne va in Europa o in Asia, dove potrebbe guadagnare come uno dei giocatori più promettenti sulla scena? È così che il vero Marty Reisman si è finanziato la carriera, durata dagli anni cinquanta fino al 1997, quando, a 67 anni, è diventato il giocatore più anziano a vincere un campionato nazionale in uno sport con la racchetta.

In questo film invece bisogna accettare una serie di sviluppi che sfidano la logica. A quanto pare solo il vincitore del primo premio avrebbe guadagnato qualcosa dal British open, così Marty torna a casa sconfitto e umiliato.

Rimasto senza un soldo, con un debito di 1.500 dollari per la stanza al Royal suites, alle prese con una denuncia penale dello zio Murray per aver sottratto dalla cassaforte del negozio i “suoi” settecento dollari e incalzato da Rachel, che gli chiede di salvarla da quello che definisce un matrimonio violento, Marty si dà alla fuga in un’odissea newyorkese fatta di truffe disperate, guai a non finire e incontri pericolosi.

La concentrazione quasi ossessiva di Marty nel valorizzare il suo talento e racimolare abbastanza denaro per andare ai mondiali di Tokyo e prendersi la rivincita contro Koto Endo comincia a sgretolarsi sotto una pressione folle e incessante che arriva da ogni direzione.

Tutto bene, no? Marty Supreme è una di quelle storie statunitensi sopra le righe che in realtà non sono nemmeno così esagerate, considerando quanto sia difficile per chiunque non sia ricco inseguire i propri sogni in questo paese. Eppure, per qualche ragione, fin dall’inizio non sono riuscita a entrarci.

Per cominciare, l’intero film poggia sulla performance e il carisma di Timothée Chalamet. È senza dubbio un attore di talento e si è allenato anni per diventare un asso del ping-pong e poter interpretare il ruolo. Il suo stesso aspetto, intriso di un intenso amor proprio, e il suo atteggiamento generale di superiorità sono talmente irritanti che non fa nessuna fatica a interpretare egomaniaci ossuti come il giovane Bob Dylan o Marty Mauser: è praticamente fatto su misura per il ruolo dell’irritante Marty.

Superficialità

La cosa più difficile da accettare è il modo in cui così tante altre persone nel film si lasciano abbindolare da Marty, si innamorano di lui, si fanno truffare, sedurre e sono pronte a farsi manipolare. Marty è un opportunista con gli occhiali, dall’aria nerd, magrissimo, segnato dall’acne, logorroico e totalmente ripiegato su se stesso, che si mostra e si comporta esattamente per quello che è.

Approfitta in modo spietato dei familiari, degli amici e di chiunque lo aiuti, perché è convinto di avere uno scopo più alto nella vita: diventare un campione di ping-pong.

Per qualche ragione i personaggi femminili, tratteggiati in modo superficiale, sembrano tutti stranamente ammaliati da lui. Fran Drescher, nel ruolo della madre, ha pochissime battute dopo la scena iniziale, in cui suggerisce le risposte a un’amica che sta cercando di convincere Marty al telefono a tornare a casa perché la madre sarebbe malata.

Dalle parole di Marty capiamo che i suoi soffocanti imbrogli per attirare l’attenzione del figlio contribuiscono sia alle sue inclinazioni truffaldine sia al suo odio per la trappola domestica, che secondo lui Rachel gli starebbe tendendo. Ma tutto questo non lo vediamo. Dopo quella scena iniziale, ogni volta che compare, la madre è una figura silenziosa che si limita a lanciargli uno sguardo supplichevole o di rimprovero.

Marty tratta Rachel, l’amica d’infanzia che porta in grembo suo figlio, con una crudeltà enorme, ma lei gli resta comunque devota in una serie di avventure pericolose. L’unica spiegazione plausibile è che le altre opzioni a sua disposizione siano perfino peggiori.

E anche la diva del cinema ancora affascinante, Kay Stone, cede più volte ai dubbi “incanti” di Marty. Perché? Lo sa solo dio. Ha un matrimonio infelice, ma dovrebbe potersi permettere di meglio di Marty in qualsiasi momento.

Qui sembra agire una certa sensibilità alla Perché corre Sammy? (Sellerio 2005). In quel celebre romanzo un outsider ebreo della classe lavoratrice, povero in canna, scala senza scrupoli la vetta di Hollywood, facendosi largo fra truffe e tradimenti, e andando a letto con donne bellissime, perché la sua energia caotica e il suo status di “altro proibito” lo rendono perversamente attraente per le élite wasp. È una linea narrativa interessante, ma in questo film non è sviluppata a sufficienza.

Marty sfrutta il suo essere ebreo in dichiarazioni ai giornalisti scioccanti e buttate lì senza alcun filtro, come quando annuncia che avrebbe sconfitto l’attuale campione di ping-pong, un sopravvissuto a un campo di concentramento, con queste parole: “Porterò a termine ciò che l’olocausto ha iniziato. Posso dirlo, sono ebreo”. E proclama anche: “Sono il peggior incubo di Hitler, perché sono qui”.

Le conseguenze della seconda guerra mondiale emergono anche negli scontri di Marty con Koto Endo, la cui apparente imbattibilità nel ping-pong lo ha reso un eroe nazionale, con il peso delle speranze del suo paese che grava su di lui quando affronta Marty. Non ha nemmeno una battuta.

Un altro personaggio osserva che è sordo e probabilmente c’è anche una barriera linguistica, ma davvero non saprei dire perché non gli è concesso alcun accenno di interiorità mentre affronta Marty con stoica compostezza in due incontri cruciali. Io ho sempre tifato per lui.

L’atteggiamento da “non è fico?” che Marty Supreme adotta diventa sempre più difficile da sopportare man mano che il film procede con un ritmo implacabile e incontri sempre più cruenti. Ma è davvero figo?

Brani della colonna sonora come Everybody wants to rule the world dei Tears for fears, I have the touch di Peter Gabriel e The perfect kiss dei New Order sono lì per dirci che sì, lo è. Eppure per tutta la durata del film ho avuto la vaga sensazione di trovarmi davanti a una prospettiva da alta borghesia sulle classi popolari, una fascinazione morbosa per i bassifondi più sordidi, così insidiosi, così truffaldini, eppure in fondo così sentimentali e comicamente inetti da non riuscire mai a portare a termine i loro arroganti tentativi di forzare i cancelli del mondo delle élite.

Guardando il finale di questo film non si direbbe mai che il vero Marty Reisman ce l’ha fatta, diventando milionario più e più volte, anche se sperperava il denaro in scommesse quasi alla stessa velocità con cui lo guadagnava.

Marty Supreme però è talmente pieno di distrazioni che è difficile concentrarsi sul modo in cui affronta il tema delle classi sociali. È ad esempio il genere di film pieno di cameo di personaggi famosi, alcuni attori professionisti, altri no, per ragioni che non sono chiare. A cercare inutilmente di attirare la nostra attenzione ci sono il mago-intrattenitore Penn Jillette, lo stilista Isaac Mizrahi, il drammaturgo David Mamet, il giocatore di basket George Gervin e l’attrice Sandra Bernhard.

L’elemento più inspiegabile e distraente del film è la sua linea narrativa sentimentale legata alla procreazione. Nessuno dei critici che amano questo film sembra avere nulla da dire su questa cornice sconcertante, nel bene o nel male.

Suppongo sia arrivato il momento di lanciare un allarme spoiler: Marty Supreme si apre con lo spermatozoo che feconda l’ovulo, presumibilmente all’inizio della gravidanza di Rachel. Si chiude con un Marty provato dalle sue numerose peripezie legate al ping-pong che vede il suo neonato, scoppia in lacrime e osserva il bambino con lo stupore di chi sta vivendo un’epifania spirituale. È assolutamente sconcertante. Perché incorniciare questa narrazione improbabile, dura e spigolosa, intrisa di comicità cinica, con il miracolo della nascita?

In nessun momento della storia Marty ha mostrato il minimo interesse per il bambino che Rachel porta in grembo. Anzi, ha manifestato apertamente la sua ostilità. E non c’è praticamente alcun indizio della sua capacità di grandi slanci sentimentali verso chiunque, visto che convoglia ogni energia nel suo percorso tormentato e ossessivo per farsi strada nel mondo. Ma nonostante questo, il film finisce con una nota sdolcinata, un’epifania del tutto immeritata, eccessiva perfino per un film da Lifetime su un papà in trepidante attesa.

Eppure, Marty Supreme fa indubbiamente il suo per gli spettatori. È già stato inserito in molte classifiche dei migliori film del 2025 ed è destinato ad avere buoni risultati nell’imminente stagione dei premi. Devo semplicemente imputare la mia antipatia a uno scontro imprevisto che a volte si verifica quando sensibilità attente alle questioni di classe collidono tra loro.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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